
di Luisa Nucera – Non è facile parlare dei punti deboli, né tantomeno semplice discutere di problematiche vaste e complesse che coinvolgono la psiche di ogni uomo specie quando c’è di mezzo un disagio che interessa
il processo mentale di un adolescente o ancor di più, quella di un bambino. Come la sindrome classificata tra i disturbi specifici dell’apprendimento, ossia la difficoltà che hanno i soggetti colpiti a leggere velocemente e correttamente ad alta voce. Disturbo che viene chiamato dislessia mai, secondo recenti studi, ricondotto ad insufficienti capacità intellettive o a mancanza di istruzione, né a cause esterne o a deficit sensoriali. Piuttosto esso è legato alla stessa morfologia del cervello e ha un’origine neurobiologica. Leggere infatti è un processo mentale che ha le sue più svariate espressioni. Tematiche importanti che sono state trattate nell’aula magna dell’Istituto tecnico commerciale “L. Repaci” di Villa San Giovanni grazie all’iniziativa dell’Associazione Italiana di dislessia e all’indispensabile protocollo d’intesa con la Fondazione Telecom che, in accordo col MIUR, ha potuto realizzare il convegno che ha interessato diversi insegnanti della provincia. Quanto e perché è diffusa la dislessia nel nostro paese e che cosa ci sia aspetta in termini di recezione dal corpo docente? Come è concepito da tutti coloro che operano nel mondo della scuola e che si trovano inconsapevolmente a trattare tale disturbo difficile da diagnosticare e spesso da accettare? Illustreremo, in occasione di quest’incontro, esordisce la prof.ssa Luciana Ventriglia, Presidente del Comitato nazionale dell’AID, la legge 170dell’8 ottobre 2010 che si occupa di dettare nuove norme per la dislessia la quale può costituire una limitazione notevole per alcune attività quotidiane. Una competenza del disturbo specifico di apprendimento offre,alle persone colpite, un’identità, dato che la scuola, parte della vita di ogni individuo, non riesce ancora a dare risposte soddisfacenti all’oralità del linguaggio. Intendiamo propagare un’informazione corretta attraverso la formazione. Molti infatti non riescono a cogliere la differenza sostanziale tra difficoltà e disturbo che non comporta di per sé alcuna patologia definita grave ed invalidante. La Dott.ssa Ventriglia parla con enfasi e con emozione della sua esperienza con ragazzi dislessici trasmettendo passione e entusiasmo nel cogliere in questi soggetti quel quid che li distingue e che è qualcosa che ci avvicina alla fantasia e alla creatività. Si sofferma su quelli che la legge definisce diritti compensativi necessari in alcune prove d’esame come l’INVALSI ma tuttavia non esplicitati; questo spesso ci lascia nel dubbio sul comportamento coerente da adottare. Sottolinea poi l’importanza della diagnosi precoce nei ragazzi dislessici per acquisire e rafforzare una serena consapevolezza. Il dislessico ce l’ha spesso con le lettere dell’alfabeto, con coloro i quali non hanno capito il suo problema e che gli chiedono perciò uno sforzo per lui sovrumano, impossibile per superare il disturbo. Una dimensione emotiva e ludica favorisce invece la motivazione e l’autostima. Il bambino è sovente dotato di un’intelligenza vivace e dinamica e si esprime con disinvoltura usando un linguaggio ben strutturato. Di fronte ad un testo scritto cambia completamente atteggiamento:si agita, è pervaso da uno stato d’ansia, diviene insicuro. La sfiducia in sé accentua le difficoltà di comprensione e nello stesso tempo lo distacca dal proprio gruppo classe. Il problema diventa complesso e fonte di insuccesso. C’è molto ancora da fare, il percorso è lungo e accidentato e molti sono gli sforzi da compiere in quest’ambito. Anche la Dott.ssa Laura Spinelli, un’altra relatrice del Convegno si sofferma sulle modalità d’insegnamento e sugli strumenti compensativi utili per accettare una didattica di tipo inclusivo e non esclusivo che faccia sentire i dislessici parte di un’unità scolastica. La nuova metodologia non dovrebbe alimentare, come diceva Daniel Pennac, illustre studioso del problema e anche lui dislessico, la convinzione che il fallimento della scuola sia anche il fallimento della vita. La dislessia rappresenta una delle grandi sfide dell’educazione. Il desiderio di comprendere cosa essa comporta e di cosa si tratti dovrebbe essere il fulcro delle intenzioni di genitori, compagni di classe, insegnanti, medici e psicologi che, in sinergia, dovrebbero operare per accettare serenamente ed acquisire la necessaria competenza. Immergersi immedesimandosi; arrivare con entusiasmo a comprendere ed aiutare in un perfetto scambio interlocutorio, sarebbe un passo decisivo che ci proietterebbe verso il mondo stesso dell’apprendimento. Un mondo che appare nuovo e più maturo. Un mondo che ci fa aprire gli occhi e che ci forma come individui. Da esso si può trarre curiosità, immaginazione, intuito e introspezione. Tutte potenzialità che aspettano di essere messe a frutto. L’importante è far comprendere che le risorse di questi ragazzi rappresentano un dono. Sarà un primo successo per i formatori, un’inesauribile fonte di arricchimento culturale per chiunque.




