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    Quali elezioni?

    Riceviamo e pubblichiamo

    Le elezioni del 13 e 14 aprile, sotto molti aspetti, non presentano alcuna novità di sorta: i soliti partiti, le solite facce, le solite promesse… Ancora peggio, la vecchia legge elettorale, quel “porcellum” di matrice berlusconiana che ha condizionato in negativo il governo Prodi sin dall’inizio della ormai passata legislatura, costringendolo a zoppicare fino alla definitiva caduta.

    Sono convinto che, per i numeri che ha avuto a disposizione al Senato, il governo Prodi abbia prodotto tanti benefici economici al sistema Italia che il prossimo governo potrà far fruttare a suo vantaggio, riducendo le tasse ed investendo su ricerca, piccole e medie imprese, e tutelando i lavoratori pubblici che hanno serie difficoltà ad arrivare a fine mese.

    È però indubbio che nel momento decisivo, di svolta, il governo Prodi ha fallito, è caduto sul più bello, cioè quando avrebbe raccolto i frutti di una politica per la prima volta seria sull’evasione fiscale, sulla riduzione della spesa pubblica, sulle liberalizzazioni a tutela dei consumatori. Ha fallito perché non ha retto a fronte degli estremismi di sinistra e di centro dei suoi alleati: da un lato la sinistra radicale, che ha messo a repentaglio con alcuni suoi esponenti la credibilità del governo, tutelando i criminali sfasciavetrine, invece di biasimare i continui incitamenti alla violenza di parlamentari che nulla hanno a che vedere con uno stato civile; dall’altro quei centristi, retaggio della più becera democrazia cristiana, aggrappati al potere, equilibristi fra destra e sinistra nel tentativo di accaparrarsi spazi di visibilità nell’una o nell’altra coalizione.

    Ecco perché è coraggiosa e innovativa la scelta operata da Walter Veltroni di correre da soli alle prossime elezioni: l’unico modo di superare le carenze dell’attuale legge elettorale è fare in modo che non si debbano mettere insieme partiti con pochi valori comuni per dar vita ad un governo tutt’altro che coeso, ma è necessario presentare un’identità definita all’elettore per dare garanzie di continuità.

    Le ultime due legislature hanno evidenziato la crisi delle coalizioni in Italia: da un lato il centrodestra che ha governato cinque anni, sulla base del potere di un uomo su tutti, che ha regolarizzato tramite leggi la propria posizione giuridica in vari processi, ha consolidato il proprio potere economico, affossando il paese, e si è contornato di una coalizione di vassalli che ogni tanto hanno alzato la voce, ma sono stati messi a tacere grazie alle garanzie di mantenere il potere. È evidente come le frizioni gravissime nel centrodestra di pochi mesi fa, le cosiddette “spaccature insanabili” siano state appianate con la brama di potere di chi si presta a qualsiasi accordo pur di ritagliarsi posizioni di privilegio. Il tutto ha ulteriormente ridotto il potere dei partiti a sostegno di Berlusconi, che si sono spaccati al loro interno perché alcuni esponenti di primo piano non hanno accettato di essere schiavi al punto di perdere la dignità (vedi nascita de “La Destra” di Storace e della “Rosa Bianca” di Baccini e Tabacci). D’altro canto è evidente che un centrosinistra come quello della passata legislatura non abbia più senso di esistere: da qui il coraggio di Veltroni di andare solo. Per alcuni è un suicidio elettorale, per me è il primo passo per dare certezza agli italiani che chi li rappresenterà non dovrà guardarsi le spalle dalle coltellate dei colleghi di coalizione, ma potrà programmare la rinascita definitiva di un Paese che in questo anno e mezzo ha messo con grandi difficoltà le basi per la crescita.

    Della vecchia coalizione del centrosinistra avrei sincero piacere, ma questa forse è fantapolitica, che il Partito Democratico possa inglobare l’Italia dei Valori, di cui ho ammirato la coerenza e la lungimiranza delle scelte, e quella parte della Sinistra Democratica troppo lontana dalla Cosa Rossa, ostaggio di una sinistra populista in grado di fare solo opposizione perfino a se stessa. Mi guarderei bene invece di creare legami con quella parte della Rosa nel Pugno che non ha niente del vero socialismo, ma fa del laicismo becero la propria bandiera, attaccando a tutto spiano la Chiesa, al punto da toglierle il diritto di parola. Il nuovo Partito Democratico deve essere, così come dice il nome, un esempio di democrazia, aperto all’ascolto di tutte le componenti civili e sociali, deciso nel fare scelte anche impopolari.

    Per questo motivo credo che politici del calibro di Veltroni e della Finocchiaro siano una garanzia di serietà.

    Domenico Paino

    Partito Democratico