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    In ricordo di Pedro Maria Walter Greco

    In ricordo di Pedro Maria Walter Greco La cronaca di questi ultimi anni ha portato a riesumare i fantasmi di un passato ancora troppo prossimo per essere dimenticato. Si è parlato di sbagli della politica, di anni di piombo, di derive brigatiste, ma chi si è ricordato delle vittime? In quegli anni di lotta tra Stato e Antistato, i caduti furono molti, e ancora oggi, è difficile capire da quale parte stesse realmente la ragione. Definita da qualcuno conflitto civile a bassa intensità, quella fu una vera e propria guerra che, combattuta, da ambo le parti, senza esclusione di colpi, insanguinò l'Italia portando ad un solo dato di fatto: il sangue versato nelle piazze macchia di rosso l’asfalto e di nero gli animi. Che esso sgorghi dalle vene di un comunista, da quelle di un poliziotto, di un giudice, di un sindacalista, di un giornalista non fa differenza. Partendo da questo presupposto, si vuole qui ricordare una tra le tante vittime di quegli anni insensati, il nostro conterraneo Pietro Maria Walter Greco di cui oggi 9 marzo ricorre il 23esimo anniversario di morte. Figlio di proletari calabresi (il padre era di San Lorenzo, la madre originaria di Fossato Jonico) Pedro, come era chiamato dagli amici, era arrivato a Padova alla fine degli anni sessanta per studiare. Conseguì una laurea in statistica ed iniziò a lavorare come insegnante di matematica per sostenere la famiglia al Sud. Dal suo arrivo a Padova la presenza all'interno del movimento di lotta fu instancabile. Migliaia sono i compagni che ancora lo ricordano al proprio fianco nelle iniziative per il diritto alla casa e per i servizi nel territorio: occupazioni, autoriduzioni contro il caro affitto. Sempre in prima fila, nelle mobilitazioni di massa e nell'antifascismo militante fino alla manifestazione del 3 giugno 1975 a Padova che contestava il comizio di Almirante. La presenza di Pedro, piena di forza e determinazione, e la sua spontanea e grande capacità di coinvolgimento portarono il magistrato Pietro Calogero a spiccare contro di lui un mandato di cattura per reato associativo e per partecipazione ad una manifestazione del '77 terminata con scontri con la polizia. Era questa la motivazione che costrinse Pedro alla sua prima latitanza. La testimonianza contro Pedro fu sostenuta da un tossicodipendente, Maurizio Lovo che dichiarò "…non ricordo la presenza di Pedro alla  anifestazione, sono comunque indotto a pensare che ci fosse…" Vista l'inconsistenza delle accuse, il processo per direttissima venne stralciato e Pedro fu costretto a prolungare la sua latitanza, perdendo il posto di lavoro da insegnante. Nel maggio 1981, grazie alla mobilitazione dei compagni Pedro fu prosciolto e ritornò a Padova dove continuò a dare il suo instancabile apporto alle lotte battendosi, oltre che per la riconquista del proprio posto di lavoro, anche a fianco di chi lotta per la casa, nel Ghetto dove abitava e nel condominio Sereno al Portello. Pedro partecipò all'occupazione del Centro Sociale "Nuvola Rossa" nel quartiere Savonarola ed a seguito di ciò, nei primi mesi del 1982, fu di nuovo costretto alla latitanza. Per Pedro questa latitanza sarà senza ritorno. Nei primi giorni di marzo 1985, infatti, la Digos di Trieste ricevette dal Sisde una segnalazione della presenza di Pedro a Trieste in via Giulia 39. Sabato 9 marzo alle ore 11 Pedro uscì di casa, dall'appartamento al terzo piano, appostati all'esterno c’erano un agente del SISDE (che aveva il compito di riconoscerlo) e tre agenti della Digos di Trieste. Quando Pedro discese le scale l'agente del SISDE gli si parò davanti e sparò due colpi calibro 38 che lo colpirono ai polmoni. Immediato il fuoco incrociato degli altri due poliziotti che colpirono Pedro con pallottole calibro 9 alla spalla e alla gamba. Pedro fece appello per l'ultima volta alla sua straordinaria forza di volontà, uscendo in strada e impedendo così che tutto si svolgesse senza testimoni. Uscì, ferito mortalmente, parecchi passanti lo sentirono gridare "mi vogliono ammazzare mi vogliono ammazzare". Un agente, rimasto all'esterno dello stabile, appena vide la scena sparò. Pedro si accasciò sanguinante dopo pochi metri. Trasportato in ospedale, Pedro, morì verso le 11.50. Al processo del 7 aprile 1986 i coimputati di Pedro, quelli che avevano lo stesso identico mandato di cattura per i fatti del 1982, vennero assolti e tornarono in libertà. Al processo del 13 ottobre 1986 presso la Corte d'Assise di Trieste gli agenti della DIGOS di Trieste dichiararono di aver scambiato l'ombrello che Pedro portava in mano per un'arma ingaggiando uno scontro a fuoco. La sentenza del TAR che decretò la riassunzione, come insegnante, di Pedro e il riconoscimento degli emolumenti arrivò solo dopo il suo assassinio. Questo articolo è stato liberamente tratto dallo scritto “Pedro vive”, a firma di Fabio L. Macheda, pubblicato sul libro di recente uscita, “Welcome to Hell – Elio Stellittano e la critica a cura di Franco Iaria” , Edizioni Communicarte.