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    La pandemia ha esacerbato in tutta la sua gravità le disuguaglianze sociali e territoriali

    di Guido Leone* – Per gli 8 milioni di studenti italiani ad oggi l’unico punto fermo è la data di riapertura delle lezioni che inizieranno il 14 settembre. Ma potrebbe non essere così per gli studenti calabresi poiché l’Ente Regione potrebbe decidere diversamente e ritardare così il rientro degli allievi nelle classi, come peraltro stabilito in Campania dove le lezioni riprenderanno dopo le elezioni amministrative.

    Tuttavia l’anno scolastico inizierà il primo di settembre e le prime attività saranno quello di recupero per chi ha chiuso il 2019/2020 con un’insufficienza. Mai come questa volta però il ritorno, in sicurezza, in classe dopo l’emergenza sanitaria è avvolto ancora da tanti interrogativi: come riprenderanno le lezioni, per quante ore, in quali giorni, in quali classi?

    Tutto questo, molto probabilmente, le famiglie e i 78mila allievi delle scuole di ogni ordine e grado della provincia reggina lo scopriranno nelle prossime settimane. Quando i presidi faranno i conti sulle misure da prendere per assicurare la distanza di un metro tra le bocche degli alunni, le conferenze di servizi troveranno le soluzioni su arredi, aule e cantieri e i tavoli regionali monitoreranno il tutto.

    E’ una corsa contro il tempo nei 95 istituti scolastici della provincia.

    A meno di due mesi dalla prima campanella, presidi, assistenti amministrativi e bidelli trascorrono le loro giornate con il metro in mano misurando banchi e arredi, mappando aule, palestre e laboratori e corridoi: insomma tutti gli spazi utili che possono essere recuperati per far posto agli studenti rispettando le regole del distanziamento imposte dall’emergenza sanitaria. Ma per quanti sforzi facciano, allo stato, come peraltro riconosciuto dalla stessa ministra, in Italia non c’é posto per un 15% di alunni italiani, 1,2 milioni di bambini e ragazzi. Oggi le condizioni per cui le scuole riaprano in presenza non ci sono, per esempio, per il 40-50% delle scuole reggine, a sentire i dirigenti scolastici: inutile continuare a raccontare che le cose vanno bene, bisognerebbe essere onesti. A causa del ritardo in primis , con cui il confronto è iniziato e della scarsità delle risorse la situazione della gran parte delle scuole è drammatica.

    Un dato è certo : la pandemia ha esacerbato in tutta la sua gravità le disuguaglianze sociali e territoriali: le criticità dal punto di vista strutturale infrastrutturale e non solo anche delle opportunità educative in Calabria e segnatamente nel Reggino c’erano e ci sono, aggravate ,peraltro, dalla situazione emergenziale che prevede delle rigide condizioni per lo svolgimento delle attività educative e formative.

    Ma veniamo alle criticità più rilevanti. Una delle quali riguarda gli spazi. L’individuazione di nuovi locali, gli interventi di edilizia leggera, di ampliamento-adattamento delle aule  spettano ai comuni e alle province. I dirigenti scolastici attendono risposte che sarà difficile ottenere considerati i tempi ristretti. La variabile tempo è quanto mai decisiva. Settembre è dietro l’angolo con tutte le incognite di una ripartenza incerta. Rischiamo di avere situazioni a velocità diverse . Anche se la situazione può quasi definirsi omogenea a libello di bisogni infrastrutturali nei tre comprensori della provincia .Gli istituti non sono per lo più nuovi, taluni sono vetusti e datati. Basti pensare a una problematica comune a tantissime scuole italiane: i servizi igienici scolastici. Infatti, nella maggior parte dei casi, la disponibilità dei bagni negli edifici scolastici è insufficiente in rapporto al numero degli alunni e del personale scolastico. Una carenza già grave e che si acuisce ulteriormente in questa fase particolare Si può stimare un 60% di scuole della provincia in difficoltà. Con una situazione che varia da zona in zona.

