Si rivelano sempre più fondamentali le dichiarazioni del pentito eccellente Bruno Piccolo, nell’inchiesta sull’assassinio del vice presidente del Consiglio regionale calabrese.
Secondo quanto appreso, un mese dopo il suo arresto il ventisettenne spedì dal carcere di Sulmona dove era detenuto, una lettera al sostituto procuratore Giuseppe Creazzo, della Procura reggina in cui annunciava la sua volontà di voler collaborare con la giustizia.
Piccolo, titolare di un bar pasticceria a Locri, secondo indiscrezioni, aveva avuto la possibilità di ascoltare alcune conversazioni tra affiliati della cosca Cordì che si incontravano proprio nel suo locale nella fase di preparazione dell’omicidio Fortugno.
Il suo arresto il 15 novembre scorso nell’ambito dell’operazione “Lampo”, aveva suscitato preoccupazione anche per lo stesso Vincenzo Cordì, ritenuto il capo dell’omonima cosca (nipote di Antonio “u ragiuneri”), e detenuto nel carcere di Palmi.
Tanto che quest’ultimo nei giorni successivi aveva inviato una lettera al ragazzo, piena di velate minacce,
“…L’importante in questi luoghi”, scrive Cordì riferendosi al carcere, “è stare tranquilli e farsi la galera con onestà rispettare tutti quelli che ti rispettano nella tua stanza….. parlare poco e solo quando è necessario, e sai com’è se c’è qualcuno che fa il furbo tipo ti dice con questa accusa chissà quanto galera fai, tu gli rispondi che non importa quanto galera faccio, l’importante è uscire a testa alta e che la galera non ci impressiona…. Comunque se hai bisogno di qualcosa o hai qualche problema, fammelo sapere subito…”.




