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    Al “Cilea” rivive la tragedia di Aldo Moro

    aldomoro

                             di Luana Ambrogio 

     

     É stata un ritorno al 1978 la rappresentazione della tragedia italiana dell’onorevole Aldo Moro. La selezionata platea del Teatro Cilea conosceva bene i fatti succedutisi in quei lunghi 55 giorni di prigionia cui fu costretto il presidente della DC, iniziati nella mattina del 16 Marzo con un’azione di fuoco di ben due minuti, quando l’auto in cui egli si trovava fu oggetto dell’imboscata di un commando delle Brigate Rosse.

    Il sipario si alza sulle note del Kirie Eleison, mentre scorrono sullo


    sfondo le tragiche immagini tratte dai film di Bellocchio, Ferrara e Martinelli, che ricostruiscono la dinamica dell’imboscata nella quale perdono la vita quattro dei cinque uomini della scorta dell’onorevole. Una voce narrante, presente sulla scena, interpretata dall’attore Lorenzo Amato, si alterna per tutti i novanta minuti al racconto in prima persona che fa, da una fittizia gabbia di ferro caratterizzata da luci ed ombre, Paolo Bonacelli interpretando le missive che Aldo Moro durante la prigionia indirizza ora al suo partito, ora alla amata famiglia, ora al Papa. Il contesto figurativo in cui operano i due attori richiama l’intera vicenda del sequestro di Aldo Moro che a trent’anni dal tragico epilogo nasconde oscure verità. La voce roca e sofferente di Bonacelli incarna perfettamente gli stati d’animo del Presidente. Mentre tutta l’Italia giorno dopo giorno attende sgomenta la liberazione dell’Aldo Moro uomo politico, dalle lettere che l’onorevole scrive dalla “prigione popolare” emergono gli stati d’animo dal punto di vista dell’uomo, di un uomo che alterna momenti di speranza a profonde sensazioni di delusione verso gli uomini del potere, e di disperazione per una prossima tragica soluzione alle sterili trattive che lo allontanano dalla sua cara Noretta più volte invocata nelle richieste di aiuto.Citazioni, materiale di archivio, telegiornali dell’epoca e comunicati ufficiali delle Brigate Rosse scandiscono i principali momenti della tragedia che si concluderà il 9 Maggio 1978, quando a seguito di una telefonata anonima si ritroverà il corpo esanime del Presidente della Democrazia Cristiana, abbandonato nel cofano di una Renault 4 rossa, a Roma in via Caetani.La forza, che aveva caratterizzato Aldo Moro nei primi giorni di prigionia, abbandonerà le parole del Presidente nelle sue ultime due lettere indirizzate al partito e alla famiglia a qualche settimana dall’esecuzione minacciata dalle BR. La fiducia nell’intervento del potere politico cede il passo a questa affermazione: “Non assolverò e non giustificherò nessuno. Il mio sangue ricadrà su tutti voi”.