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    In piedi in memoria di Giuseppe Viola, galantuomo e visionario

    di Giusva Branca – E’ facile e anche comodo indugiare nella sconfinata aneddotica personale che in tanti si porteranno appresso fino alla fine dei giorni e che riguarda Giuseppe Viola.

    Io credo, invece, che  – a fianco a questa – sia doveroso uno sforzo di lettura collettiva rispetto all’eredità che il Giudice Viola consegna oggi a una comunità intera.

    La cifra dell’uomo va ben oltre i singoli – e ripetuti – successi dei quali si è giovata più volte un’intera comunità e che sono figli di una caratteristica rara: l’essere visionario, vedere oltre, intuire molto prima del tempo sviluppi e conseguenze di una o più azioni, eventi.

    Come giocare a scacchi con uno che, mentre tu fai la tua mossa, è già avanti di 4, 5 mosse, a sua volta.

    La sua intelligenza finissima, coniugata con intuito e conoscenze tecnico/giuridiche (nonostante lui amasse dire di se di essere un “operatore del diritto modestamente attrezzato”) e culturali latu sensu fuori dal comune ci ha consegnato – per decenni e in più campi – un punto di riferimento costante per tutti.

    Riferimento per tutti, dunque, spesso in maniera invisibile, giacchè Peppino Viola i riflettori addosso non li voleva mai, piuttosto li spegneva, a costo – come faceva – di percorrere vie non affollate del centro in quelle rare occasioni in cui lo si poteva vedere in giro.

    Tenace e puntiglioso ricercatore di tematiche storiche relative al territorio (soprattutto di Bova, da dove proveniva), Viola ha avuto più di ogni altro, più di uomini politici, Sindaci, intellettuali assortiti (spesso malissimo) la capacità di leggerlo ‘sto territorio; nel tempo ha affinato la rara dote di interpretare in profondità i bisogni della sua gente e, soprattutto, quella di comprendere dove e quando si poteva osare, si poteva chiedere alle masse qualcosa in più, quando era il momento di provare a spendersi tutti assieme per qualcosa di apparentemente irraggiungibile.

    La battaglia della Corte di Appello di Reggio Calabria – prima istituita come sede staccata e poi autonoma – regala definitivamente la possibilità di spazzare via dubbi di subalternità della Città di Reggio Calabria che proprio da qui in poi, nel tempo, supererà lo spettro della vicenda-Capoluogo bypassando il problema e diventando (grazie alla Corte di Appello) altro, di più, cioè Città Metropolitana.

    Bene, quella battaglia, di retroguardia, fu caratterizzata anche da momenti difficili e venne sviluppata, combattuta in silenzio, nelle sedi e con le argomentazioni tecniche corrette, attraverso l’autorevolezza che nasce da concetti scanditi e mai urlati, da prediche che non si abbeverano mai alla fonte del pulpito (che – pure – poteva giovare) ma vivevano di forza propria e però, a cose fatte, impreziosivano sempre di più i pulpiti, anzi il pulpito, quello di Giuseppe Viola.

    Giuseppe Viola, per tutti IL Giudice, ha insegnato al territorio cosa esso sia, di quale carico di responsabilità sia vestito il presente che si fonda su un passato valoriale antico e nobile.

    E questa operazione Viola la ha fatta in maniera così elegante, delicata (e perfettamente rispondente alla statura del galantuomo) da non farla comprendere neppure al territorio stesso che via via cambiava un po’, ritrovava se stesso, senza capire come e perché ciò stesse accadendo.

    La “Cestistica Piero Viola”, inventata in maniera visionaria da Peppino in memoria del gemello Piero nel 1966, in realtà, fu un meraviglioso esperimento sociale e tale nasce sul finire degli anni ’60 e poi nei rovinosi anni ’70, quando la città di Reggio era in ginocchio, ma per davvero.

    Partire dal basso, rendere un popolo intero orgoglioso di qualcosa solo perché lo rappresenta in purezza e bellezza (sissignore, anche estetica) indipendentemente e prima di appassionarsi all’oggetto da cui genera l’orgoglio stesso, è operazione per la quale la visionarietà, addirittura, non basta più. Serve capacità di “sentire” la pancia della gente, di intercettare i bisogni, i desideri reconditi, le necessità inconfessate dei singoli che si fanno gruppo, che hanno voglia di farsi gruppo. Attorno a un totem.

    E quella Viola, per decenni, totem lo fu davvero se è vero, come è vero, che al palazzo si andava in 1500, poi 5000 e poi 10000, ma in tutta la città e la sua provincia erano centinaia di migliaia le persone che, poco o tanto, ne parlavano, se ne interessavano, moltissimi senza aver mai visto una partita.

    Eppure la Viola era di tutti, riuscendo anche nel miracolo più incredibile: abbattere le barriere campanilistiche provinciali e tirarsi dietro, indistintamente, il tifo dell’intera Calabria.

    La stima infinita che Viola si guadagnò in fretta da parte dei più importanti (e sportivamente nobili) rappresentanti del basket italiano ed internazionale – che riconobbero al Giudice forte spirito innovativo e capacità di modernizzazione, importantissime doti di mediazione e di analisi prospettica dei fenomeni più complessi – sono solo una delle testimonianze che scolpiscono a caratteri di fuoco e immutabili la storia personale di Giuseppe Viola, nelle sue varie e poliedriche vesti.

    Il resto, la sostanza dietro al sogno, la carne a fianco delle patate, era rappresentata da migliaia di ragazzi sottratti alla strada negli anni più difficili e avviati nelle palestre, da un’impiantistica letteralmente trascinata di peso nel suo sviluppo dai risultati della squadra, dal nome di una città, Reggio Calabria, che la gente poteva ricominciare a pronunciare su scala nazionale e internazionale senza abbassare la testa, dalla scalata dalla serie C al sogno scudetto e alle Coppe Europee e alla Nazionale regolarmente in riva allo Stretto.

    Tutto questo era ben chiaro da subito nella visionarietà di Peppino, quando – ed erano i primi anni ’70 – la squadra era costretta ad emigrare a Messina per non disporre di uno straccio di palestra coperta, altro che scudetto…

    E’ evidente, ora, quanto il basket, la Cestistica Piero Viola siano stati solo il pretesto più bello del mondo per individuare, affermare, diffondere quei valori umani, solidali, etici, sociali che IL Giudice indicò e che poi tutti i suoi meravigliosi compagni di viaggio si incaricarono di perseguire dietro la sua guida.

    E questo, nel tempo, venne tanto riconosciuto dal Paese intero quanto è vero che la “favola della Viola” ancora oggi è ammirata, apprezzata, riconosciuta da tutta Italia, non solo sportiva.

    Oggi un ideale, immenso, infinito applauso da standing ovation di tutto il Paese e soprattutto della sua gente accompagna il viaggio del Presidente Viola verso la nuova dimensione.

    Altri, invece, si porteranno nella tomba, quando sarà, tutto il loro livore, le loro frustrazioni, i loro meschini giochi di potere che non spaventarono mai il Giudice, al massimo “sorpreso per la pochezza degli uomini”.

    Ma questa è un’altra, miserabile, storia che non ha più neppure diritto di cittadinanza nei pensieri.

    In piedi di fronte a Giuseppe Viola, galantuomo e visionario.

    Tutti.