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    Paino sulla centrale di Saline

    Da Domenico Paino, del Pdm, riceviamo e pubblichiamo
    Si può dire male dei politici di una volta, ma se c’è una cosa che si deve ammettere è che avevano più coraggio di quelli attuali, avevano il coraggio di fare scelte impopolari rischiando di bruciarsi la carriera ma anche di diventare degli eroi. Leggendo le pagine dei quotidiani locali degli ultimi giorni, vedo aumentare a dismisura il populismo e il galleggiamento della classe politica calabrese, che sulle pagine dei giornali, e a volte solo su quelle, si fa portatrice delle presunte istanze dei cittadini relative agli ospedali, vie di comunicazione, turismo, sviluppo locale. Sembra che ci sia una sorta di gara per dimostrare di essere vicini alla gente, gridando dalle pagine dei giornali il proprio “niet” ad iniziative, proposte, piani di sviluppo o tagli alle spese pubbliche, senza però proporre soluzioni alternative e convincenti.
    Anche l’area dell’ex Liquichimica di Saline Joniche non si è sottratta a questi interventi.
    Da un pò di tempo si parla della possibilità di realizzare una centrale a carbone in luogo dei manufatti abbandonati della fabbrica di Saline, e puntuale arriva il secco “no” di enti locali, politici regionali e quanti altri vogliano a tutti i costi dimostrare al popolo la propria vicinanza. Sulle motivazioni che contrastano con la realizzazione della centrale a carbone, non essendo un tecnico, mi limito ad ascoltare il parere degli esperti, peraltro contrastanti, fra ministri che vorrebbero tornare alla candela o alla torcia e multinazionali che parlano di carbone pulito. Ma ciò che mi lascia sinceramente rattristato è sentire sempre parlare del solito rilancio turistico della zona: ogniqualvolta c’è un’iniziativa forte, determinata, controcorrente, ecco che intervengono i nostri amati leader a dire “no” senza fare concrete proposte alternative. Ha ragione il sindaco Scopelliti quando bacchetta Provincia e Regione che non prendono posizione sul tema così delicato che, solo grazie ai giornali, è stato sottoposto all’opinione pubblica. È anche vero che lo stesso non si sottrae alla comoda proposta di fare decidere ai cittadini con un referendum: iniziativa lodevole se i cittadini fossero competenti in materia, ma, poiché così non può essere, visto la delicatezza dell’argomento, sarebbe il caso che i politici si assumessero le proprie responsabilità anche con scelte impopolari.
    A proposito di tematiche ambientali, proprio in questi giorni è stato lanciato l’allarme sulla crisi energetica che può determinare per l’Italia conseguenze più gravi dei blackout degli ultimi anni.
    Dati statistici incontrovertibili attestano che le proteste degli enti locali bloccano la nascita di rigassificatori e di centrali a carbone “pulito” che renderebbero l’Italia meno schiava dei paesi stranieri nell’importazione di energia. Va detto, ed è giusto che i cittadini lo sappiano, che l’Italia lascia largo spazio all’utilizzo di gas e olio (pari al 79% del mix di energia, contro il 61% dell’Europa), perché ha detto no al nucleare e gode di un contributo limitato del carbone rispetto agli altri paesi (circa la metà). Con il risultato che PAGHIAMO l’elettricità il 24% in più di quanto fanno mediamente gli altri Paesi europei. A questo si aggiunge che l’Italia, insieme agli altri nell’Ue, deve pagare ancora il prezzo di dipendere negli approvvigionamenti di gas da pochi Paesi (circa il 75%, diviso tra Africa, Russia, Olanda e Norvegia), molti di questi a rischio elevato. Rischi dimostrati dalle tensioni in Russia e Ucraina.
    Anche sul fronte elettricità, continuiamo a esportare una quota elevata dall’estero (circa il 15%). Un capitolo che si è fatto sentire quando si sono spente le luci nel 2003 e nel 2006.
    In Italia le centrali a carbone garantirebbero prezzi più competitivi e una minore dipendenza dal petrolio. Proprio quelle che vanno alla grande negli altri paesi europei.
    La Germania produce oltre il 50% della sua energia con il carbone. L’Italia ne produce solo il 14%.
    Nonostante queste premesse funeste, ci sono ancora politici “illuminati” che propongono ovunque, per il rilancio turistico della provincia reggina, la valorizzazione di prodotti tipici, acquapark, e altre iniziative che in altre parti d’Italia, più al passo coi tempi, sono irrimediabilmente superate.
    Bisogna partire da tre punti fermi per qualsiasi tipo di sviluppo locale: in primo luogo occorre affrancarsi dalla criminalità mafiosa, che ormai permea il commercio, l’imprenditoria, talvolta anche le istituzioni, creando task force che seguano con attenzione la nascita, lo sviluppo di qualsiasi progetto di sviluppo sul territorio. In secondo luogo, occorre un serio piano di azione, precise scadenze, investimenti corposi e mirati, un mix di elementi scomodo perchè lo sviluppo porta cultura e la cultura apre gli occhi ai cittadini. Infine occorrono tantissimi soldi, non pubblici se non in minima parte, ma di privati che vogliono scommettere sulle potenzialità della fascia jonica reggina. E sul turismo fino ad oggi nessuno ha voluto scommettere! Non inventiamo favole.
    Se i politici che oggi osteggiano la realizzazione della centrale a carbone riusciranno a rintracciare imprenditori, o meglio multinazionali, disposte ad investire milioni e milioni di euro sull’area di Saline per realizzare non un banale Acquapark fruibile quattro mesi l’anno, ma una sorta di “Sea world”, con tanto di Resort e mega strutture acquatiche, si potrà discutere di rilancio turistico, altrimenti occorrerà prendere atto che le sagre dei prodotti tipici e le feste di piazza non faranno mai decollare il nostro turismo, né è accettabile ascoltare le provocazioni di estremisti pseudoambientalisti che dicono “no” al nucleare, al carbone, ai rigassificatori e ultimamente anche all’eolico…
    E poichè oggi in Calabria gli imprenditori seri sono oppressi dal racket (e solo in Calabria nessuno ne parla), altri sono solo abili speculatori e altri ancora non hanno le risorse ingenti necessarie ad uno sviluppo adeguato e duraturo, ben vengano le multinazionali estere con idee chiare su come rendere produttiva una zona morta. Se non ci saranno seri investitori su Saline Joniche, così come in tante altre parti della provincia reggina, non ci sarà mai alcun tipo di sviluppo ma solo assistenzialismo e demagogia elettorale. Come cittadino, sono così affezionato alla fascia jonica reggina da essere stanco della propaganda politica che ha come unico obiettivo “lasciare il mondo com’è”, condannando ogni iniziativa che potrebbe portare lavoro senza assistenzialismo, denaro pulito e uno sviluppo industriale inesistente da queste parti.
    Per tali motivi, accolgo con favore la disponibilità del console svizzero di aprire un tavolo di discussione serio sulle prospettive dell’area di Saline con la multinazionale che vorrebbe realizzare la centrale a carbone, nella speranza che nasca un confronto attento con il governo nazionale, gli enti locali, le vere e serie associazioni ambientaliste, i sindacati, senza l’intervento disturbatore di finti ambientalisti e di politicanti in cerca di visibilità, in attesa eventualmente di ulteriori proposte concrete.
    Dire la verità spesso fa male, non procura voti e clientele, ma almeno non si calpesta la propria dignità al fine di restare a galla a tutti i costi.

    Domenico Paino
    Partito Democratico