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IL PETROLIO BIANCO DELLA CALABRIA: L’ACQUA COME PATRIMONIO, DIRITTO E FUTURO

Acque minerali e termali, sorgenti, fiumi e fiumare: una ricchezza naturale da conoscere, proteggere e valorizzare

5 Settembre 2026
in CALABRIA
Tempo di lettura: 6 minuti
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IL PETROLIO BIANCO DELLA CALABRIA: L’ACQUA COME  PATRIMONIO, DIRITTO E FUTURO

di Emilio Errigo

Ho sempre creduto che il futuro della Calabria passi dalla capacità di riconoscere e mettere in relazione
le sue grandi vocazioni: il turismo, il mare, i porti, la logistica, l’agricoltura, la straordinaria posizione
geografica nel Mediterraneo. A queste leve di sviluppo, sulle quali occorre continuare a investire con
convinzione, ne aggiungerei una che non è meno importante e che, paradossalmente, scorre da millenni
davanti ai nostri occhi.
È il nostro petrolio bianco. Si chiama acqua.
La Calabria non deve cercarlo nelle profondità del mare né estrarlo attraverso gigantesche piattaforme.
È custodito nelle montagne, nelle falde sotterranee, nelle sorgenti, nei fiumi e nelle fiumare. Affiora tra
le rocce, attraversa i boschi, alimenta ecosistemi, raggiunge le campagne e infine incontra lo Ionio e il
Tirreno.
Ma proprio qui emerge uno dei grandi paradossi calabresi: possedere una straordinaria ricchezza idrica
naturale e non essere ancora riusciti a trasformarla, ovunque e stabilmente, in una disponibilità regolare
dell’acqua secondo quelle condizioni di civiltà e dignità che ogni cittadino ha diritto di attendersi.
Nel XXI secolo l’acqua non può essere percepita come una concessione della fortuna. Aprire un
rubinetto e trovare acqua disponibile, sicura e in quantità adeguata dovrebbe rappresentare la normalità
in ogni comune, dal più grande centro urbano al più piccolo paese dell’entroterra.
Non è soltanto un problema tecnico. È una questione ambientale, sociale e amministrativa e, prima
ancora, una questione di dignità.
La Calabria possiede un sistema idrico naturale straordinariamente articolato. Già nella prima metà del
Novecento lo Stato comprese l’importanza di conoscerlo. Una grande attività di ricognizione scientifica,
avviata negli anni Trenta, confluì nella storica pubblicazione “Le Sorgenti Italiane – Calabria”, curata
dal Servizio Idrografico del Ministero dei Lavori Pubblici.
Tecnici, geologi e studiosi percorsero territori allora difficilissimi da raggiungere, censendo e
descrivendo un patrimonio diffuso tra Pollino, Sila, Serre e Aspromonte.
Quasi un secolo dopo quella ricerca ci consegna una domanda persino più importante dei numeri che
raccolse: quanto conosciamo oggi dell’acqua che possediamo e quanto siamo capaci di governarne
l’intero ciclo?
Perché censire una sorgente non basta. Occorre sapere quanta acqua produce, quale sia la sua qualità,
come vari nel corso dell’anno, quali ecosistemi alimenti, quali pressioni subisca. E poi bisogna seguirla
idealmente nel suo viaggio: dalla montagna alla captazione, dai sistemi di accumulo alle condotte, dalla
distribuzione alle nostre case, fino alla depurazione e alla restituzione all’ambiente.
È in questo viaggio che la ricchezza naturale deve diventare efficienza pubblica.

