
di Luisa Nucera – Cos’è l’uomo senza cultura? E’ un essere privato da un cibo utile per tutte le menti. Venti, trenta, quarant’anni fa, si credeva ancora che non potesse esistere
veicolo migliore della scuola per diffonderla, per formare ed educare un bagaglio umano sin dall’età più tenera. I bambini, nutriti di affetto e sapere, potevano articolare il loro mondo interiore, fino a quando, adolescenti e poi giovani, arricchivano i propri contenuti personali per portarli alla soglia di una quanto più possibile chiara espressione di sé e del mondo. Ma si può ancora parlare di scuola come istituzione? Si può affermare che essa rappresenti davvero un’ambita conquista civile?Un’opportunità che il progresso offre alle nuove generazioni dei paesi progrediti? Il disorientamento generale legato alla crisi dei valori è lo specchio di un sistema educativo che da anni ormai traballa senza trovare alcuna soluzione di stabilità. La società ha bisogno della scuola come di qualunque servizio adatto alla collettività ma ci chiediamo se e quanto davvero sia disposta ad investire in essa come istituzione. Abbiamo sempre più nitido, con gli stravolgimenti economici in corso, che la scuola viva della capacità politica di interpretare il paese; che il potere che ha incatenato l’Italia, abbia fatto davvero terra bruciata della nostra cultura. Quella vera, quella che ritrovi nel polverone, la vera ricchezza dello spirito e gioisca; una cultura diversa da quella che invece si rincorre oggi, subordinata al riordino dei conti pubblici e perciò a tagli indiscriminati a scapito di chi non può pagarsi un’istruzione costosa. La delegittimazione della scuola. La privatizzazione della cultura. La povertà di animi nobili. La ricchezza delle casse dello Stato. Un impero finanziario che domina dall’alto regolando e stabilendo i rapporti economici ed umani sulla base di logiche competitive del mercato mondiale. Si parla tanto del governo Monti, commissario tecnico designato dal vasto impero economico che non sembra occuparsi concretamente del problema scuola-cultura. Crescita, rigore ed equità ricorrono nella trattazione di temi come l’aggiustamento dei conti, la riforma delle pensioni, il mercato del lavoro, l’uso dei fondi UE e la liberalizzazione dei beni pubblici. Ma la scuola legata alla cultura è argomento di pochi, di coloro che sono convinti che, malgrado le modifiche ambientali e sociali, nonché l’incremento degli stimoli, non possono cambiare i temi del rapporto educativo. La mentalità comune non riesce più a ragionare in termini di sistema ma di singola unità secondo criteri uniformati funzionali e necessari per curare gli interessi del mercato che cancellano così ogni differenza. Le differenze rappresentano solo impedimenti e rallentamenti per l’economia. Per chi crede nella scuola come mezzo efficace di istruzione e soprattutto per coloro che sono convinti della necessità di rendere la scuola un’istituzione educativa al servizio della comunità, la diversità è invece cultura. Diversità di linguaggi, molteplicità di visioni e differenti prospettive di vita. La cultura alimenta la creatività dell’intero paese e nessuno ha il diritto di lavarsene le mani, né tantomeno considerare il disastro combinato dal governo precedente un problema secondario. L’economia punta sull’avere; ma per essere colti bisogna essere. Riformare la propria identità, rafforzare il proprio io, fa emergere la necessità impellente di ricercare modelli alternativi di sviluppo attraverso la cultura della scuola. Basta allora restituire alla cultura al suo ruolo originario che è coscienza umiltà e sacrificio. Se si pensa invece che il colto è il furbo, colui che decide sulle teste dei più deboli, che riesce a scampare alle interrogazioni imbrogliando o peggio ancora, colui che si automunisce di scappatoie per arrivare in alto attraverso raggiri politici di ogni tipo, allora dovremo cambiare i termini del problema. Non si parlerà più della crisi della cultura, ma si edificherà un processo educativo basato sulla….. cultura della crisi.