    Altro problema il tempo scuola. Moduli orari da 40/50 minuti , ingressi e uscite scaglionati per classi, orario didattico spalmato su più giorni e anche al pomeriggio, se necessario. Il cosiddetto tempo scuola cambierà molto con la ripresa a settembre e potrebbe essere molto ridotto. I dirigenti reggini decideranno sulla base dell’autonomia quali saranno gli orari , avvalendosi di tutte le forme possibili di flessibilità sulla base degli spazi a disposizione e delle esigenza delle famiglie e del territorio. Non sono esclusi turni differenziati, anche variando l’applicazione delle soluzioni in relazione alle fasce di età degli studenti nei diversi gradi scolastici. Ma gli stessi non si nascondono le difficoltà per le scuole dell’infanzia e della primaria dove risultano delicate le scelte da compiere.

    La didattica a distanza ritornerà quasi certamente per le scuole superiori, anche se il ministero frena , ma le difficoltà degli spazi spingono gioco forza le scuole reggine a prevederla in caso di turnazione .Ma addirittura se i livelli di contagio dovessero ripresentarsi preoccupanti come nei mesi scorsi l’ipotesi della dad sarà più concreta anche se stavolta le cose devono cambiare. In tal senso il Ministero dell’Istruzione starebbe pensando ad un piano di riserva predisponendo delle apposite linee guida. Va sottolineato che la didattica a distanza ha rappresentato una criticità  in particolare anche per la nostra regione oltre che per tutto il Sud. La dotazione tecnologica delle famiglie calabresi presenta inadeguatezze che rappresentano un ostacolo importante e una condizione inaccettabile nel caso dell’accesso a servizi essenziali come l’istruzione.

    Durante il periodo di emergenza secondo i dati rilevati dall’AGCOM, «il 12,7% degli studenti non ha usufruito della didattica a distanza», dati «inaccettabili per una democrazia evoluta”.

    Altro nodo è rappresentato dai trasporti . Il problema preoccupa gli esperti e i virologi, ma lo sottolineano anche i nostri dirigenti reggini, non è solo la scuola ma l’andarci, cioè l’uso dei mezzi pubblici. Gli ingressi scaglionati o le turnazioni anche pomeridiane eventuali costituiranno un grosso problema per gli studenti della nostro provincia, deficitaria sotto l’aspetto dei servizi. Come abbiamo sempre rilevato in questi anno quasi il 50% della popolazione scolastica, in particolare delle zone collinari e montane del Reggino, è quasi sempre stata tagliata fuori dall’offerta formativa pomeridiana proprio per la mancanza di mezzi pubblici. Certamente occorrerà che le amministrazioni facciano uno sforzo per tutelare i nostri studenti nel loro pieno diritto allo studio.

    Altro tema delicato è il personale che gioco forza dovrà essere implementato. Perché? «Se abbiamo una classe di 20 alunni con un docente e se per attuare il distanziamento dobbiamo dividere la classe in due gruppi, abbiamo bisogno di due docenti – sottolineano i presidi -. Se abbiamo 1.500 studenti che utilizzano i servizi igienici almeno una volta al giorno e i bagni devono esser immediatamente puliti dopo l’uso, abbiamo bisogno di più collaboratori scolastici». A fronte dei primi impegni assunti dal Ministero non sembra che i sindacati siano soddisfatti rilevando, altresì, che con la ripresa delle lezioni, a fronte delle promesse fatte, saranno numerosi gli istituti che rimarranno senza docenti e personale ausiliario adeguato.

    Occorre mettere a disposizione delle scuole un organico aggiuntivo sia per il personale docente che ATA da utilizzare per eventuale sdoppiamento o articolazione delle classi, laddove necessario, per l’incremento della didattica in termini di potenziamento orario ,per il sostegno al lavoro laboratoriale (assistenti tecnici in ogni scuola di base),  per il sostegno alla didattica, alla sorveglianza e assistenza agli  alunni e per l’ intensificazione delle pulizie (più collaboratori scolastici).

