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    Ilaria e Miran, le trame oscure di una storia di verità negate

    di Anna Foti – Da due anni non c’è mamma Luciana – papà Giorgio manca già dal 2010- a sperare, con riserve più che giustificate da omissioni, depistaggi e bugie, che la mancata archiviazione dello scorso ottobre possa gettare luce, dopo 26 anni di denegate giustizia e verità, sull’assassinio della figlia Ilaria Alpi, giornalista del Tg3, e del collega, l’operatore Miran Hrovatin, uccisi il 20 marzo del 1994 a Mogadiscio.

     

    Un viaggio a ritroso piuttosto complesso si rende necessario per capire a fondo la complessità di questa storia e cogliere la gravità delle connivenze che la attanagliano. Hanno compiuto questo la trasmissione Chi l’ha visto speciale “Uccidete Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: Chi ha dato l’ordine?”, condotto da Federica Sciarelli in onda in occasione del venticinquesimo anniversario della scomparsa di Ilaria e Miran nel 2019  (https://www.raiplay.it/video/2019/03/Speciale-Chi-lha-visto-Uccidete-Ilaria-Alpi-e-Miran-Hrovatin-chi-ha-dato-lordine-b1ea04a9-b85e-4230-adc4-f5dcfe707a15.html) e il docufilm “Ilaria Alpi – L’ultimo viaggio” diretto da Claudio Canepari e Gabriele Gravagna, scritto da Claudio Caneprari, Mariano Cirino, Massimo Fiocchi e Lisa Iotti, prodotto dalla Rai, in collaborazione con Magnolia, nel 2015 (https://www.raiplay.it/video/2016/06/Ilaria-Alpi-L-ultimo-viaggio-517b5ecd-4f17-41c6-a718-86e196cb731d.html).

     

    Tre tentativi di archiviazione

     

    Nessuna archiviazione, ancora una volta in questa vicenda che si è tentato in tutti i modi di sminuire, trattandola con frettolosa superficialità e limitandosi a mere celebrazioni  e conclusioni di comodo. Essa é invece una vicenda ancora avvolta da uno spesso velo di mistero. Prima tentata rapina, poi tentato sequestro fino all’ipotesi di omicidio su commissione, di vera e propria esecuzione. Ipotesi, quest’ultima, da subito sostenuta dai genitori, Giorgio e Luciana Alpi, costretti ad assistere a singolari accadimenti, ma che ancora non è stata al centro di indagini ufficiali, non ha volti ed è alla ricerca di mandanti ed esecutori. Tutto ciò nonostante le numerose inchieste giornalistiche, le testimonianze e gli esiti della desecretazione di atti nel 2014. Un’altra richiesta di archiviazione è stata recentemente respinta e le indagini riaperte potrebbero fornire a breve importanti novità.

     

    Lo scorso ottobre il giudice per le indagini preliminari di Roma, Andrea Fanelli, ha infatti respinto la terza richiesta di archiviazione presentata dalla Procura di Roma, disponendo ulteriori accertamenti. Costituitisi parti offese nel procedimento penale anche la Federazione nazionale della stampa Italiana e dell’Usigrai, rappresentate dall’avvocato Giulio Vasaturo che con determinazione continua a chiedere che altri atti vengano desecretati.

     

    Per la terza volta la procura di Roma, sempre rappresentata dal pm Franco Ionta, ha chiesto e non ottenuto l’archiviazione.

    Le prime due richieste furono respinte rispettivamente nel 2010 dal gip Emanuele Cersosimo e nel 2018 dallo stesso gip Andrea Fanelli.

     

    Un’ostinazione, quella della procura di Roma, piuttosto singolare vista la mole di fatti e vicende molto poco chiare emerse in questi 26 anni relativamente a questo duplice assassinio e viste la gravità e la complessità degli intrecci che, anno dopo anno, si svelano, aprendo il varco ad altri misteri e orizzonti opachi.

     

    Questo nuovo supplemento di indagine dovrebbe a giorni rivelare elementi preziosi circa le attività dell’organizzazione Gladio, operante anche in Somalia all’inizio degli anni Novanta. Un’attività da inquadrarsi nell’ambito delle misure poste in essere dagli Stati Uniti contro la minaccia russa e dell’attività delle strutture paramilitari e di intelligence disseminate ove ritenuto necessario.

     

    26 anni di depistaggi, omissioni, bugie e contraddizioni

     

    A distanza di oltre un quarto di secolo troppe le domande senza risposta e i punti da chiarire in questa storia.

     

    Iniziando dai momenti immediatamente successivi all’agguato, salta all’occhio che sul luogo del delitto, quel 20 marzo 1994 a Mogadiscio, vi fosse solo l’imprenditore di trasporti italiano Giancarlo Marocchino. Perché lui e perché solo lui?

     

    Nessuna autorità italiana e nessuna somala, nessuno tra i militari italiani (ancora presenti, seppure in assetto di smobilitazione per il rientro in patria) o rappresentante della ex ambasciata italiana, sita solo a 100 metri dal luogo dell’agguato, sul posto. Perché? Il colonnello Fulvio Vezzalini, all’epoca in forza alla missione Onu, dichiarò che uscire in quel momento fu giudicato “pericoloso” per i militari. Non fu pericoloso, però, per i giornalisti e per Giancarlo Marocchino che c’erano..

     

    Gianfranco Marocchino, che da anni viveva nella capitale somala, era una sorte di base logistica per l’esercito e per i cooperanti internazionale e un punto di riferimento per i giornalisti a Mogadiscio; era un uomo, insomma, che aveva rapporti di collaborazione con tutti. Negli anni successivi nell’ambito di una indagine in materia di cattiva cooperazione condotta dalla procura di Asti, rappresentata dal pm Luciano Tarditi, egli fu intercettato mentre parlava di un archivio di documenti che avrebbero potuto mettere in seria difficoltà il ministero degli Esteri e la Cooperazione italiana. Più volte rimasto coinvolto in indagini su presunti traffici, poi è sempre risultato comunque estraneo ai fatti.

     

    Dopo l’omicidio di due civili stranieri, fu lui, un altro civile, a sapere cosa fare e ad estrarre con l’aiuto della folla, e senza che nessuno facesse prima i rilievi del caso poi non ripetibili, i corpi di Ilaria e Miran dal pick up, dove erano stati raggiunti da colpi di mitra alla testa, per spostarli sul suo mezzo e condurli fino al porto Vecchio. Qui un elicottero della Marina era pronto per trasportare i corpi sulla nave Garibaldi per l’intervento sanitario, che purtroppo non sarebbe stato salvifico. Nessun soccorso si ritenne doveroso di prestare sul posto.

     

    Nessun altro, dunque, intervenne sulla scena di questo duplice omicidio.

