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    Discettando di Aleramo e Pasolini

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    di Damiana Benavoli –
    Un viaggio inedito e profondo tra le pieghe e le vite, straordinarie quanto intense ,di due personaggi al di sopra dell’ordinario e del politically correct.

    Due esistenze singolari, intense quanto dirompenti fino ad incarnare l’essenza della diversità umana nel suo significato più poetico e sublime.

    Sibila Aleramo e Pier Paolo Pasolini hanno rappresentato proprio questo: i due “prototipi” che meglio di altri hanno incarnato l’essenza della diversità umana.

    Di loro e della loro opera poetico-letteraria si è discusso nel corso di un convegno organizzato dalla Commissione regionale per le Pari opportunità e al quale hanno preso parte, tra gli altri, Don Virgilio Fantauzzi e il filosofo reggino Glauco Morabito.

     

    L’incontro, moderato dalla giornalista Anna Briante, si è articolato in due distinte fasi: durante la prima, si è aperto un focus sulla vita e sulla poetica di Pier Paolo Pasolini il cui poliedrico ingegno si è manifestato nelle forme della poesia, del romanzo e soprattutto del cinema.

    Da qui lo spunto per analizzare a fondo la sua poetica attraverso l’analisi, a cura di don Fantuzzi, de “L’Edipo re”, produzione del 1967 con un cast d’eccezione come Alida Valli, Franco Citti nel ruolo di Edipo e Silvana Mangano.

     

    Dalla tragedia originaria, quella di Sofocle, Pasolini ne trae una trasposizione cinematografica attratto, oltre che dalla statura tragica del protagonista,  anche dal fatto che la vicenda di Edipo rappresenta l’ emblema della “condizione umana” occidentale, di una vita resa cieca dalla volontà di non sapere ciò che si è, di ignorare la propria “verità”.

     

    Don Fantuzzi ha masso in luce la forte coincidenza tra la vita del personaggio sofocleo e lo stesso Pasolini: una vita fatta di sofferenza e chiusura verso la vita medesima sino al punto di sublimare, freudianamente, questo senso di alienazione nella forma poetica della diversità e che induce lo scrittore bolognese ad affermare, cosciente della propria diversità, che “la morte non è nel non poter comunicare ma nel non poter essere più compresi”.

     

    Pasolini si lega poi con la vita e l’opera di Sibilla Aleramo con il tema della diversità a fare da trati d’union.

    A relazionare sulla scrittrice – considerata la prima femminista italiana che con la sua vicenda umana dà testimonianza della condizione delle donne tra fine ‘800 e primo ‘900 – Zina Crocè, coordinatrice del Gruppo di lavoro “Cultura e comunicazione della Commissione PO del consiglio regionale della Calabria.

     

    La Crocè, dopo aver messo in luce anche attraverso frammenti letterari di denuncia lo stato di segregazione che accomunava le donne dell’epoca, ha voluto altresì evidenziare “quel percorso di autocoscienza, emancipazione  e liberazione che la stessa Sibilla ha saputo intraprendere (…) andando alla ricerca di una esistenza lontana dalla semplice sopravvivenza basata sul compromesso e sull’ipocrisia”.

     

    Nella sua veste di femminista poi Aleramo ha, con la propria scrittura, saputo rappresentare la donna “nuova – ha ribadito ancora la Crocè – che rivendica la possibilità di scegliere la propria vita e che si assume la responsabilità delle proprie scelte”.

     

    La diversità di Aleramo, nella vita di ogni giorno, si amplifica anche e soprattutto nella sua collocazione di donna – letterata che “cerca il suo spazio– ha chiosato Crocè – nella cultura contemporanea utilizzando le proprie caratteristiche espressive fino a rappresentare un modello di donna nuova, libera da schemi e pregiudizi”.