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    “Moolaadè” di Ousmane Sembène oggi alle 21 al Teatro Athena

    Una corda di fili intrecciati di diverso colore (giallo, rosso e nero) tesa davanti all’ingresso, a impedire idealmente il passaggio a qualsiasi estraneo alla famiglia che tenti di entrare. Chiunque trasgredisca a questa usanza, si tirerà addosso disgrazie e malocchio. Questa l’antica tradizione africana del moolaadè, sacro diritto di asilo, che dà il titolo alla pellicola, firmata nel 2004 dalla regista senegalese Ousmane Sembène, premiata a Cannes nello stesso anno. Il film, patrocinato dalla sezione italiana di Amnesty International e ambientato nel villaggio di Djerisso di Burkina Faso, racconta la ricerca di rifugio da una tradizione dolorosa e disumana, quale quella delle mutilazioni genitali femminili (Salindè – escissione), di quattro giovani bambine e la storia di emarginazione e discriminazione di una donna che ha avuto il coraggio di sottrarsi ad un destino già stabilito. Un nuovo e attuale spunto di dibattito, quello proposto questa sera alle ore 21 al Teatro Athena (discesa della Chiesa Evangelica), in occasione della proiezione programmata in collaborazione con il gruppo reggino di Amnesty International, nell’ambito della rassegna dedicata ai 60 anni della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 promossa dall’ARCI, dal circolo del cinema “Cesare Zavattini”, con l’apporto dell’associazione culturale “Il torrione della battagliola”. Il rifugio, pur se da un’altra forma di violenza di cui sono vittime le donne, quella domestica, sarà inoltre il tema delle petizioni proposte dagli attivisti reggini di Amnesty e rivolte alle autorità della Georgia. A queste si chiede di riservare piena attuazione alla legge che prevede, appunto, anche la costruzione di case rifugio. La violenza sulle donne rappresenta la più diffusa e vergognosa violazione dei diritti umani. Essa mostra tre crudeli volti: i maltrattamenti tra le mura domestiche, le aggressioni in situazioni di guerra, la sudditanza a tradizioni. La pellicola Moolaadè, in particolare, suggerisce una riflessione su un tema che sembrerebbe contrapporre le usanze e la cultura di un popolo al rispetto dei diritti umani. Fino a che punto può essere legittimata una violazione della dignità e dell’integrità della persona? Il rispetto dei diritti inviolabili non dovrebbe mai essere subordinato all’osservanza di altri valori o tradizioni. Eppure ciò accade nel caso delle mutilazioni genitali femminili. Proprio lo scorso 6 febbraio si è celebrata la giornata mondiale di tolleranza zero nei confronti della pratica dell’infibulazione, definita dall’UE come “causa di grandi sofferenze e seria minaccia per la salute della donna”. Tale pratica tradizionale e radicata, dannosa per l’integrità della donna, viola la dignità della persona, lasciando gravi ferite, a volte anche letali. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità sono circa 135 milioni le donne e le bambine sottoposte finora a questa pratica. L’infibulazione consiste nell’alterazione permanente dell’apparato genitale femminile a volte praticata anche in assenza di adeguati presidi medico-sanitari. La sua diffusione e la sua applicazione hanno ragioni culturali e mai terapeutiche. E’ praticata con diverse tecniche, tra cui asportazione di uno o più organi genitali, ed è generalmente fatta dalle donne anziane di un villaggio o dalla levatrice tradizionale, senza nessuna anestesia e con un altissimo rischio di infezioni più o meno gravi. I suoi effetti sono irreversibili. Tale pratica, estranea a qualunque ispirazione religiosa, protegge la castità della donna (motivazione psico-sessuale), ne segna il passaggio alla vita adulta (motivazione sociologica) e la priva dei suoi organi genitali esterni considerati impuri (motivazione igieniche con intento protettivo della castità della donna). Circa due milioni sono le adolescenti, le bambine, a volte anche neonate, che ogni anno vengono sottoposte a tale pratica in diversi paesi dell’Africa, dell’Asia, del Medio Oriente, delle Americhe e in comunità di immigrati presenti anche in Europa. In Italia essa costituisce reato, con un’apposita rubricazione nel nostro codice penale tra di delitti contro la persona, dal 2005. Amnesty International prosegue nella sua azione di denuncia, considerando le mutilazioni genitali una grave violazione dei diritti della donna, già vittima di innumerevoli discriminazioni, e del principio di indivisibilità dei diritti umani contenuti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (Onu 1948). Lo sradicamento di tale pratica convoglia tutti gli sforzi profusi dal movimento e dagli altri attori internazionali.