     

    Fu un civile, per quanto un imprenditore italiano ben integrato e conosciuto dai somali, a compiere questo delicatissimo atto di rimuovere dalla scena del crimine i corpi. Intervistato da alcuni giornalisti intervenuti, Marocchino aveva in mano elementi preziosi come il taccuino che Ilaria aveva con sé.

     

    Altre domande da adesso in poi appesantiscono la ricostruzione.

     

    Perché e da chi furono rimossi dai bagagli i sigilli militari apposti dall’esercito dopo l’inventario degli oggetti contenuti? Dell’apposizione di tali sigilli ha riferito Giovanni Porzio, giornalista di Panorama, che con Gabriella Simoni di Studio Aperto, era stato incaricato di raccogliere gli effetti personali di Ilaria e Miran dalle stanze d’albergo Sahafi numero 202 e 203 (un filmato girato da una troupe Svizzera lo documenta).

     

    Perché l’aereo giunto in Italia con le salme e i bagagli era cambiato durante il tragitto? Quali ragioni avevano motivato le tappe intermedie in Kenya e in Egitto prima dell’imbarco sul volo Dc 9 diretto a Ciampino al termine del quale i sigilli militari non c’erano più? Rimossi i sigilli, spariti alcuni taccuini di Ilaria e, con ogni probabilità, anche le videocassette di Miran. Ne sono giunte in Italia solo sei. Poche per una trasferta come quella che attendeva in Somalia Ilaria e Miran. Poi ancora di quell’intervista al sultano di Bosaso, Abdullahi Mussa Bogor, che a dire dello stesso Bogor poi sentito dalla commissione di Inchiesta era durata alcune ore, era arrivato in Italia solo uno stralcio di venti minuti. Quelle video cassette  rimasero in Rai per un decennio senza che nessuno, prima della commissione parlamentare di Inchiesta nel 2004, le sequestrasse per inventariarle e analizzarle. Perché non era stato ritenuto utile valutarle?

     

    Ad avvertire i genitori di Ilaria, una collega del Tg3 attraverso una telefonata, senza che nessun rappresentante della Farnesina comunicasse alla famiglia di un civile morto all’estero. Alle 15, racconta Federica Sciarelli di Chi l’ha visto, la notizia venne data da Flavio Fusi, della redazione Esteri del Tg3, con voce tremolante. Poi ancora, nessun certificato di morte e nessuna autopsia fu eseguita dopo l’arrivo in Italia sul corpo di Ilaria, nonostante una morte violenta per altro avvenuta all’estero. Ne furono eseguite due ma in seguito, nel 1996 su insistenza dei familiari e nel 2004 su impulso della commissione parlamentare d’inchiesta ad hoc (non l’unica ad essere di occupata del caso). Perché non ne fu eseguita una all’arrivo a Roma?

     

    Il mistero cominciò subito ad essere intessuto e i depistaggi fecero la loro parte. Troppe le stranezze già in quelle ore immediatamente successive allo sbarco delle salme.

     

    Per questo i genitori di Ilaria, il 24 marzo 1994 sporsero denuncia contro ignoti per l’omicidio della figlia. Non sapevano che quello si sarebbe rivelato il primo atto di una lunga battaglia solitaria che non avrebbe dato loro, fino a quando sarebbero stati in vita, alcuna verità.

     

    Negli anni successivi hanno iniziato ad emergere altre omissioni. I referti redatti sulla nave Garibaldi dall’ammiraglio Armando Rossitto, ex capo dei servizi sanitari della nave Garibaldi, che analizzò subito i corpi di Ilaria e Miran, non confluirono mai nelle carte relative alle indagini sulla morte di Ilaria e Miran.

    Forse perché si attestava che la morte di Ilaria era avvenuta con un colpo alla testa esploso da vicino, tale da non poter essere associato ad una ipotesi di vittima involontaria di altro delitto, come una rapina o un sequestro, ma piuttosto di vittime designata per un’esecuzione.

    L’ipotesi dell’omicidio su commissione non avrebbe dovuto emergere. Per questo – altro mistero – come si evince da atti desecretati nel 2014, la relazione del Sismi relativa alla morte di Ilaria e Miran scritta a Mogadiscio fu visibilmente corretta a Roma, al fine evidente di manipolare i fatti e, quindi, di occultare la verità e stravolgere così gli accadimenti di quel drammatico 20 marzo 1994.

     

    Quel referto, se immediatamente considerato non avrebbe certo potuto dare adito alle ipotesi di tentato sequestro e tentata rapina.

    Ipotesi, quest’ultima alla base della condanna in appello a 26 anni di carcere per il miliziano somalo Hashi Omar Hassan poi assolto in sede di revisione nel 2016. Una condanna basata su una testimonianza falsa di un testimone chiave neppure comparso in aula durante il processo.

    Anche la detenzione per 17 anni di un innocente e un testimone falso tra la pagine oscure di questa vicenda. Tante le incongruenze e le dichiarazioni non verificate, eppure la procura di Roma andò avanti ed in secondo grado Hashi Omar Hassan, innocente, fu condannato a 26 anni.

    Doveva stare un piedi l’ipotesi della tentata rapina, la stessa oggetto delle conclusioni non unanimi della commissione parlamentare di Inchiesta sul caso, presieduta da Carlo Taormina. Insediatasi nel 2004 dopo tre proroghe e oltre due anni di attività, l’organismo concluse l lavori con una relazione approvata a maggioranza e a sostegno della morte di Ilaria e Miran, conseguenza di una rapina. Fu la commissione a sollecitare il recupero del Toyota pick up su cui si muovevano Ilaria e Miran (a distanza di oltre dieci anni!). Il mezzo fu recuperato con l’aiuto dell’imprenditore italiano presente in Somalia, Giancarlo Marocchino, l’unico ad essere intervenuto sul luogo dopo l’agguato. Esami del dna sul mezzo, non eseguiti su impulso della commissione ma disposti dalla procura di Roma qualche anno dopo, avrebbero poi smentito l’autenticità del mezzo.

     

    Nessuna indagine di omicidio, dunque, avrebbe dovuto essere avviata. Sul luogo dell’agguato, infatti, nessuna indagine fu effettivamente avviata e nessun elemento fu sorprendentemente raccolto.

     

    Qualcosa si mosse ad Udine poco più di un anno dopo, quando un cittadino somalo dichiarò alla Digos di conoscere i nomi dei mandanti del delitto eseguito da due poliziotti somali. L’indagine fu bloccata nel 1997, quando la procura di Roma l’avocò a sé.

     

    Ma depistaggi ed omissioni non finirono.

     

    Nel 2012 alcune intercettazioni della guardia di finanza, disposte dalla procura di Firenze che stava indagando su un ingente flusso di denaro tra l’Italia, gli Emirati Arabi e la Somalia, in cui due somali dichiaravano che la giornalista italiana Ilaria Alpi era stata uccisa dagli italiani stessi, dai militari italiani, furono inviate, com’era giusto che fosse, alla procura di Roma. Perché quelle intercettazioni arrivarono dopo anni a destinazione e, dunque, non confluirono mai nello specchio investigativo e processuale del caso Alpi-Hrovatin?