La legislazione europea parte da un principio molto chiaro. Esistono direttive europee che costruiscono
la politica dell’Unione attorno alla protezione delle acque superficiali e sotterranee, alla salvaguardia
degli ecosistemi e all’uso sostenibile della risorsa nel lungo periodo. Anche l’ordinamento italiano
disciplina la tutela delle acque e la gestione delle risorse idriche attraverso un complesso sistema di
competenze, pianificazione e controlli.
Non intendo suggerire formule amministrative a chi possiede responsabilità di governo. Il decisore
pubblico conosce competenze, strumenti e procedure attraverso cui intervenire. Quelle di uno studioso
possono essere soltanto riflessioni, auspici e suggestioni offerte con rispetto al confronto pubblico.
E l’auspicio principale è molto semplice: che una regione così ricca d’acqua possa arrivare a garantire
acqua regolarmente disponibile in tutti i suoi comuni, attraverso infrastrutture moderne, reti efficienti,
monitoraggio delle dispersioni e una gestione capace di accompagnare la risorsa dalla sorgente al
cittadino.
Perché la scarsità percepita non dipende necessariamente dalla scarsità naturale.
Una parte della sfida italiana riguarda proprio le reti. Secondo ISTAT, nel 2022 (4 anni fa!) le perdite
idriche totali nelle reti comunali di distribuzione italiane erano pari al 42,4% dell’acqua immessa in rete.
È un dato nazionale, non calabrese, ma descrive con impressionante efficacia la dimensione del
problema infrastrutturale del Paese.
Accanto alle perdite fisiche esiste poi un’altra questione che non deve essere taciuta: gli utilizzi abusivi
della rete idrica. Allacciamenti clandestini, manomissioni, prelievi non autorizzati e altre condotte
illecite, laddove accertate dalle autorità competenti, non rappresentano soltanto violazioni della legge.
Sottrarre abusivamente acqua alla rete significa danneggiare una risorsa comune, alterare il
funzionamento del sistema e scaricare sulla collettività il costo di un vantaggio individuale illegittimo.
Su questo occorrono controlli, tecnologia e cultura della legalità.
Perché l’acqua appartiene alla grammatica elementare della convivenza civile: nessuno dovrebbe
sprecarla, nessuno dovrebbe sottrarla illegalmente e nessuno dovrebbe esserne privato per inefficienze
evitabili.
Ma il petrolio bianco della Calabria non rappresenta soltanto un servizio essenziale. Può diventare
economia, ricerca, turismo e occupazione.
C’è l’acqua destinata al consumo umano. C’è quella minerale. C’è l’acqua termale, capace di alimentare
turismo del benessere e soggiorni legati alla salute. Ci sono sorgenti e cascate che possono inserirsi negli
itinerari naturalistici. Ci sono fiumi e fiumare, fondamentali per gli ecosistemi e per gli equilibri
idrogeologici. C’è l’acqua indispensabile all’agricoltura. E c’è l’immenso patrimonio paesaggistico
costruito dal suo viaggio dalla montagna al Mediterraneo.
Altri territori hanno compreso che l’acqua può diventare il centro di un ecosistema economico senza
perdere la propria identità naturale.
L’UNESCO ha riconosciuto come Patrimonio mondiale le Great Spa Towns of Europe, undici città
termali distribuite in sette Paesi europei, tra cui Vichy in Francia, Baden-Baden in Germania, Bath nel
Regno Unito e Montecatini Terme in Italia. Luoghi nei quali le sorgenti minerali hanno contribuito nei

