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    Alvaro: "I no vera jattura della Calabria"

     Riceviamo e pubblichiamo

                            Riaprire il dibattito sulla centrale a carbone di Saline Joniche mi è sembrato abbastanza doveroso, e a differenza di altri che, pur non essendo pregiudizialmente contrari all’insediamento, hanno ‘timore’ di tirar fuori le proprie idee e le proprie convinzioni per evitare l’attacco di ‘minoranze aggressive, rumorose e parolaie’,  io credo sia opportuno, come si suol dire, mettere i piedi nel piatto.

     

                            Quando si elenca l’incredibile serie di rifiuti espressi su ogni possibile iniziativa economica o infrastrutturale, ci si rivolge all’interlocutore ponendogli la domanda del: dov’era? quando si pronunciavano i tanti e vergognosi NO. Non ho remore a dire che stavo dalla stessa parte di chi oggi avanza rimproveri, ma che a differenza sua,  IO ANCHE IERI mi sono battuto contro chiusure pregiudiziali alle novità e ho strenuamente lottato contro i NO ideologici perdendo, ovviamente, alcune battaglie, ma vincendone altre, come ad esempio il raddoppio della Reggio-Villa con la sistemazione della Via Marina della città capoluogo, e lo stesso decreto Reggio.

     

                            Chi polemizza dovrebbe ricordare che contro l’abolizione della ‘cortina di ferro’ (come veniva chiamata la ferrovia che si frapponeva tra Via Marina e mare a Reggio), su iniziativa del PCI, si sono addirittura raccolte le firme con la richiesta di ‘dirottare’ i finanziamenti per la costruzione di case popolari, dimostrando così la crassa ignoranza di alcuni dirigenti comunisti che mischiavano il finanziamento Lungomare (di competenza FS), con i finanziamenti per case popolari (provenienti da altro filone). Ma tale confusione non creava un problema perchè l’obiettivo vero era quello di stimolare una vasta opposizione all’opera e possibilmente poterne raccogliere i frutti.

     

                            Per fortuna il PCI fu  sconfitto e, anche se con molto ritardo, si è potuto costruire un Lungomare che non solo è un vero gioiello ed un formidabile biglietto da visita per i turisti, ma ha permesso lo sfruttamento del mare con palesi benefici, durante i mesi estivi, per l’imprenditoria del posto, per la cittadinanza che può ‘usare’ il proprio Lungomare, per i giovani sempre alla ricerca d’estate di punti di raccolta, e per gli stessi turisti che a Reggio non vengono più solo per vedere i bronzi (toccata e fuga), ma anche per soggiornarvi.

     

                            Anche sui gazebo in Via Marina, il NO pregiudiziale non si è fatto attendere. Il PCI e il Sindaco Falcomatà si impegnarono strenuamente contro la prima iniziativa nel settore, assunta dai fratelli Macheda. Oggi i gazebo abbondano con soddisfazione di chi oltre al sole ed alla passeggiata vuole sedersi e gustare una bibita. Il turismo non si costruisce con parole ma con scelte concrete.

     

                            Per il ‘decreto Reggio’, va ricordato sempre agli immemori, vi fu il NO dei comunisti, mentre un SI convinto fu espresso da CGIL, CISL e UIL allora diretti da Giovanni Alvaro, Aldo Murolo e Giuseppe Aprile. Per realizzare l’obiettivo i tre Sindacati organizzarono una serie di iniziative sfociate poi in una grande manifestazione per la VIVIBILITA’,  con conseguente delegazione di lavoratori e disoccupati a Roma per incontrare la deputazione calabrese e sollecitarne un chiaro impegno.  Per verità storica bisogna riconoscere che l’unico che capì e sostenne l’iniziativa fu l’on. Piero Battaglia ex Sindaco di Reggio. Gli altri furono tutti assenti.

     

                            Ma cosa era il ‘decreto Reggio’? Era solo la fotocopia di un intervento programmato per Palermo e giustificato da tre elementi: l’asfissiante presenza della mafia, la grave disoccupazione esistente e l’intollerabilel degrado di alcune zone. Erano parametri identici a quelli presenti a Reggio Calabria, ma la conquista del decreto non fu automatica avendo dovuto sudare per ottenerlo. Col decreto hanno vissuto prima Falcomatà e dopo Scopelliti, ma col decreto si è rinnovata la città: abolizione case minime, illuminazione nuova e moderna, costruzione di infrastrutture sportive, ristrutturazione di Piazze e nuove pavimentazioni, ecc.. Se fosse prevalso il NO oggi saremmo una città senza nemmeno l’aria  per respirare.

     

                            Oggi abbiamo altri No che vengono sventolati. Contro il Ponte sullo Stretto e contro la Centrale a Carbone di Saline Joniche. Quel che, però, appare incredibile è che il tradizionale percorso dei comunisti e dei verdi (che hanno la loro ragion d’essere proprio nella negazione di nuovi insediamenti) viene oggi affrontato spavaldamente anche da settori della politica che dovrebbero dimostrare maggiore cautela e più profonde riflessioni rispetto al pressappochismo della pseudo sinistra. Ma purtroppo non è così perché è facile cavalcare gli errati convincimenti popolari e rinunciare, in pratica, per stanchezza o  per miopia, al ruolo di direzione che compete perché si è, in questa fase, volenti o nolenti,  nuova classe dirigente, oppure no?  

     

                            Invece di attraccare a testa bassa, perché non ci si ferma a ragionare e a capire le ragioni degli altri? Costa tanto verificare qual è l’opzione più congrua e avviare un percorso per contrattare le ricadute positive sul territorio? Quando sarà possibile isolare definitivamente i nichilisti e procedere speditamente verso veri nuovi traguardi, sapendo chiaramente che una delle jatture della nostra terra sono i NO pregiudiziali ed ideologici a qualsiasi insediamento o opera pubblica?.

     

     

                                                                           Giovanni ALVARO