    L’ipotesi da insabbiare, ad oggi ancora richiamata affinché sia oggetto di indagini accurate, era stata quella di un delitto compiuto da mano somala su ordine italiano.

     

    Il colpevole che serviva e il testimone “lasciato sparire”

     

    Hashi Omar Hassan arrivò a Roma per testimoniare sulle torture inflitte dall’esercito italiano durante l’operazione Restore Hope, denunciate dal settimanale Panorama nel 1997.

    Per questi gravissimi fatti fu istituita una commissione di inchiesta Gallo e a capo della delegazione diplomática inviata in Somalia c’era l’ambasciatore Giuseppe Cassini, deputato a cercare anche elementi utili a risolvere il caso Alpi-Hrovatin ancora in attesa di risposte. Dei quasi cento testimoni raccolti in Somalia, meno di dieci miliziani furono convocati in Italia per essere ascoltati. Hashi Omar Hassan inizialmente non venne convocato. Poi invece gli venne detto di partire con gli altri per Roma.

     

    Arrivato ventiduenne come un presunto testimone di torture si ritrovò accusato dall’autista di Ilaria e Miran, Ali Mohamed Abdi Said (deceduto qualche anno dopo e anche lui atterrato a Roma con i miliziani), che solo un paio d’ore prima era atterrato con lui e aveva affermato di non conoscere nessuno. L’autista aveva anche dichiarato di non avere visto chi avesse sparato quel 20 marzo 1994.

    Contraddizioni, tra le tante, che non sarebbero mai state rilevate e analizzate.

     

    Ad accusarlo anche un altro testimone considerato di punta, che poi sarebbe sparito e che dopo otto anni avrebbe ritrattato, consentendo che un processo di revisione potesse avere luogo e che Hashi Omar Hassan fosse assolto. Dopo 17 anni di detenzione da innocente.

     

    Una vicenda giudiziaria, dunque, iniziata in circostanze controverse, non priva di colpi di scena. La prima assoluzione per non aver commesso il fatto per Hashi Omar Hassan fu del 1999. Nel 2000 la corte d’Assise d’Appello di Roma ribaltò la sentenza, condannando Hashi Omar Hassan a 26 anni di reclusione. La sentenza fu confermata in Cassazione.

     

    Una condanna però fondata su un testimone mai comparso in aula per confermare dichiarazioni mai verificate dalla Procura e dalla Digos di Roma. Dichiarazioni secondo le quali Ilaria, al momento dell’agguato, sarebbe stata seduta avanti e non dietro come si evince dalle immagini girate sul luogo dell’agguato dopo il delitto. Perché non furono verificate e perché non si andò a cercare Jelle, affinché confermasse quanto dichiarato in aula?

     

    Jelle scomparve, infatti, prima di testimoniare al processo e non fu mai cercato, nonostante fosse il testimone principale di un processo per duplice omicidio. “Fu lasciato” in una condizione di irreperibilità. Scomparso dall’Italia dalla fine del 1997 e mai cercato da alcuno. Eppure encomi solenni e premi anche in denaro furono rivolti agli agenti della Polizia che condussero le indagini e che lo seguirono per quegli 80 giorni in Italia prima della sua sparizione. Davvero molteplici gli aspetti poco limpidi di queste circostanze. Jelle non solo non comparve mai in aula ma a distanza di anni ritrattò quanto posto alla base di un processo e della condanna di Hashi Omar Hassan.

     

    A determinare il processo di revisione nel 2016 fu, infatti, proprio la ritrattazione di Ahmed Ali Rage, detto Jelle, che però non fu rintracciato dalla Procura che accusava Hashi Omar Hassan ma dalla giornalista Chiara Cazzaniga di Rai Tre per Chi l’ha visto. Jelle era in Inghilterra e ai microfoni di Chi l’ha visto dichiarò di essere stato portato in Italia per mentire e accusare un innocente, in cambio di un visto e di una vita lontana dalla Somalia in guerra. Lui non era sul luogo del delitto quel giorno e non aveva visto cosa fosse accaduto. Qualcuno gli aveva chiesto di mentire in cambio di soldi e di un visto, dunque.

     

    Hashi Omar Hassan fu assolto dopo una condanna a ventisei anni di carcere di cui diciassette già scontati. Questo è accaduto al cittadino somalo, sempre proclamatosi innocente e mai ritenuto colpevole neppure dai genitori di Ilaria. Mamma Luciana gli restò accanto non solo perché lo credette fin da subito innocente ma anche perché il suo impegno per la verità sulla morte della figlia era diventato un vero e proprio impegno civile che abbracciava anche un innocente in carcere lontano dal suo paese di origine. Hashi fu a lungo ritenuto l’unico responsabile, pur con mandanti mai cercati e individuati e un testimone lasciato sparire, per la morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Egli era un movente del fatto, come hanno specificato i suoi legali Douglas Duale e Antonio Moriconi, oltre che un capro espiatorio, poiché la sua esistenza e la sua condanna davano corpo all’ipotesi di tentata rapina oltre che assegnare un volto al responsabile di un delitto.

    C’era bisogno di questo volto per allentare le pressioni rispetto ad una verità che chiedeva ostinatamente e legittimamente giustizia.

     

    Nel 2016, in tale pronuncia di assoluzione per Hashi Omar Hassan, la corte d’appello di Perugia riferisce esplicitamente di depistaggio, segnando un momento storico per la nostra Giustizia e per questa intricata vicenda. Qualora ce ne fosse bisogno, tale sentenza ha richiamato ancora una volta al dovere civile e morale di arrivare alla verità sulla morte di Ilaria e Miran.

     

     

    L’incriminazione dell’innocente Hashi Omar Hassan e la sua condanna nel 2000 non solo hanno scritto una pagina vergognosa per la nostra Democrazia e il nostro Stato di Diritto ma hanno confermato l’esistenza di un ignobile intento di nascondere una verità evidentemente scomoda e a chiudere velocemente un caso troppo scottante.

     

    Un errore giudiziario che ha violato la libertà personale di un innocente e che sta costando agli Italiani tre milioni di euro. La corte d’appello di Perugia ha infatti quantificato in questa somma il risarcimento per l’ingiusta detenzione lunga 17 anni (su una condanna di 26 anni) da corrispondere a Hashi Omar Hassan.