secoli alla nascita di strutture sanitarie, alberghi, parchi, architetture e servizi. La lezione è interessante:
non commercializzare semplicemente l’acqua, ma creare valore attorno all’acqua.
Singapore offre una prospettiva completamente diversa. Una condizione naturale certamente non
paragonabile alla nostra, ma un metodo dal quale si può imparare: il Paese ha trasformato la sicurezza
idrica in una strategia nazionale, puntando sulla raccolta, sulla diversificazione delle fonti e sul riutilizzo
attraverso il programma NEWater.
Non dobbiamo copiare nessuno. Ma la Calabria è in grado di costruire il proprio modello. E possiamo
imparare una cosa: l’acqua acquista ancora più valore quando un territorio riesce a collegare ambiente,
infrastrutture, ricerca, agricoltura, turismo, salute e qualità della vita.
E poi c’è qualcosa che le statistiche non riescono a misurare. Chi abbia camminato almeno una volta
sulle montagne dell’Aspromonte dopo una pioggia conosce un suono difficile da raccontare. Prima
ancora di vedere l’acqua, la si sente. Arriva da qualche parte tra gli alberi, compare tra due rocce,
precipita, scompare sotto pietre levigate dal tempo e ritorna più avanti. Sembra quasi che la montagna
respiri. L’acqua scende dalle alture, cerca la propria strada, diventa rivolo, torrente, fiumara. A volte
scompare sotto l’alveo e sembra perduta; poi riaffiora, più in basso, come se avesse memoria del proprio
viaggio.
E alla fine incontra il mare. Quell’acqua racconta anche la storia dei calabresi. Generazioni hanno
costruito paesi accanto alle sorgenti, coltivato grazie ai corsi d’acqua, riempito brocche alle fontane.
Altre generazioni sono partite portandosi dietro il ricordo di una montagna, di una fiumara, del rumore
dell’acqua che cadeva da una fontana del paese.
Forse il petrolio bianco possiede una caratteristica che il petrolio vero non avrà mai: più che essere
estratto, chiede di essere custodito. Custodire, però, non significa lasciare immobile. Significa
governare. Significa comprendere anche il delicato rapporto tra montagna, fiumare e costa. L’acqua e i
sedimenti che percorrono i bacini idrografici partecipano alla complessa dinamica dei litorali.
Prevenzione del rischio idrogeologico, gestione dei corsi d’acqua, tutela degli ecosistemi e attenzione
alla costa non possono quindi essere considerati mondi completamente separati.
La sorgente che vediamo in montagna e la spiaggia sulla quale camminiamo molti chilometri più a valle
appartengono alla medesima geografia.
Per questo immagino, da studioso e da calabrese, tre obiettivi possibili nell’arco dei prossimi cinque
anni.
Innanzitutto, conoscere ogni goccia. Realizzare un grande Atlante digitale delle Acque di Calabria,
aggiornando idealmente il lavoro degli studiosi del Novecento attraverso università, enti di ricerca e
amministrazioni competenti. Sorgenti, falde, acque minerali e termali, fiumi e fiumare potrebbero essere
inseriti in un sistema conoscitivo moderno, utilizzando GIS, sensori, monitoraggio e dati continuamente
aggiornabili. Allo stesso tempo, la tecnologia può aiutare a individuare perdite, anomalie, prelievi
irregolari e vulnerabilità delle reti.
Poi, portare regolarmente l’acqua ai cittadini prima ancora di portare i cittadini all’acqua. È forse il
principio più importante. La valorizzazione turistica e commerciale sarebbe poco credibile se non
procedesse insieme all’obiettivo di reti moderne e di una distribuzione regolare nei territori. In cinque
anni si potrebbe imprimere una forte accelerazione alla conoscenza dello stato delle reti, alla ricerca

delle perdite, alla digitalizzazione e al controllo dei consumi e delle anomalie, secondo le
determinazioni che spettano naturalmente alle amministrazioni e agli enti competenti.
Ed infine, creare la “Via delle Acque di Calabria”. Una rete capace di collegare sorgenti visitabili,
stabilimenti termali, parchi naturali, cascate, fiumare, borghi, percorsi escursionistici, università, centri
di ricerca e produzioni locali. Un progetto nel quale turismo, salute, cultura, educazione ambientale e
sviluppo delle aree interne possano incontrarsi. E magari fare della Calabria, progressivamente, anche
un laboratorio mediterraneo per il monitoraggio delle reti, il riuso, l’irrigazione intelligente e la
protezione delle falde.
Tra cinque anni potremmo così conoscere molto meglio quanta acqua possediamo, dove nasce, come si
muove, quanta ne perdiamo, quanta ne utilizziamo e come proteggerla.
Ma soprattutto potremmo avvicinarci a un obiettivo ancora più semplice e più grande: fare in modo che
la ricchezza dell’acqua della Calabria coincida finalmente con il diritto dei calabresi ad averla nelle
proprie case con continuità, sicurezza e dignità. Sarebbe questa la prima forma di valorizzazione.
Ho sempre pensato che il mare, i porti, il turismo e la posizione mediterranea della Calabria
rappresentino formidabili leve per il suo futuro. Continuo a pensarlo.
Ma oggi aggiungerei un’immagine.
Prima di arrivare ai nostri porti e al nostro mare, una parte della Calabria compie un viaggio silenzioso
dalle montagne verso la costa. Scorre. Attraversa rocce, boschi, paesi e generazioni. Qualche volta
scompare sotto terra, poi torna alla luce. Non conosce confini comunali e non distingue il piccolo borgo
dalla grande città. La chiamano acqua.
Io continuo a chiamarla il petrolio bianco della Calabria. Una ricchezza che non abbiamo bisogno di
cercare.

Emilio Errigo, nato a Reggio Calabria, è docente universitario e studioso di Diritto dell’Ambiente, Management
delle Attività Portuali, Diritto internazionale e Diritto del Mare.

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