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    Scomparsa di Don Italo Calabrò, il ricordo del Centro Comunitario Agape

    Qualcuno scrisse che i grandi uomini non muoiono mai. Una affermazione che sintetizza nel modo la figura di Don Italo Calabrò il cui insegnamento di vita è vivo e presente nella Chiesa e nella comunità calabrese a distanza di 30 anni, da quel 16 giugno 1990 quando nella Cattedrale gremita la Chiesa e la città  di Reggio lo salutarono  per l’ultima volta.

    Un sacerdote ancorato ad una profonda vita di fede e di servizio alla comunità, che è riuscito –come piace dire a don Luigi  Ciotti che con lui ha condiviso un pezzo di strada- a saldare la terra con il cielo, coniugando servizio all’uomo e vita profonda di fede.

    È così che intese stare, soprattutto negli ultimi anni della sua vita,  dentro le dinamiche di quella sua città che sempre più grondava mafia e potere. Alla sua morte alcuni giornali lo definirono “il monsignore dell’antimafia”, ma questo era un titolo decisamente riduttivo che don Calabrò non avrebbe apprezzato. Non si riteneva certo un professionista dell’antimafia. Non aveva bisogno di andarla a cercare, la mafia. Ci si scontrava tutti i giorni, costretto com’era a conviverci gomito a gomito nell’assenza dello Stato.

    Don Italo conosceva come pochi la sua città, per questo non fu mai velleitario nella sua battaglia per la legalità. Aveva optato saggiamente per una lenta guerra di posizione mostrando sempre una sorta di caparbio ottimismo della volontà. E anche se il futuro non lasciava prevedere nulla di buono, credeva che con le sue risorse Reggio ce l’avrebbe fatta a superare la sua lunga notte: “Non è ingovernabile Reggio” diceva ad Italo Falcomatà, che qualche anno dopo diventerà sindaco della città, in un colloquio ancora due giorni prima di morire.

    In quel periodo, il 1990, una terribile guerra di mafia mieteva ancora centinaia di vittime ogni anno. Era un personaggio complesso, spesso scomodo, difficilmente definibile, don Italo Calabrò.  Il suo impegno contro la mafia era multiforme, come il suo carattere. Partiva dal rapporto personale con la gente, ma anche dalla promozione dell’impegno sociale organizzato, fino alle sue vigorose omelie che ancora vengono ricordate come esempi di rottura con una certa tradizione che voleva il prete defilato su certi argomenti. Memorabile fu l’omelia pronunciata a Lazzaro il 2 agosto 1984  durante la veglia per il rilascio del piccolo Vincenzo Diano rapito dall’Anonima Sequestri.

    Fu uno dei primi grandi segnali pubblici del mutato atteggiamento della Chiesa nei confronti del fenomeno mafioso. Ma questa volta non si trattava di un semplice documento di condanna, questa volta si tentava un percorso collettivo, partecipato: si sollecitava direttamente la mobilitazione dei fedeli per reagire in modo visibile all’ennesimo attacco mafioso alla convivenza civile. Nella piazza di Lazzaro don Italo pronuncerà parole di condanna che segneranno una svolta nella società reggina, un esempio forte contro l’acquiescenza di chi preferiva non vedere e non sapere. Davanti a una grande folla e alla famiglia del bambino rapito don Italo indica la strada senza mezze parole:

    “Siamo qui per condannare il male e non lo facciamo in termini generici che molte volte, come gli antichi filosofi ci ammonivano, non hanno aderenza con la realtà contingente che si sta vivendo; siamo qui per condannare questa sera ogni male, ma in modo speciale la mafia, la nostra mafia, o ‘ndrangheta, dinnanzi alla comunità nazionale e alla comunità ecclesiale, dire che noi intendiamo isolare tutti coloro che hanno scelto la via dell’odio, la via della violenza, la via della rapina e non vogliamo e non possiamo confonderci con loro”.

    E ancora:

    “I mafiosi si ritengono uomini, e addirittura  – la parodia diventa sacrilega – “uomini d’onore”: se c’è qualcuno che non è un uomo è invece il mafioso, e se c’è qualcuno che non ha l’onore è il mafioso, i mafiosi non sono uomini e i mafiosi non hanno onore: questo dobbiamo dirlo con tutta la comprensione e la pietà”.

    L’antimafia per lui consisteva infatti in un impegno sociale continuo, sotterraneo, quotidiano, il che implicava pero una buona dose di pazienza, tenacia e, soprattutto, di coraggio

    E quanti minori a rischio sarebbero andati incontro ad un futuro senza speranza se non fossero stati accolti nelle strutture sociali messe in piedi tra mille difficoltà in un panorama di servizi pubblici pressoché desertico come quello calabrese. Il loro destino sarebbe stato quello di essere rinchiusi in uno dei tanti istituti insieme ad altre centinaia di bambini e, una volta usciti, ritornare su quella strada da cui erano stati inutilmente strappati.