     

     

    La mala cooperazione italiana nei Paesi poveri ed in guerra

     

    L’uccisione di Ilaria e Miran accelerò l’istituzione della commissione parlamentare di inchiesta sulla Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo. Emersero irregolarità, sprechi, corruzione: soldi destinati allo sviluppo e invece deviati su traffici di armi in paesi in guerra in cambio di interramento o ammaraggio di scorie radioattive e rifiuti tossici; fondi utilizzati per costruire cattedrali del deserto finalizzate a coprire altri traffici oppure deviati verso opere funzionali ad altri crimini. L’importante era spendere e far circolare soldi. Affari ghiotti e altamente redditizi per trafficanti e faccendieri che, con le complicità nelle alte sfere, si assicuravano anonimato e impunità. Loschi giri che negli anni Novanta innescarono scandali e inchieste atte a smascherare operazioni di cooperazione internazionale di mera copertura per traffici illeciti. La Somalia in piena guerra civile, sottoposta ad embargo di armi, era esattamente il paese di nessuno in cui le armi erano necessarie all’unico prezzo che un Paese in bancarotta potesse corrispondere: sé stesso, i suoi mari, la sua terra, il suo popolo. Il Paese in cui sfruttare senza scrupoli quella fragilità, in cui ogni operazione sporca (militare o commerciale o anche di spionaggio) avrebbe potuto essere eseguita e poi insabbiata e nascosta, in cui l’impunita’ avrebbe regnato incontrastata e ripagato abbondantemente ogni rischio.

     

    In questo contesto Ilaria e Miran facevano domande e documentavano e per questo potrebbero essere stati uccisi.

     

    In pieno clima di Mani Pulite, nell’Italia molto attiva nel campo della cooperazione internazionale, la magistratura si imbatté spesso in ipotesi di corruzione e sperpero. Si indagò ad Asti,  Milano, Torre Annunziata. Tutto nacque da una singolare denuncia di un imprenditore somalo che rivendicò un risarcimento alla Camera di commercio italo – somala con sede Milano, per la mancata corresponsione di quanto convenuto. Quanto preteso era in realtà una tangente. Ciò squarciò un velo fino ad allora fitto che celava verità inquietanti e gravissime su traffici internazionali di rifiuti tossici e radioattivi, su intrecci tra pezzi di istituzioni e mercanti di armi e su interessi illeciti convergenti sulla Somalia, oltre che sui territori di altri Paesi dell’Africa costiera. L’Italia, che in Somalia aveva anche un contingente militare, investiva molto in cooperazione internazionale. Quale era il suo ruolo esattamente?

     

    Il filo rosso tra lega Mogadiscio e Reggio Calabria

     

    Il delitto di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin resta uno dei misteri, non solo italiani, più intricati in cui si è imbattuta anche la procura di Reggio Calabria.

    Durante le indagini della procura reggina sugli affondamenti dolosi di imbarcazioni con carico sospetto nei mari calabresi, archiviate nel 2000, fu ritrovato il certificato di morte di Ilaria Alpi in occasione di una perquisizione eseguita in casa dell’imprenditore Giorgio Comerio, che ha sempre smentito la circostanza e si è sempre dichiarato estraneo ai fatti. Lo ha riferito l’ex pm della procura reggina, Francesco Neri nel 2005 quando, insieme al pm della procura di Paola, Francesco Greco, anche lui impegnato in una indagine analoga, fu ascoltato dalla Commissione di inchiesta sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. In quella stessa audizione il pm Greco riferì anche delle dichiarazione di Aldo Anghessa, al centro di azioni di Intelligence, che delineava sommariamente uno scenario in cui una lobby internazionale non specificata e con radici anche in Italia, gestiva un traffico internazionale di rifiuti.

     

    Nel 2008 il settimanale L’espresso, a firma di Riccardo Bocca, pubblicò un’inchiesta che riferiva della nota che il sostituto procuratore generale di Reggio Calabria, Francesco Neri, aveva rivolto al procuratore generale Giovanni Marletta nel gennaio dello stesso anno per denunciare una vera e propria manomissione del plico relativo all’indagine dalla quale sarebbero scaturite non solo la scomparsa del certificato di morte ma anche quella dei documenti di ben 11 carpette delle 21 numerate.

    A questi mistero purtroppo si aggiunge anche la morte sospetta del capitano reggino Natale De Grazia stroncato il 13 dicembre 1995 da un malore che è stato accertato, dopo vent’anni, non avere avuto cause naturali. Anche questa fu una morte rimasta senza volto e senza giustizia. Natale De Grazia si stava recando alla Spezia per compiere degli atti di indagine. Non arrivò mai. Nel 2015 è naufragato con un’archiviazione il tentativo di tornare ad indagare sull’affondamento di navi utilizzate per lo smaltimento di scorie radioattive anche nei mari calabresi. Questa volta ad archiviare fu la procura della Spezia.

     

    Natale De Grazia coadiuvava il sostituto procuratore di Reggio Calabria, Francesco Neri, nelle indagini che riguardavano lo spiaggiamento della Motonave ex Jolly –Rosso, avvenuto ad Amantea il 14 dicembre del 1990. Proprio in occasione di quell’indagine emersero legami con l’affondamento dell’imbarcazione Rigel avvenuta a largo di Capo Spartivento, nel territorio metropolitano di Reggio Calabria, il 21 settembre 1987, e con l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Un altro mistero destinato a restare fitto per tenere occulte complicità e connivenze che già sono costate vite umane.

     

    La Somalia di Ilaria

     

    La passione il giornalismo nata tra i banchi di scuola e quella per le lingue orientali, in particolare l’attitudine per la lingua e la cultura araba condivisa con l’amica Rita Del Prete, i suoi molteplici interessi, la sua curiosità: ecco cosa aveva condotto Ilaria alle corrispondenze dall’Estero prima per Italia Radio, poi per Paese Sera e l’Unita’. Infine l’ingresso in Rai e le esperienze di inviata nei paesi in guerra. Non aveva neppure trentatré anni quando è stata uccisa.

     

    Lei, ragazza ironica e allegra nei ricordo di mamma Luciana, giornalista insofferente alle cronache ufficiali, sempre con le sue scarpe aperte, il suo taccuino e la sua penna stava fuori in mezzo alla gente, cercava i fatti e si impegnava per capirli e per spiegarli. Instancabilmente appuntava e raccontava. Parlava con la gente, specialmente con le donne che ascoltava e attraverso gli occhi delle quali imparava a guardare i luoghi e a comprendere gli eventi, a conoscere la complessità della Somalia. Lei dava voce alla gente di un Paese perduto, il cui popolo soffriva la miseria e percepiva l’ambiguità degli interventi di cooperazione che non bastavano e delle operazioni militari che non portavano pace.

     

    In strada, nei campi profughi, nelle carceri, nelle scuole, in questi luoghi Ilaria aveva toccato con mano i drammi di un popolo afflitto dalla guerra civile, dalla povertà, dalla malattia, dalla disperazione. Le donne e i bambini, in mezzo ai quali trascorse molto tempo, erano i suoi occhi su un paese dilaniato da un terribile conflitto. La sua intuizione consistette in ciò che molti fecero oggetto di osservazioni assai superficiali: ascoltava donne e bambini perché per capire una guerra bisognava ascoltare chi la subiva e chi era costretto a conviverci. La questioni sociali, che mai sono banali e che invece nascono e scendono in profondità, di cui si occupava Ilaria infatti la condussero su una strada irta e scivolosa perché diretta verso verità scomode per occultare le quali forti, molteplici e spietati erano i poteri impegnati.

