di Giuseppe Baldessarro – Il “panico” scatenato ieri dalla scossa di terremoto nello Stretto, e percepito in maniere consistente in città, dovrebbe costringere le istituzioni a farsi qualche domanda. Genitori che lasciano il lavoro e gli uffici di corsa per andarsi a riprendere i figli a scuola impone una riflessione profonda e franca. Una reazioni, quella di madri e padri, che ragionando razionalmente risulta esagerata. Esagerata e inutile per molti aspetti, ma tutto sommato anche legittima.
Una reazione che spiega in maniera chiara come le famiglie non ritengano gli edifici scolastici luoghi sicuri. Certo in alcuni casi sono stati i dirigenti a creare allarme con la scelta di portare in strada o nelle piazze gli alunni e gli studenti, ma in molti altri casi ha prevalso ed è affiorata, forse anche inconsciamente, la percezione diffusa che la scuole non siano davvero i luoghi protetti che dovrebbero essere.
Su questo le amministrazioni, comunale e provinciale, dovrebbero riflettere. Riflettere per poi fornire risposte nette alle domande che chi manda i figli in classe ogni giorno si pone. Sono sicuri gli edifici scolastici di una delle città più a rischio sismico del Paese? Gli edifici sono, ad esempio, sottoposti a periodici controlli di stabilità? Le norme sulla sicurezza sismica sono tutte osservate? I piani di evacuazioni sono sufficientemente pubblicizzati e conosciuti? Gli arredi, le scale di emergenza, le porte antipanico e tutto il resto, sono davvero a norma? Il personale scolastico sa come affrontare eventuali situazioni di rischio o emergenze?
Ecco, se le istituzioni fossero in grado di fornire risposte certe tutto sarebbe più semplice. I genitori si sentirebbero più tranquilli ed in caso di sisma, in una città devastata da abusivismo ed edilizia selvaggia, saprebbero che forze la scuola è il luogo più sicuro in cui tenere i propri figli. Ma è così?
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