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    Il Supremo risponde al gip: “Io non sono un boss!”

     

    condello_pasquale_cl.1950di Lucio Musolino 

    Il boss di Archi Pasquale Condello ha risposto ieri mattina al gip Filippo Leonardo nel corso dell'interrogatorio di garanzia tenuto presso il carcere di Gazzi a Messina.

    Il Supremo, difeso dall'avvocato Francesco Calabrese, ha ammesso di essere il proprietario della pistola Walther calibro 7,65 in modo tale che ai suoi fiancheggiatori non gli sia contestata la detenzione illegale di armi.

    Banale la giustificazione fornita dal boss: "La pistola era la mia. La tenevo perché avevo paura dei cani randagi che, qualche anno fa durante la latitanza, mi avevano aggredito".

    Pasquale Condello ha, inoltre, negato che l'abitazione a Pellaro era un covo storico in cui ha trascorso gran parte della sua latitanza.

    "Mi spostavo solitamente a piedi. Trovavo io gli appoggi dove dormire senza essere aiutato da nessuno".

    Infine, il Supremo ha ribadito il concetto espresso più volte in questi giorni: "Io non c'entro nulla con la guerra di mafia. Mi sono state addebbitate cose che non ho mai fatto. Io non sono un boss".

    Nel carcere di San Pietro sono stati interrogati anche i tre fiancheggiatori Giandomenico Condello, Giovanni Barillà e Antonio Chilà. I primi due (rispettivamente nipote e genero di Pasquale Condello) hanno affermato che si trovavano in via Filici per fare una visita al parente che non vedevano da tanto tempo. Chilà ha dichiarato che è il locatore della casa in cui si nascondeva il latitante di cui, però disconosceva l'identità.