     

    La Somalia delle donne le schiuse lo sguardo su violenze quotidiane, su pozzi senza acqua, su strade inutili, su camion su strade isolate e con carichi sospetti, su silos che si scioglievano al sole, su aiuti umanitari insufficienti.

     

    La Somalia delle donne le aveva fornito l’osservatorio ampio per approfondire le ragioni dell’atteggiamento contraddittorio e dopo ostile e critico dei somali nei confronti degli americani e poi anche degli italiani e verso una cooperazione internazionale non assolutamente trasparente. Le donne, ma non solo, furono la chiave per capire i Somali, le loro speranze disattese come gli accordi di Pace del Cairo, di Gibuti e Addis Abeba, le loro aspettative e anche per percepire che molte ombre insistevano pure sui legami tra cooperazione militare e cooperazione civile.

     

    La povertà e la miseria imperversavano nonostante le ingenti somme stanziate per gli aiuti. La cooperazione internazionale non produceva benefici effettivi per le comunità. Benefici di cui le donne di un paese matriarcale, come le stesse definivano la Somalia parlando con Ilaria, si sarebbero subito accorte; benefici che le donne, che sentivano la terra e il popolo crescendone i figli, per prime avrebbero registrato.

     

    Ilaria arrivò per la prima volta in Somalia per caso, nel dicembre del 1992 e restò subito legata alle storie del suo popolo, ai suoi drammi, alle speranze disattese come gli accordi di Pace del Cairo, di Gibuti e Addis Abeba. In quel mese erano già sbarcati in Somalia i contingenti Onu, in attuazione della missione pacificatrice Restore Hope. Prima gli americani e poi gli italiani. Accanto a lei, per la prima volta in Somalia, il collega Massimo Alberizzi del Corriere della Sera.

     

    Nel 1992 la Somalia era quella della post dittatura di Siad Barre, dilaniata dalla carestia e dal conflitto civile tra i due signori della guerra: a nord Ali Mahdi e a sud Aidid. Una linea di confine divideva Mogadiscio che Ilaria descriveva come “una città fantasma, la bella città sul mare con il suo porto, i mercati, il suo quartiere in stile arabo, la sua cattedrale, i resti di architettura fascista non esiste più o meglio ne esistono i lugubri resti: rovine, calcinacci e vetri. Questo lo sfondo contro il quale si muovono gli attori di un dramma che è ancora lontano dalla parola fine”. Ilaria nei suoi appunti definiva quella linea come causa di un “coprifuoco non dichiarato”.

     

    Milioni di somali divisi in etnie, clan e sottoclan, faide tribali, signori della guerra e nuovi padroni, violenze diffuse, stupri, danneggiamenti, furti, assalti dei banditi ai convogli con gli aiuti. Malaria e tubercolosi endemiche e città spettrali in un paese spaccato e, secondo Ilaria, pronto ad esplodere appena i contingenti Onu lo avessero lasciato.

     

    L’Onu e gli Americani avevano scelto Ali Mahdi (sostenuto da personaggi di spicco del vecchio regime di Siad Barre) per cercare una mediazione. Il 5 giugno 1993 fu sferrato un attacco alla milizia di Aidid, colpendo la sua base radio. Lui, ricercato numero uno, che aveva dichiarato di volere un ruolo da leader nel futuro della Somalia, era diventato bersaglio di una strategia dell’uso della forza che da lì a breve avrebbe portato ad una rottura tra Roma e Washington nella gestione della missione in Somalia. Ilaria raccontava di una “guerra privata tra Aidid e Washingiton”. Intanto Ali Mahdi collaborava forse in cambio di aiuti e armi. La reazione di Aidid non si fece attendere. “Un migliaio di persone affollano la tribuna dello stadio” raccontava Ilaria il 15 giugno 1993 quando i seguaci del generale latitante Aidid inscenarono quella vibrante protesta anti-occidentale. Parteciparono anche le donne. Ilaria era lì per raccontare il dramma di quel popolo che ormai aveva imparato a conoscere.

     

    Le cose peggiorarono ulteriormente quando, fallita la mediazione, le tensioni riguardarono anche i militari italiani, nel frattempo accusati di avere tenuto una linea troppo morbida.

     

    In quel momento di profondo caos politico e sociale, la Somalia si rivelava come luogo ideale per fruttuosi e oscuri traffici, sotto il manto di una cooperazione che garantiva ingenti flussi di soldi.

     

    In Somalia c’erano anche i servizi segreti italiani, lì per tutelare i forti interessi economici ancora presenti in Somalia, colonia italiana fino al 1960, mentre una guerra civile veniva alimentata da chi vendeva e trafficava le armi in un Paese con cui, negli anni successivi, alcune procure italiane avrebbero portato alla luce importanti connessioni relative a traffici di armi e di rifiuti tossici e radioattivi (armi in cambio di smaltimento illecito di scorie radioattive con la complicità di politicimilitari, servizi segreti, faccendieri italiani e somali).

     

    Seguirono momenti di grande tensione: il 2 luglio 1993 l’attacco al checkpoint Pasta in cui persero la vita tre soldati italiani; il 12 luglio successivo nuovi attacchi e il rapimento e l’uccisione di due giornalisti. Una situazione precipitata che sarebbe degenerata fino all’abbattimento di due aerei americani in occasione di una nuova offensiva di Washington, ormai tacciato dai somali di voler solo seminare terrore tra i civili. Scene di grande contestazione degenerate nel trascinamento per le strade dei corpi dei militari americani uccisi. Uno scenario di Guerra drammatico. Era l’ottobre del 1993. La missione in Somalia poté dichiararsi fallita dopo quella giornata di “orrore a Mogadiscio che non lascia spazio ad alcuna pacificazione”, commentava Ilaria. L’evacuazione della Somalia era ormai vicina.

     

    Ilaria era già stata in Somalia sei volte con il collega operatore Alberto Calvi che ricorda con affetto e commozione i 200 giorni lì trascorsi con lei; quella settima e ultima volta lui non aveva potuto accompagnarla.

     

    Quella volta, per seguire la missione UnoSom II dell’esercito italiano nella guerra civile somala era partito con lei il cineoperatore della comunità slovena di Trieste, Miran Hrovatin che quel 20 marzo lasciò la moglie e un figlio di sette anni.

     

    Per quella settima volta le risorse messe a disposizione per la trasferta non erano sufficienti per garantire anche una scorta. Nonostante le difficoltà, Ilaria partì. Doveva tornare perché era sulle tracce di notizie evidentemente importanti.

