di Isidoro Pennisi – Anche durante la conferenza stampa congiunta con Raul Castro il nostro Presidente del Consiglio ha utilizzato, oltre ad una serie di frasi e riflessioni raccattate tra ciò che sa ha anche utilizzato, come spesso gli capita, una frase per lui ricorrente: “il meglio deve ancora venire”. In sé la frase è suggestiva, rientra nella mistica dell’ottimismo che le ultime leve contemporanee dell’economia e della sociologia indicano come ingrediente fondamentale per dar modo alle loro idee in campo economico e sociale di avere anche dei risultati. Ci sarebbe da discutere su questo ma non è su questo che voglio consumare un po’ del vostro e del mio tempo. Questa maniera di dire, e che cioè il meglio deve ancora venire, io voglio inserirla in due fenomeni, uno generale ed un locale, tra i tanti che potrei indicare e analizzare per far venire qualche dubbio su questa granitica affermazione, per far notare come sia la poca capacità di misurare i tempi effettivi delle nostre responsabilità a mettere in pericolo le qualità del nostro futuro. La maniera con cui il Governo in carica sta affrontando la sentenza della Corte Costituzionale su un provvedimento importante sulle Pensioni adottato dal Governo Monti, indica una prassi ormai ricorrente in cui chi immagina, concepisce e tecnicamente progetta provvedimenti legislativi opera senza tenere conto della loro costituzionalità. Ciò avviene non perché la loro intelligenza, per quanto ridotta in alcuni casi (ma non lo era e lo è quella di Mario Monti, ad esempio) non li renda consapevoli che ciò che stanno facendo presenta profili di incostituzionalità, ma perché operando sul breve periodo sanno che una sentenza della Corte, se e quando arriverà, li troverà ormai alle prese con altre responsabilità. In sostanza, sempre più spesso si emanano leggi incostituzionali in maniera cosciente ben sapendo che così si scaricheranno le grane sui governi futuri. Il prode Ministro dell’Economia e il Governo in carica, al momento stanno facendouna cosa simile. Si stanno scervellando per trovare la maniera di far finta di rispettare la sentenza della Corte senza rispettarla, trovando la maniera di decretare qualche forma di provvedimento che salvi i conti che al momento gestiscono e rinviando al futuro il problema, che potrebbe porsi se verrà impugnato anche il nuovo provvedimento in via di costruzione e se nuovamente la Corte desse ragione a chi lo impugna. Nella vita comune questo si chiama scarica barile oppure mettere la polvere sotto il tappeto. Se dal piano generale passiamo a qualche cosa che toccherà prima o poi da vicino le genti dello Stretto di Messina, un medesimo e diffuso fenomeno avviene anche rispetto alla “certezza sismica” di questa straordinaria geografia fisica ed umana. Una certezza che, al contrario, da anni viene definita eufemisticamente e non casualmente rischio sismico.Se le azioni di chi vive in questa geografia tengono conto statisticamente solo del tempo biografico di una vita umana, allora il sisma può definirsi un rischio. Ma se dal piano della singola biografia passiamo a quella dei figli, dei nipoti e di una progenie articolata, allora la parola rischio perde di significato per trasformarsi in certezza. Se lo scenario delle responsabilità si allarga oltre l’egoismo della propria biografia, allora chi governa quest’area geografica e chi la vive debbono sapere che le attese razionali riguardo ad un terremoto nello Stretto di Messina non sono diverse da quelle che, proprio in queste settimane, abbiamo visto depotenziarsi nel lontano Nepal. Reggio Calabria e Messina, prese da problemi di breve periodo, dimenticano, anche in questo caso, un altro tipo di Corte Costituzionale, composta dalla realtà geologica, tellurica e da una storia che ne descrive le dure sentenze. Dimenticando tutto questo, le due comunità dello Stretto non fanno nulla per prepararsi a difendersi e a resistere al meglio ad un appuntamento che le troverà, se le cose rimangono come sono, pronte solo al sacrificio più tremendo anche se immaginabile, almeno da chi sa o dovrebbe sapere. Non sto parlando della questione delle abitazioni non a norma oppure della gestione del territorio del tutto autolesionista. Parlo di pensare a cosa fare e come negli attimi che seguiranno all’evento e per tutto il periodo di una emergenza che non sarà breve, di cui al momento non si possono immaginare gli esiti. Parlo della mancanza totale non di un normale e burocratico piano di Protezione Civile, di quelli che si compilano come se fossero una pratica burocratica, ma di qualche cosa di eccezionale che sia commisurato a ciò che razionalmente si attende. Anche in questo caso, ogni cosa che riguarda questo argomento dirimente ha quel senso di corto respiro che è il frutto dello scarica barile implicito, del nascondere la polvere sotto il tappeto degli eventi minuti e tattici, che dimenticano colpevolmente la necessità strategica che hanno le due città dello Stretto per avere un futuro.Come vedete non esiste molta differenza tra un piano generale e legislativo che riguarda il delicato capitolo delle pensioni e quello della difesa delle comunità dalle certezze della natura. In ambedue i casi si preferisce soprassedere, voltare la testa da una parte opposta, fare finta di nulla, sperare che le cose si sistemino da sole. Una politica non la si misura mai sul breve periodo ma su quello lungo, e chi la giudica, in genere, sono coloro che ne godono i benefici o ne pagano le conseguenze. E’ bello trastullarsi con una Esposizione Universale mentre la povertà avanza; è bello trovare soluzioni originali ai flussi migratori quando la geografia politica è in profondo mutamento; è bello dibattere sul futuro dell’Unione Europea facendo finta di non vedere plasticamente il podio della Parata Militare svoltasi a Mosca per i settant’anni della vittoria sui tedeschi, in cui i presenti e gli assenti disegnano la mappa dei rapporti di forza di un futuro non molto remoto. Il meglio deve ancora venire? Certo che può essere così. Ma chi lo dice, se non è stolto, analfabeta o sciocco, deve dire che non lo sarà per tutti e che la differenza tra le diverse politiche possibili sta proprio nel fatto che una buona politica fa di tutto per dare un equilibrio innaturale a questo destino, mentre una cattiva lascia che le cose casualmente vadano naturalmente dove capita.




