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    Cameriere: quando la luce si lascia incantare

    Un caleidoscopio di immagini, ricordi e sensazioni. Con una luce che illumina il candore e il disincanto che possono convivere solo su un set cinematografico. È, infatti, proprio l’illuminazione, così come viene vissuta nel mondo del cinema, a costituire le fil rouge dei racconti di Enrico Antonio Cameriere, raccolti nel volume “Gli incantatori di fotoni”, edito dalla Città del Sole Edizioni.

    L’autore, reggino che è stato direttore della fotografia e ha lavorato con grandi registi, come Gianni Amelio, Gianni Amico e tanti altri, ha messo per la prima volta nero su bianco quel fantasmagorico mondo, tessendone un ritratto ricco di sfumature, riflessi e chiaroscuri. Non più dare senso alle immagini attraverso la luce, ma raccontare quest’ultima  tramite le parole, era il difficile compito che Cameriere si era proposto. E sembra proprio esserci riuscito, se i suoi racconti sono in grado di suscitare nel lettore l’impressione di stare in un set cinematografico, riuscendo poi a farlo scivolare dentro il film rappresentato, e ancora rimbalzare nell’occhio dello spettatore che sta a guardare la scena, come quel fotone, la cui storia è narrata come un flash all’inizio del libro.

    Il volume è stato presentato mercoledì sera, all’Università degli stranieri, da Paolo Minuto, docente di Storia del cinema presso la stessa Università, e da Maurizio Gagliano, professore di Semiologia cinematografica nell’Ateneo di Messina. Entrambi d’accordo nel ritenere che i racconti di Cameriere si prestino a una duplice lettura: quella di un normale lettore che può lasciarsi conquistare dalle storie raccontate con una indubbia abilità narrativa, e quella del lettore esperto, in grado di scorgere i continui rimandi, citazioni e riflessi cinematografici che l’autore ha saputo sapientemente disseminare.

    Il volume è diviso in tre sezioni che traggono il nome da altrettanti film. Nella prima, vengono narrati gli incontri reali con noti personaggi sul set di “Colpire al Cuore” di Gianni Amelio; nella seconda, “Gli ultimi fuochi”, la narrazione è inventata, ma l’ambientazione e lo stile sono prettamente cinematografici; i racconti della terza hanno come location proprio la Calabria e si rifanno all’attività di documentarista che l’autore ha svolto per alcuni anni, e sono pensati come un viaggio “Verso sud”, come recita il titolo di quest’ultima sezione.