     

    Ilaria e Miran arrivarono a Mogadiscio il 12 marzo 1994. Il contingente italiano si stava smobilitando. A Bosaso Ilaria e Miran arrivarono il 14 marzo. Dai pochi e frammentari appunti dei taccuini di Ilaria, e da quanto lasciato a Roma alla redazione della Rai, emersero alcune tracce di una inchiesta che aveva in mente di continuare a condurre in Somalia, dove con cognizione di causa era tornata e dove con brutale violenza è stata fermata. Per questo, mentre i colleghi giornalisti si recavano sulla Garibaldi per rientrare Italia con l’esercito, lei e Miran si dirigevano a Bosaso.

     

    Gli appunti di Ilaria

     

    Ilaria si chiedeva che fine avesse fatto la somma di 1400 miliardi di lire investiti in cooperazione. Ripercorrendo quei suoi appunti, già un filo esisteva e Ilaria stava cercando di ricostruirlo. Ecco alcuni dei frammenti: Shifco, Mugne, nave sequestrata, porto Bosaso principale centro economico e finanziaria del Nord-est della Somalia, pesca e tasse sulla pesca …più importante introito della città sul quale si era scatenata una sorta di pirateria giustificata come lotta alla pesca di frodo.

    Poi c’erano le immagini di Miran, quelle che giunsero in Italia, che rivelano altri importanti dettagli: spostamenti sospetti di fusti anonimi, movimenti corposi di scatole di cartone con prodotti italiani al porto do Bosaso, quella strada Garoe-Bosaso, costruita con fondi della cooperazione internazionale, una strada deserta che sembrava non servire ad alcuno e che la commissione parlamentare di inchiesta avrebbe poi definito una cattedrale nel deserto. Ad essa molto risalto, tra l’altro, decise di dare il regista Ferdinando Vicentino Orgnani nel film “Il più crudele dei giorni” (2003), con Giovanna Mezzogiorno (Nastro d’Argento) e Rade Serbedzija.

     

    Ilaria aveva intuito, aveva capito che qualcosa di grave e importante legava tutto questo e cercava risposte e riscontri. Ne aveva già qualcuna, avendo già annunciato al caporedattore Tg3 dell’epoca, Massimo Loche, notizie importanti, cose grosse.

     

    Vi erano anche altri interrogativi che Ilaria si poneva e tra questi la natura delle attività di Mugne, un cittadino somalo con passaporto italiano, coinvolto in giri affari poco chiari, forse traffico d’armi, ma mai accusato formalmente.

    Si sospettava che la società di Omar Mugne si fosse impossessata di alcune navi della flotta internazionale Shifco, di cui era amministratore, utilizzandole per fini diversi. Quali erano questi fini privati? Erano illeciti? E perché quelle navi destinate alla cooperazione venivano usate per altro?

     

    Di Mugne chiese al sultano Abdullahi Mussa Bogor, Ilaria, in occasione dell’intervista realizzata a Bosaso il 15 marzo 1994. In quell’occasione gli chiese anche di vedere la nave di proprietà Shifco, la Faraax Omar, sequestrata al porto e con a bordo cittadini italiani, somali e croati. Lui, molto evasivo sull’argomento, disse che la nave era in quarantena per un’epidemia di colera.

     

    Nel taccuino trovato nella redazione della Rai, dunque rimasto in Italia, unitamente alla somma di un miliardo e quattrocento milioni di lire scomparsi, balzavano agli occhi anche la conceria e il mattatoio rimasti inattivi a Mogadiscio e un riferimento al Cefa, Centro europeo di Formazione Agraria con sede in Bologna, che come ricostruito dal giornalista Andrea Palladino, compare anche in una informativa del Sismi relativa alla presunta fornitura di armi per la fazione del generale Aidid erogata, simulando un’opera umanitaria, proprio dal Cefa. Il contenuto di questa informativa fu poi smentito da un’indagine della procura di Roma. Ilaria nei suoi appunti parlava del Cefa e di una nave bloccata nell’atto di partire per la Somalia e alla quale sarebbe stato chiesto di qualificarsi come “Coop” (Cooperazione?). Perché?

     

    In Somalia, dunque, non solo erano presenti i servizi segreti italiani ma essi si occupavano di questioni attenzionate anche da Ilaria.

     

    Tra le tante stranezze anche le navi della cooperazione che avrebbero dovuto supportare il paese che viveva di pesca. E invece…

    Un esito inquietante ebbe un’indagine europea proprio sulla Pesca in Africa: navi italiane donate alla Somalia per la pesca, per conservare e vendere il pesce e consentire alla Somalia di riattivare la sua economia, non avevano celle frigorifere ma contenevano armi ed altro materiale illecito (rifiuti pericolosi, forse). Dunque navi da pesca donate dall’Italia alla Somalia per la pesca ma senza celle frigorifere?

    Ad evidenziare queste risultanze sconcertanti è stato l’ex funzionario del ministero degli Esteri, Franco Oliva, sopravvissuto ad un agguato in Somalia alla fine del 1993, solo pochi mesi prima della morte di Ilaria e Miran.

     

    Ma, come ricostruito dalla giornalista Lisa Iotti ne L’ultimo viaggio, sulla motivazione del sequestro della Faraax Omar, altre ombre sono emerse dal rapporto Onu sulla sicurezza in cui si riferisce di una violazione dell’embargo di armi alla Somalia commessa nel marzo 1994. A commetterla una nave Shifco con un carico di armi di cui una parte proveniva dalla Polonia e una parte dagli Stati Uniti. Un carico troppo grande, però, che la Faraax Omar non avrebbe potuto contenere. Ma il fatto che le armi provenienti dagli States viaggiassero illegalmente con un carico di provenienza e produzione polacca destinato al paese africano e che la Faraax Omar e l’equipaggio fossero stati liberati al suo passaggio, confermava un misterioso collegamento tra il carico, il sequestro e non solo. Perché e dove erano dirette le armi americane? Non in Somalia dove non arrivarono mai. Probabilmente erano dirette in Croazia per armare il fronte contro i serbi filo russi, in pieno conflitto balcanico. C’era bisogno di una copertura per questo trasferimento e così, pur se al prezzo di un giro anomalo di un’altra nave Shifco che passò dalla Somalia senza fermarsi e proseguendo verso l’Iran e poi oltre, quelle armi americane viaggiarono, ma fino ad un certo punto, con armi polacche destinate ad alimentare la guerra civile somala. La loro meta era la Croazia.

    È sempre il rapporto Onu sulla Sicurezza a rivelare di un’altra violazione dell’embargo alla Somalia risalente al 1992, quando giunsero delle armi, sempre a bordo di nave Shifco ma con una provenienza piuttosto singolare: il porto di Liepaja, a 200 chilometri da Riga, in Lettonia. Le armi erano sempre di produzione polacca e questa triangolazione Polonia – Lettonia – Somalia del 1992, rientrava in una rete di traffici più ampia facente capo al noto trafficante d’armi siriano Monzer al-Kassar. Quell’attività veniva ricondotta a Dibrancs, ex ufficiale dell’Armata Rossa, all’epoca dipendente del ministero degli Esteri lettone. La medesima triangolazione fu ripresa nel 1994. Quel carico americano per la Croazia sarebbe rientrato in una delle sue rotte. Erano vicini a capire tutto questo Ilaria e Miran, proprio in quei giorni a Bosaso?

