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    Omicidio Fortugno, Maria Grazia Laganà: “Sta cambiando qualcosa”

    laganvedova''La sensazione è che sta cambiando qualcosa''. Così la vedova del vice presidente del Consiglio regionale della Calabria Francesco Fortugno, ucciso a Locri il 16 ottobre 2005, Maria Grazia Laganà, deputata dell'Ulivo, ha commentato l'esito dell'audizione cui è stata sottoposta nei giorni scorsi dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria che conducono le indagini sull'omicidio del marito. In particolare, secondo quanto si è appreso, i magistrati hanno chiesto a Maria Grazia Laganà da dove trae il suo convincimento che il delitto del marito e' di natura politica dopo che nelle


    scorse settimane, a più riprese, la parlamentare aveva sottolineato la necessità di allargare il fronte delle indagini per risalire ai mandanti politici dell'omicidio. Adesso, dopo essere stata sentita dai magistrati (sul contenuto dell'incontro Maria Grazia Laganà non ha voluto soffermarsi), la vedova Fortugno ha sostenuto di avere avuto l'impressione che ''qualcosa sta cambiando'' e che questo ''è di buon auspicio'' per risolvere definitivamente il caso. La stessa sensazione era stata manifestata, nei giorni scorsi, dalla parlamentare di An Angela Napoli, anche lei sentita dai magistrati della Dda reggina sul possibile movente politico del delitto Fortugno. Al momento nell'indagine sull'omicidio, un anno fa, di Franco Fortugno sono entrati, a vario titolo, presunti esecutori e presunti mandanti tutti di Locri, alcuni con precedenti penali altri incensurati, ma nessuno con legami con il mondo politico e neanche dalle deposizioni dei due pentiti dell'inchiesta è finora emerso qualcosa di concreto su questa pista politico-mafiosa che però è stata a più riprese indicata non solo dalla vedova ma dal procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso. La vedova di Francesco Fortugno non intende far partecipare i suoi legali all'incidente probatorio nel corso del quale saranno cristallizzate le dichiarazioni dei due collaboratori Bruno Piccolo e Domenico Novella, ''qualora non vi partecipino anche i magistrati della Direzione nazionale antimafia, insieme, ovviamente, ai magistrati della Dda''. La richiesta è contenuta in una lettera consegnata dalla vedova Fortugno al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel corso dell'incontro privato avuto il 31 ottobre scorso al Quirinale. Maria Grazia Laganà, che ha confermato il contenuto della lettera pubblicata da due giornali locali calabresi, Calabria Ora ed il Quotidiano, aggiungendo come ''l'incontro con il presidente Napolitano è stato privato e non voglio fare commenti. E' una continuazione di quello avuto lo scorso anno con Carlo Azeglio Ciampi. Il presidente Napolitano ha mostrato tanta attenzione sia per il mio problema che per quelli di tutte le vittime della 'ndrangheta. Il presidente si muoverà con la sua autorevolezza, ma non ce n'è bisogno perchè le forze dell'ordine ed i magistrati stanno già facendo la loro parte''. Nella lettera, la vedova Fortugno affermava, tra l'altro, di cogliere, come moglie, ''il senso di isolamento e di solitudine che ha avvolto mio marito. Francesco Fortugno è stato lasciato solo allorquando ripetutamente presentava interrogazioni consiliari e denunce che non trovavano alcuna risposta, nè sul piano politico, nè su quello giudiziario; è stato lasciato solo quando dalle intercettazioni è emersa una situazione di grave pericolo e non e' stato nè tutelato, nè quantomeno avvisato della stessa; si è trovato solo anche al momento della morte, avvenuta nel corso di una manifestazione politica di primaria importanza che si stava svolgendo senza la presenza di alcun rappresentante delle forze dell'ordine''. Maria Grazia Laganà affermava poi che ''interi territori calabresi sono ormai dominati o sotto il giogo della criminalità organizzata. Da un lato si assiste all'affermarsi nella società della cosidetta 'borghesia mafiosa' (figli di mafiosi che hanno studiato, imprese direttamente riconducibili o partecipate, infine tutti coloro che hanno interesse a partecipare alla circolazione, anche lecita, di una massa enorme di denari frutto delle attività criminali); dall'altro lato si dispiega la forza intimidatrice militare che tenta di piegare ogni resistenza. In tali aree è sempre più difficile distinguere il confine tra mafia e politica, e ciò interessa indifferentemente gli schieramenti di centrodestra e di centrosinistra. I partiti sono utilizzati come strumenti per gestire potere laddove, spesso, dall'economia alle carriere professionali, tutto dipende dalla politica. L'omicidio del vice presidente del Consiglio regionale sintomatico del livello di aggressione e del concreto pericolo dell'affermarsi del metodo mafioso anche in politica: l'eliminazione fisica dell'avversario politico scomodo o non colluso, quindi non protetto. Simili drammatiche situazione producono, però, anche reazioni nei cittadini che, avendo perso tutto o, ancor più grave, i propri cari, chiedono con forza senza temere per la propria incolumità, che venga fatta luce e giustizia rispetto ai reati subiti. Non è piu' tollerabile che nei confronti delle vittime dei reati, gli apparati e le amministrazioni dello Stato mantengano condotte caratterizzate da indifferenza o da fastidio''.  (ANSA)