di Grazia Candido (foto Antonio Sollazzo) – Quando si ha più paura di vivere che di morire, il rifugiarsi nella malattia diventa una fuga dai problemi. Una contraddizione in termine perché tutti coloro che tendono a preservare la propria esistenza alla fine, finiscono per non viverla.
Il messaggio che lascia la commedia “Il malato immaginario” di Molière, andato in scena ieri sera al teatro “Cilea” all’interno della kermesse “Le maschere e i volti” della Polis Cultura che registra un altro meritato sold-out stagionale, non è solo forte ma dimostra ancora una volta, l’attualità di un testo, un vero capolavoro, perché tanti sono gli Argante creati dal Covid-19, persone che si sono rintanate in casa per la paura di vivere.
Ma ieri, nella massima culla dell’arte reggina, uno strepitoso Emilio Solfrizzi è riuscito a combattere il timore della pandemia sociale e indossando i panni di Argante, un ipocondriaco, fa riflettere e sorridere il pubblico con un testo classico ma moderno al tempo stesso. La convinzione del protagonista di essere molto malato, fa spazio all’ira, ad una ingiustificata aggressività contro la figlia alla quale vuole imporre di sposare un medico con l’unico intento egoistico di avere un dottore a casa, in quanto suo genero. Questo circuito di tradizioni dove il pensiero ed il sentire individuale sono tacitati dalla volontà genitoriale, verrà spezzato proprio dalla primogenita Angelica.

L’opera frizzante, il cui adattamento porta la firma di Guglielmo Ferro, mostra sin dal primo atto, la sinergia di un cast ironico e a tratti, geniale che si muove dentro una semplice scenografia, sviluppata in verticale per dare l’idea di una vera casa su più piani. La scelta di alcuni dettagli scenografici come la grande libreria-scaffale che si erge al centro del palco e si staglia verso l’alto, è l’emblema dell’uomo che non riesce a vedere mai la fine. E sono proprio tutti i personaggi a costruire la “scala di emozioni”, fatta di preoccupazione, apprensione, timore dell’ignoto.

Al pubblico piace quell’Argante pieno di energia, soprattutto quando si dimentica di essere malato (come dice la serva Tonina: “E’ buono di cuore e fa un po’ tenerezza per come si fa manipolare”) e quel gioco delle parti dove ognuno offre quello di cui necessita l’altro.
“In questa nostra lettura di un testo che è una colonna della drammaturgia mondiale, abbiamo voluto rendere un po’ più vigoroso il personaggio: Argante è un uomo che si protegge, che ha bisogno di energia per difendersi anche dalle persone che gli vogliono bene perché nella sua testa, li vede un po’ nemici della sua ipocondria – afferma Solfrizzi – C’è una parte dentro di sé che soffre veramente, non è solo un malato immaginario. Gli ipocondriaci quando immaginano di avere una malattia, la soffrono e diventano iracondi perché vorrebbero vivere questa vita in fuga. Per Argante è difficile accettare il vero volto della realtà ed ammettere la sua non infermità”.

Lo spettatore è stregato dalla versione fresca ed agile di questo capolavoro, i cui meccanismi comici sono stati rinnovati senza stravolgerne la sua classicità.
L’essere in guerra con il mondo e dal mondo soggiogato, mette a nudo l’insicurezza di un uomo sano, che non ha problemi di salute e, solo quando se ne renderà conto, prenderà coscienza di essere semplicemente ignorato, indifferente agli occhi di tutti.
Gli applausi finali, premiano non solo la Polis Cultura del direttore artistico Lillo Chilà che ha portato in scena un testo sublime ma anche, l’impeccabile prova attoriale di Solfrizzi che è riuscito a trasformare una maschera in un uomo del nostro tempo, con tante fragilità e la perenne paura di rimanere solo.