     

    Insomma le domande abbondavano e Ilaria e Miran certamente non smettevano di cercare risposte come le stranezze non smettevano di verificarsi. Un alone di mistero avvolse anche le circostanze in cui Ilaria e Miran “persero” l’aereo che da Bosaso li avrebbe dovuti riportare a Mogadiscio, il 16 marzo 1994. A Mogadiscio ci arrivarono il 20. Il giorno dopo sarebbero rientrati in Italia. Ma quella telefonata ricevuta da Ilaria cambiò tutto. Di corsa Ilaria e Miran lasciarono l’albergo Sahafi, nella zona sud di Mogadiscio (quella sotto il controllo di Aidid) per dirigersi verso la zona nord di Mogadiscio, quella sotto il controllo di Ali Mahdi, all’hotel Amana dove sostavano gli altri giornalisti e dove Ilaria negli ultimi viaggi non aveva più sostato, preferendo il Sahafi. Con un solo uomo di scorta e un autista a bordo del Toyota pick up avevano oltrepassato la linea di confine per raggiungere l’hotel Amana e incontrare chi? Chi aveva chiamato Ilaria? Cosa c’era di così importante da fare che fosse all’altezza di quel rischio, di oltrepassare la linea di confine con un solo agente di scorta?

     

    Il filo rosso tra lega Bosaso e Trapani

     

    Un altro punto da chiarire emerse dall’inchiesta condotta dai giornalisti de Il fatto Quotidiano, Andrea Palladino e Luciano Scalettari, che riferirono di documenti inediti inviati dal Sios di La Spezia (il comando del servizio segreto della Marina Militare) a Balad in Somalia, il 14 marzo del 1994, il giorno in cui Ilaria e Miran arrivarono a Bosaso. In uno di questi si legge: “Causa presenze anomale in zona Bos/Lasko (Bosaso Las Korey, nda) ordinasi Jupiter rientro immediato base I Mog. Ordinasi spostamento tattico Condor zona operativa Bravo possibile intervento”. Perché Bosaso è attenzionato dai servizi segreti italiani? Perché proprio in quei giorni? Chi è Jupiter e perché, in ragione di queste presenza anomale non meglio specificate (forse quelle di Ilaria e Miran) avrebbe dovuto rientrare subito a Mogadiscio da Bosaso?

     

    Per dovere di cronaca è il caso di ricordare che solo pochi mesi prima dell’omicidio di Ilaria e Miran, proprio a Balad, durante la missione Ibis II rimase ucciso in un agguato Vincenzo Li Causi, sottoufficiale del Sismi, servizio segreto militare italiano, impegnato tra il 1987 ed il 1990 in qualità di maresciallo presso la struttura di Gladio operante a Trapani (il centro Scorpione), una delle cinque sezioni operative della cellula siciliana di Gladio (organizzazione paramilitare aderente alla rete internazionale Stay behind promossa dalla Nato per contrastare una possibile invasione dell’Europa occidentale da parte dell’Unione Sovietica e anche della ex Jugoslavia e dei Paesi del Patto di Varsavia in collaborazione con i servizi segreti), forse contigua proprio all’associazione Saman di Trapani. La dinamica dell’imboscata in cui perse la vita Li Causi é ad oggi ancora oscura. Li Causi aveva redatto una relazione sulla comunità di recupero di tossicodipendenti Saman, operativa a Trapani. Perché? Li Causi avrebbe dovuto comparire in Italia davanti al giudice Felice Casson per riferire in merito ai traffici di armi e scorie nucleari in Somalia, in cui erano coinvolti servizi segreti italiani. Con il giudice Casson parlò di questo argomento anche Ilaria, prima dell’ultimo viaggio in Somalia.

     

    I giornalisti Andrea Palladino e Luciano Scalettari andarono oltre e riuscirono ad associare a Jupiter, un civile tuttofare Giuseppe Cammisa, braccio destro di Francesco Cardella, il guru della comunità Saman, sostenuta anche dal leader socialista Bettino Craxi e fondata unitamente al giornalista di Radio Tele Cine, Mauro Rostagno, ucciso il 26 settembre del 1988. La matrice mafiosa del delitto di Mauro Rostagno fu riconosciuta 26 anni dopo, nel 2014 quanto nell’ambito del processo bis furono condannati all’ergastolo i boss trapanesi Vito Mazzara e Vincenzo Virga, rispettivamente l’esecutore e il mandante del delitto. Ma il mistero su quella morte non fu completamente svelato. La mafia lo uccise per le sue inchieste. Ma fu solo la mafia ad ucciderlo? L’ex procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Antonio Ingroia, è certo di no.

     

    Il contesto in cui operava Mauro Rostagno è quello di una Trapani dove ancora qualcuno negava che la mafia esistesse. Invece proprio Trapani, sosteneva Paolo Borsellino, era il santuario della mafia di Palermo, luogo dove insistevano forti interessi illeciti ma lontano dai riflettori e dunque ideale per i latitanti. A Trapani, inoltre, aveva sede una delle cinque sezioni operative della cellula siciliana di Gladio (il centro Scorpione).

     

    Per questo Giuseppe Cammisa, che a Trapani lavorava per la comunità Saman che stava espandendosi anche in Somalia, compare con il nome di Jupiter in quel documento del Sismi nel marzo 1994? Altrimenti, perché il suo nome? Perché non è stato mai ascoltato su queste circostanze?

     

    Giuseppe Cammisa era presente a Bosaso per la costruzione di un ospedale, progetto promosso dalla comunità Saman su impulso di Francesco Cardella. L’ospedale non fu mai realizzato ma lui era in Somalia nei giorni in cui c’erano anche Ilaria e Miran. Perché era lì in verità? Che collegamento c’è, se c’è, con il mancato volo di Ilaria e Miran quel 16 marzo e con la loro uccisione? Perché non è stato mai sentito dagli inquirenti o dalla commissione di Inchiesta?

     

    L’inchiesta giornalistica di Mauro Rostagno e i carichi di armi da Trapani verso la Somalia

     

    Le maglie di questa vicenda sono talmente intricate che negli anni hanno rivelato connessioni anche con quelle condotte dal procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, che istruì il secondo processo sull’omicidio di Mauro Rostagno. Il giornalista impegnato dell’emittente trapanese Radio Tele Cine, tra i fondatori di Lotta Continua e della comunità Saman – per conto della quale Jupiter, all’anagrafe Giuseppe Cammisa, era in Somalia nel marzo 1994 per proporre la costruzione di un ospedale mai realizzato – fu freddato da diversi colpi di arma da fuoco, il 26 settembre 1988, per le denunce di intrecci tra cosa nostra, servizi segreti, politica e massoneria in quella che era diventata la sua città, Trapani. “Mi sento più trapanese dei trapanesi perché ho scelto di esserlo”, diceva.

