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Calabria, moglie collaboratore di giustizia Vincenzo Marino: "Lo Stato ci ha scaricato"

19 Marzo 2012
in CITTA
Tempo di lettura: 2 minuti
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”Lo Stato ci ha ‘scaricato’ come zavorre dopo che mio marito ha dato allo Stato e ha preso in cambio condanne gravi che oggi pesano anche su di noi, che nulla abbiamo fatto di male tranne

che amare una persona che a sua volta aveva sbagliato ma che voleva rimediare, riscattarsi, cambiare”. E’ quanto afferma Tiziana Giuda, moglie del collaboratore di giustizia crotonese Vincenzo Marino, in una lettera pubblicata stamane sul sito ‘Guardie o Ladri’ del giornalista del Sole 24 Ore, Roberto Galullo. Marino, che apparteneva alla cosca dei Vrenna – Bonaventura di Crotone, negli anni scorsi ha deciso di collaborare con la giustizia. Ora pero’, dopo una serie di presunte violazioni, il Viminale ha deciso di revocare il programma di protezione ed il collaboratore di giustizia si e’ rivolto al Tar del Lazio. Nella lettera diffusa dall’avvocato Claudia Conidi, Tiziana Giuda evidenzia inoltre che ”oggi io e i miei figli dipendiamo da un Tribunale amministrativo regionale, il Tar del Lazio, che deciderà se potremo continuare a vivere o, al contrario andare nella tana dei lupi da cui eravamo fuggiti. Sì, perchè‚ tornare in Calabria significa morire: non tornare in Calabria significa essere scovati da chi ci darà la morte, come è successo a Lea Garofalo, nostra compaesana. Che abbiamo tanti nemici nulla conta per lo Stato che vuole solo raggiungere i suoi fini. Il contratto lo fa il pentito con lo Stato ma i suoi figli, sua moglie ne seguono le sorti, anche se non hanno fatto nulla di male”. ”Si butta una zavorra – prosegue la donna – anche se dentro ci sono persone innocenti, che hanno già patito ingiustamente: nè casa, nè assistenza sanitaria, nè contributo economico, nè istruzione, nè documenti di copertura, nè lavoro. Nulla. Solo la strada e i cecchini dietro l’angolo pronti a darti la caccia ovunque tu sia. Mi domando e ti domando Stato: è giusto tutto questo? Io ho solo fatto la moglie e la mamma, non credo di meritare perciò la morte. Ho solo sperato di guardare il mondo con occhi nuovi, puliti, diversi, non impauriti, non velati dalla vergogna. Ho solo condiviso di stare dalla parte della legalità, finalmente”. ”Eppure – conclude – li’ dove eravamo ci siamo dovuti autotutelare. Ti guardano e dicono: siete ‘pentiti’? Perchè arrivi dal nulla, non sei nessuno, non puoi parlare con nessuno. Devi saper fingere, mascherare il tuo accento calabrese e se non sei pronta cadi nel tranello”. (ANSA).
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