    Tra le misure concrete da assumere con tempestività e richieste dalla dirigenza scolastica un controllo del territorio da parte dell’ASL rispetto alle scuole e ai lavoratori fragili (un prof su due delle superiori e uno su tre alle elementari ha più di 55 anni); inoltre la disponibilità di un medico del Servizio Materno Infantile per consulenze emergenziali, procedure standardizzate per segnalazione di sospetti casi COVID; e la sorveglianza sanitaria ordinaria e, su richiesta dei lavoratori con patologie rientranti nella cosiddetta “fragilità”, svolga la cosiddetta “sorveglianza sanitaria eccezionale” attraverso la quale attestare l’idoneità di tali lavoratori alle mansioni svolte e/o individuare eventuali prescrizioni e limitazioni.

    Per ora il ministero si è limitato a raccomandare al personale scolastico di sottoporsi, prima dell’inizio della scuola, al test sierologico (e in caso di positività al tampone). Quanto a bambini e ragazzi sono previsti solo test salivari a campione. Sui 10 milioni di mascherine al giorno che Arcuri si è impegnato a garantire a studenti e prof, c’è ancora un punto di domanda. Tutti gli alunni dai 6 anni in su sono tenuti a indossarle ogni volta che si alzano dal banco e quando non è possibile garantire il metro di distanziamento. Ma il Cts si è riservato di aggiornare la decisione a fine agosto, in base all’andamento dei contagi. Solo a quel punto il commissario saprà con certezza quanti dispositivi mandare alle scuole.

    Con la ripresa delle attività didattiche la scuola ha bisogno di potenziare quantitativamente e qualitativamente la sua offerta formativa.

    Da marzo a giugno, a causa del Covid – 19, si sono persi 190 milioni di ore di lezione in presenza, e, nonostante la didattica a distanza, molte di quelle ore si sono perse definitivamente, a svantaggio degli  alunni molti dei quali, per cause varie,anche nel nostro territorio, ne sono rimasti totalmente privi.

    È certamente opportuna la previsione di dedicare le prime settimane di lezione del prossimo anno al recupero degli apprendimenti i cui livelli sono stati valutati non sufficienti negli scrutini finali, ma non è di minore importanza recuperare un diffuso sommerso di apprendimenti non conseguiti che la valutazione di fine anno non ha messo formalmente in evidenza. Non ci deve illudere la buona performance dei cento e delle lodi degli studenti calabresi  nel recente esame di stato. La realtà dello stato dell’arte ce la forniscono come sempre i risultati delle indagini di settore  e quella  recentissima dell’Istat che ci dice che le differenze territoriali nei livelli di istruzione permangono indipendentemente dal genere a discapito del Sud.

    Proprio per questo una eventuale riduzione di orario –come dicevamo  si ipotizzano lezioni al solo mattino, anche per infanzia e tempo pieno – soppressione della mensa, riduzione della durata delle lezioni, aggraverebbe il quadro complessivo dei livelli di apprendimento e delle competenze personali. Le rilevazioni degli apprendimenti da parte dell’Invalsi potranno confermare già a cominciare dall’anno prossimo questi timori.

    La quantità di tempo scuola, in questa situazione, non è irrilevante rispetto agli esiti attesi. Diventa infatti anche funzionale all’approfondimento dei contenuti disciplinari e all’individualizzazione delle competenze, con conseguente qualificazione dell’intera offerta formativa.

    Senza considerare che il minor tempo scuola finirebbe anche per penalizzare moltissime famiglie impossibilitate ad assistere i figli (in particolare i più piccoli) come avvenuto nel lockdown imposto dal coronavirus. Ridurre il tempo scuola equivarrebbe a impedire la riqualificazione del servizio e ad accentuare la differenza dei livelli di competenza tra gli alunni, con aumento a senso unico della povertà educativa.

    Ecco perché attardarsi sulla polemica dei banchi monoposto è un falso problema, come evidenziano anche i nostri dirigenti scolastici, pur necessari in talune scuole ancora sprovviste(ma senza rotelle per carità!).

    La scuola italiana, ed ancor più quella calabrese, ha bisogno di ben più alti livelli di attenzione politica a cominciare dagli enti locali e dalla Regione.

     

     

    * già  Dirigente tecnico USR Calabria