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    Ecco Artemisia

    Don Angelo Falsetti e la nobile Artemisia Sanchez intrecciano il loro amore illegittimo a un periodo storico di grandi mutamenti e alla vita di una città lacerata da pesanti contrasti. Nella Calabria di fine Settecento, l’orgogliosa Seminara, fiorente ed aristocratica, aspra e vigorosa, vive le contraddizioni di spinte moderniste e fuochi reazionari, sospesa in una scelta foriera di eventi sanguinosi. “Artemisia Sanchez, tragedia di amori e potere nel Settecento calabrese”, il primo romanzo di Santo Gioffrè, edito da Mondadori, racchiude ed evidenzia le molteplici anime di un popolo che storicamente conosce passioni estreme e tinte forti. Don Angelo, ferito gravemente in un agguato scaturito da vendetta per interesse o, forse, per onore, narra la sua storia, l’amore per Artemisia e le vicende della città. Lo splendore, la nobiltà e il popolo, i tentativi di modernizzazione, le lotte intestine. Su tutte, oltre ai due protagonisti, emerge la figura di Domenico Grimaldi, aristocratico “illuminato” che pensa a una Calabria proiettata verso la civiltà industrializzata. Un sogno che sembrava possibile ma, di fatto, irrealizzabile in una terra dove, tra gli anfratti bui dell’Aspromonte, i briganti si fanno giustizia da sé fino al punto in cui ribellione e abbrutimento si toccano, dando luogo ad altre sciagure, come quella del piccolo ucciso dal padre in un impeto d’ira perché il pianto avrebbe svelato il nascondiglio. Poi, in un giorno cupo di febbraio del 1783, le viscere della terra sputarono fuoco e Seminara, rasa al suolo, vide i destini mutare d’un colpo. La tragedia si compie e l’autore dipinge, coi toni foschi della disperazione, lo scenario occupato da morte, dolore e fame. Al volgere di un secolo di luminose speranze e di una stagione che aveva promesso grandi trasformazioni, la narrazione si conclude sull’alba amara che coglie gli ultimi sospiri di Artemisia morente tra le braccia di Angelo. Un amore nascosto, rivelato alla fine. Alla fine. Come un atto di libertà che doveva mostrarsi necessariamente, come una ribellione contro falsi moralismi e ombre reazionarie. Angelo ed Artemisia, eroi e vittime di una società che ha perso la sfida per il cambiamento, che si è fatta vincere dai lacci del passato. La passione, consumata attraverso occhi e corpi che non avevano bisogno di parole, sembra farsi simbolo di un’epoca in cui, per un attimo, le spinte vitali sembrano essere più forti delle rigide strutture feudali e di un malinteso senso di onestà. I due amanti vivono, intensamente, profondamente, al di là dell’abito talare di lui e del cinico casato di lei. Vivono, nonostante i sensi di colpa e le scelte di comodo di Angelo, nonostante il dramma per un intero popolo sia lì, in agguato. Uno squarcio di storia poco nota e molto significativa: la Calabria nel secolo dei lumi, tra progresso e oscurantismo. Romanzo storico, quindi, narrazione da puro realismo dove le vicende private si legano al dramma corale; Artemisia che muore è lo spegnersi di tutte le speranze, mentre Angelo, che la stringe a sé troppo tardi, è il simbolo di una scelta vitale che non si è saputo compiere. E non possiamo fare a meno di chiederci come sarebbe stata questa terra, se davvero si fosse trovato il coraggio di accettare allora le sfide dell’industrializzazione: nuove tecniche agrarie, nuove macchine. Quella narrata da Gioffrè è una Calabria passionale che sente in sé il palpito del domani e che, non di meno, pare impantanata negli acquitrini, portatori di peste e malanni, che la caratterizzavano territorialmente e ne ingabbiavano lo sviluppo. Un racconto ricco e avvincente che riconcilia con la migliore tradizione del romanzo.  
    Maria Teresa D’Agostino