    Di questi successi don Italo parlava poco, sobrio com’era. Non gli piaceva apparire, preferiva fare. Anche se ormai i suoi gesti, soprattutto negli ultimi mesi prima della sua scomparsa, suscitavano sempre più clamore. Nel gennaio del ’90 aveva elaborato insieme all’arcivescovo Sorrentino e a tutto il Consiglio presbiteriale della diocesi un documento-manifesto di dura condanna per le ripetute intimidazioni della ‘ndrangheta ad alcuni sacerdoti impegnati nelle parrocchie più esposte della provincia. Si trattava di una nuova forte presa di posizione ufficiale di rottura con la tradizione di non ingerenza della Chiesa su problemi come la mafia. La Chiesa reggina prendeva così drammaticamente coscienza di essere ormai nel mirino, esposta in prima persona alle minacce della ‘ndrangheta e lo mostrava al mondo. Firmando quel documento destinato alla pubblicazione, la visibilità del Vicario generale diventò veramente enorme, e i giornali che semplificando lo definirono subito “prete coraggio“.

    Don Calabrò si rese subito conto che quell’atto poteva avere conseguenze pesanti sulla sua persona e per la prima volta cominciò a temere per la sua vita. Riuscì ad evitare l’impiccio della scorta, ma non le frotte di giornalisti. Si abbandonava al gorgo dei media con quel sorriso tipico di chi deve prendere una medicina amara ma è ormai rassegnato. Tutti reclamavano un’intervista, un commento. Don Italo non diceva di no a nessuno, ma sapeva che quello che contava veramente erano i fatti: i ragazzi sottratti all’ambiente mafioso e aiutati a costruirsi un’esistenza più dignitosa altrove, il lavoro dato ad un padre uscito dal carcere, il perdono e la riconciliazione tra famiglie in una società come quella reggina che aveva ormai perso la sua armonia per via dell’imporsi di una terribile cappa di morte.

    “E’ vero che la criminalità organizzata riguarda solo una minoranza, peraltro abbastanza consistente, ma è anche vero che tra la maggioranza non vi è né un’adeguata presa di coscienza del problema né una costante, partecipata, mobilitazione delle coscienze, né una coraggiosa, illuminata, resistenza nonviolenta”, così scriveva sconsolato in quei giorni difficili. Aveva intuito che la lotta istituzionale e anche l’attività pastorale della Chiesa da sole potevano fare ben poco se non ci fosse stata una reazione popolare contro il predominio mafioso. Sentiva che ormai solo una generale presa di coscienza del danno che la presenza mafiosa provoca nella vita di ogni singolo cittadino potesse rappresentare un segnale tale da porre un argine alla terribile guerra tra clan che insanguina ogni giorno le strade della città.

    Lo aveva ripetuto anche nelle omelie pronunciate durante i funerali dei vicesindaci di Villa San Giovanni e di Fiumara di Muro – Giovanni Trecroci e Modesto Crea – uccisi tra il febbraio e il marzo 1990. Aveva cominciato così a insistere sempre più di resistenza popolare non violenta, forme di protesta pacifiche ma visibili, come avrebbero poi sperimentato a Palermo con le lenzuola contro la mafia esposte ai balconi e alle finestre delle case.

    Don Calabrò meditava probabilmente forme simili di testimonianza e altre forme di resistenza civile, come ad esempio il boicottaggio di negozi e supermercati di proprietà delle cosche. Ci stava pensando intensamente, e per questo aveva chiamato intorno a se buona parte degli esponenti della società civile disseminata in tutta la provincia. Doveva essere un tavolo di discussione sul problema della mafia che si sarebbe dovuto trasformare in uno strumento di iniziativa sul territorio. Si dette anche un nome provvisorio: “Forum contro la mafia”, una sorta di anticipazione di quello che sei anni anni dopo si sarebbe concretizzato a livello nazionale con la nascita di “Libera” l’associazione antimafia presieduta da don Ciotti, ma l’esperienza durò poco.

    Fu l’unica operazione di don Italo che non andò in porto. Proprio in quei giorni così intensi seppe infatti del terribile male che lo stava velocemente divorando. Continuò ad impegnarsi, ma il male ormai lo privava delle forze. Parlava della morte con estrema lucidità, riusciva persino a scherzarci su. E volle ricevere l’Olio Santo davanti ai suoi parrocchiani durante una delle sue ultime messe domenicali a San Giovanni di Sambatello.  È lì che ora riposa, nella nuda terra, in un piccolo cimitero tra le vigne. Nello stesso villaggio che aveva visto i primi passi dell’impegno antimafia di quello strano prete capitato lì quasi per caso.

    IL CENTRO COMUNITARIO AGAPE