     

    Perché è stato ucciso Mauro Rostagno?

     

    Per le sue inchieste e la sua attività di giornalista. A Trapani, infatti, Mauro Rostagno, di origini torinese, sociologo e attivista al tempo delle contestazioni giovanili e studentesche, animatore del centro culturale Macondo punto di riferimento per la Sinistra estrema a Milano, dopo esperienze in Italia e all’estero, si era reinventato giornalista. Proprio a Trapani aveva fondato la comunità degli Arancioni denominata Saman, ispirata agli insegnamenti di Osho, forte dell’esperienza del viaggio in India condotta con la compagna, Chicca Roveri, la figlia Maddalena e l’amico Francesco Cardella, con cui al rientro fondò Saman dove operava anche Giuseppe Cammisa. Mauro aveva solo 46 anni quando è stato ucciso ma tante erano le vite che aveva vissuto. Alla dimensione spirituale approdò dopo avere militato a lungo nella Sinistra extra parlamentare. Tanto fuori quanto dentro si possono innescare rivoluzioni, diceva. A Trapani con il passare del tempo la comunità Saman abbracciò ex tossicodipendenti, negli anni cui la droga uccideva tanti giovani per strada.

     

    Mauro era un giornalista con il piglio della militanza politica e dell’impegno civile, che con impegno limpido e sfrontato procedeva sempre con una rigorosa analisi dei fatti di cui veniva a conoscenza, denunciando connessioni scomode e per questo aveva ricevuto anche molte minacce. Eppure le indagini non furono spedite e neppure fluide e, forse, anche segnate da un tentativo di depistaggio che dirottò inutilmente le indagini verso l’ipotesi di un coinvolgimento di Mauro nel delitto del commissario di polizia Luigi Calabresi. Al netto di queste parentesi, la pista mafiosa si alternò con quella di alcuni fondi distratti dalla comunità Saman che intanto, dopo la morte di Rostagno, aveva aperto sedi all’estero (anche in Somalia?) diventando una holding. Mauro Rostagno avrebbe approvato? Sarebbe stato d’accordo? E se invece avesse pagato a caro prezzo la sua integrità e la sua intransigenza?

     

    Come gli appunti di Ilaria Alpi, dopo il delitto scomparì anche una videocassetta che Mauro teneva sulla scrivania accanto alla foto della figlia, contenente probabilmente le immagini che Mauro aveva girato all’aeroporto militare dismesso di Trapani, a lungo cercata dalla sorella Carla.

     

    Quella video cassetta, di cui parlò anche il collega operatore Gianni Di Malta, avrebbe potuto provare come il posto di cibi e medicinali scaricati da una pancia di aereo veniva occupato da un carico di armi destinate proprio alla Somalia. Giunto a destinazione nel porto di Bosaso, si eseguiva l’accordo. Un traffico di armi coperto da operazioni militari. Quel filmato all’aeroporto Kinisia di Trapani era una prova inconfutabile di traffici di scorie e armi, coperti da una campagna di aiuti umanitari. Forse anche una prova di tradimento, se fosse stata coinvolta la comunità Saman e lui lo avesse scoperto. Una prova da far scomparire. E così fu, dopo il suo omicidio. Erano immagini scomode come quelle girate in Somalia, al porto di Bosaso. Una connessione importante ed inquietante tra i due delitti e le due inchieste.

     

    Sarebbero andati perduti, ma questa volta per incuria e indolenza, anche i filmati realizzati durante la sua attività giornalistica. Erano rimasti ammassati nel magazzino di Rtc del decenni, nonostante le indagini e i processi. Furono infine salvati dalla dismissione della redazione di Radio Tele Cine e, con l’aiuto di Carla Rostagno, sorella di Mauro, furono acquisiti dalla Filmoteca Regionale Siciliana, dove oggi è custodito l’intero archivio di Mauro Rostagno. Le videocassette sono state studiate dal regista Alberto Castiglione che, dopo il documentario Una voce nel vento realizzato nel 2005, ne ha tratto un altro docufilm “La rivoluzione in onda” (Koine’ film) nel 2015).

    Il lavoro di Castiglione ripercorre le inchieste di Rostagno e le tappe salienti della vita di Mauro e del suo impegno per Non Far Cadere La Coltre Del Silenzio Sul Nulla (Redazionale del 30 giugno 1988).

    Un lavoro prezioso e necessario che ha rappresentato parte delle prove a sostegno del processo e delle successive condanne. Alberto Castiglione è stato infatti anche chiamato a testimoniare nel processo, proprio in merito al ritrovamento delle video cassette.

     

    Restano, tuttavia, anche in questo delitto dei lati oscuri che quella video cassetta avrebbe certamente rivelato, contribuendo a svelare verità scomode, a stroncare dei traffici, a recidere intrecci e intrighi e, chissà, forse anche a salvare delle vite.

     

    Noi non archiviamo

     

    Questo 20 marzo 2020 è il secondo senza Luciana e il decimo anche senza Giorgio: la mamma e il papà di Ilaria Alpi assassinata 26 anni fa in una domenica di primavera a Mogadiscio insieme a Miran Hrovatin.
    Questo 20 marzo 2020 non ci dirà ancora, forse, se l’amore per la verità e la giustizia avrà spinto e/o spingerà la Procura di Roma con il nuovo Procuratore Generale a ridare impulso a una inchiesta sull’assassinio di due cittadini italiani.
    “…due giornalisti, insigniti della Medaglia d’oro al Merito Civile della Repubblica italiana”, ha scritto Mariangela Gritta Grainer, portavoce #NoiNonArchiviamo e autrice con Giorgio e Luciana Alpi del libro inchiesta “L’esecuzione – Inchiesta sull’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin” (Kaos edizioni 1999). Ha affidato ad un lungo post il messaggio di questo anniversario che cade in un momento così particolare per il Paese e per il Mondo, l’ex componente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla attuazione della politica di Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo e amica della famiglia Alpi.

    “Forse da qualche parte Luciana e Giorgio hanno ritrovato Ilaria. Li abbracciamo tutti e tre noi, quelli che in questi anni si sono impegnati, hanno seguito, trepidato, sofferto per la verità e la giustizia che ancora non c’è: vogliamo che sentano tutto il nostro amore perché non si sentano soli e rinnoviamo il nostro giuramento: noi non archivieremo mai.

    Sarebbe un bell’inizio se il nuovo Procuratore segnalasse che la giustizia non può più attendere: ‘andrà tutto bene’ che percorre il paese in queste settimane difficili troverebbe una conferma importante”, ha concluso Mariangela Gritta Grainer (www.ilariaalpi.it).