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    Sentirsi parte di una minoranza

    Riceviamo e pubblichiamo


    In questi giorni capita di riflettere sulla triste condizione di Reggio, sulla primavera reggina del racket, degli incendi notturni, degli atti intimidatori, degli omicidi inquietanti, delle strade dissestate, del dissesto economico delle casse comunali, dell’arte kitsch a caro prezzo sbattuta sul Lungomare, dei tanti politici di varie estrazioni, tutti Reggina e passeggiate sul Corso. E sui giornali leggo quotidianamente i comunicati di consiglieri e assessori della giunta Scopelliti che, alternandosi con precisione quasi scientifica (sarà un caso…), gridano al saccheggio del Museo, mentre la città è sempre più avvolta dalla mafia e dalla mafiosità. Questa è la Reggio che vedo, ma probabilmente faccio parte di una sparuta minoranza, perché il sindaco, che per me sta affossando la città, è il terzo d’Italia per gradimento, sulla base di un sondaggio di un quotidiano di grande fama e rispetto.
    E allora, dove sta il marcio, se i reggini amano il primo cittadino, il cittadino della nuova primavera di Reggio? È proprio possibile che ne abbia raggirati così tanti? No, non credo a questo, credo invece che Reggio stia subendo un saccheggio della sua storia, delle sue bellezze, del suo denaro, della sua voglia di legalità residua, ad opera di tutti, di destra e di sinistra, imprenditori, lavoratori occasionali, fruitori di servizi pubblici. Perché, anziché
    attaccare una dissennata gestione dei soldi pubblici, i politici dell’opposizione al Comune si scontrano sulle poltrone? Perché gli interventi critici si contano sulla punta delle dita? Perché si percepisce a livello amministrativo una pacificazione quantomeno dubbia, che rende tutti amici, tutti compari e la città dei cittadini sprofonda? Ma siamo proprio sicuri che a Reggio, se l’illegalità abbonda sia colpa del governo nazionale, se l’acqua è poca e salata, nonostante i miliardi spesi per il dissalatore, sia colpa del governo nazionale, se le strade anche del centro storico sono dei colabrodo nonostante le ingenti somme stanziate, sia colpa del governo nazionale?
    Quando un’amministrazione mostra segni di cedimento, ci dovrebbe essere un’opposizione che la incalza, coglie la debolezza, attacca e ciò serve da stimolo alla maggioranza per migliorare o per gettare la spugna: a Reggio non è così. Di notte brucia la città e si fanno sempre e solo documenti d’intenti sulla legalità, la ‘ndrangheta è la legge e si afferma che viviamo una nuova primavera reggina (ma dall’analisi della Direzione Nazionale Antimafia emerge un quadro tutt’altro che ottimistico), si contestano gli sprechi pubblici ma poi ci si lamenta se si riducono stipendi e numero delle 15 circoscrizioni (Roma ne ha 20!), la lotta all’evasione ha fatto passi da gigante ma poi si invoca il ritorno a capo del governo di chi sui falsi in bilancio ha fatto la sua fortuna (salvo poi depenalizzarli con legge ad hoc).
    Non credo nella politica dei comparati, ma spero nell’attività della magistratura, unico modo per entrare nei meandri di questa sporcizia che piano piano sta sporcando tutto l’elettorato reggino, schiavo del bisogno di posti di lavoro, della precarietà economica, dell’ossessiva necessità di arrivare a fine mese.
    Per questi motivi, in questo momento storico della politica reggina, non mi ritrovo né nella maggioranza che gestisce il potere a proprio uso e consumo, né in gran parte dell’opposizione consiliare fiacca o connivente col potere, né in quei balordi che, sentendosi minoranza alternativa, sfasciano vetrine e bruciano cassonetti in giro per l’Italia sentendosi tutelati da parlamentari di cui mi vergogno di essere rappresentato.
    È triste a Reggio Calabria oggi sentirsi una sparuta minoranza.

    Domenico Paino
    Partito Democratico