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    Antimafia: “Gioia Tauro porto franco per i clan”

    "Perdura" il controllo diretto o indiretto da parte della 'ndrangheta sul porto di Gioia Tauro e buona parte delle attività economiche riconducibili all'area interessata e la capacità delle cosche di utilizzare le strutture portuali per traffici illeciti e anche leciti, di varia natura. E' quanto si legge nella relazione della Commissione parlamentare antimafia sulla 'ndrangheta che ha acceso un faro si dall'inizio della sua attività sul caso Gioia Tauro. Per la Commissione antimafia, permangono inoltre "scelte e comportamenti di poca trasparenza degli enti titolari di competenze sull'area portuale e sull'adiacente area di sviluppo industriale". Una situazione, sottolinea l'Antimafia – che in assenza di rimedi, è inevitabilmente destinata ad aggravarsi in relazione agli ingenti investimenti che nei prossimi anni interesseranno l'intera area di Gioia Tauro e lo sviluppo dello scalo portuale che rappresenta, insieme all'autostrada Salerno-Reggio Calabria tra le opera che hanno drenato i maggiori investimenti al Sud negli ultimi quarant'anni. Per gestire l'affare miliardario di Gioia Tauro e della estorsione alla Conthip – si legge nella relazione – secondo i giudici del Tribunale di Palmi, le cosche della Piana, si erano federate in una sorta di 'supercosca': il progetto non riguardava solo il pagamento della 'tassa sulla sicurezza', crescente proporzionalmente allo sviluppo delle attività della società portuali, ma anche quello di ottenere il controllo delle attività legate al porto, dell'assunzione della manodopera e i rapporti con i rappresentanti dei sindacati e delle istituzioni locali. Negli anni '90 la 'ndrangheta, ha quindi puntato a cogliere con lo sviluppo del porto e dell'attività ad esso collegata l'occasione per uscire dalla sua condizione di arretratezza e per divenire protagonista dinamico della "modernizzazione" della Calabria. Il progetto, nonostante l'azione della magistratura, è "stato in parte realizzato". Esso ha portato, infatti, al sostanziale "dissolvimento di qualunque legittima concorrenza da parte di imprese non mafiose o non soggette alla mafia, estromesse dai lavori, dalle forniture, dai servizi e dalle assunzioni di manodopera ed ha introdotto elementi di scarsa trasparenza nei comportamenti di enti ed istituzioni locali. Tra questi enti spicca il Consorzio per lo Sviluppo dell'Area Industriale che, nei primi anni, era l'unico organo competente in materia di approvazione di progetti, assegnazione di aree, spesa dei finanziamenti etc.". Negli anni a seguire a ciò – continua la Relazione – si sono aggiunti sia la confusione di poteri e competenze tra il Consorzio e la costituita Autorità Portuale sia i conseguenti conflitti tra i due Enti aggravati dall'assenza di controlli e di coordinamento da parte della Regione e degli altri enti locali. Nella relazione la Commissione sottolinea che i "problemi evidenziati sono ancora oggi irrisolti". (APCOM)