di Isidoro Pennisi – Ogni tanto ci si dovrebbe arrendere all’evidenza. Ogni tanto dovremmo astenerci, dal ridefinire cosa siano le cose, ricordare chi erano le persone, rammemorare chi eravamo noi quando esse erano la gloria dei nostri anni. Ogni tanto, si dovrebbe dare spazio al Teatro e far riposare gli attori e gli spettatori. Far parlare il Teatro dei Sogni, chiedergli se può raccontare da dove viene tutta la pazienza che fa durare nel tempo, nonostante tutto, nonostante noi, quel lungo e antico canto della vita. Non sopporto chi sottovaluta eventi, azioni, istituzioni, modi di reagire e di fare, che, ci piacciano oppure no, si ripetono da millenni, secoli, decenni, tanto che, di fronte ad essi, la nostra biografia sembra solo un soffio di segatura.
“Ciò mostra che nel Calcio deve piacere qualcosa di originariamente umano, e ci si chiede da dove un gioco tragga questa forza. Il pessimista dirà che succedeva la stessa cosa nell’antica Roma. Le masse gridavano: panem et circenses, pane e divertimenti. Pane e divertimenti sarebbero l’unico scopo esistenziale di una società decadente, priva di obiettivi più elevati. Anche se si accettasse questa teoria, essa non sarebbe assolutamente sufficiente. Bisognerebbe difatti allora chiedersi: da dove viene questa fascinazione per il gioco, tale da porlo allo stesso livello d’importanza del pane? A questa domanda si potrebbe rispondere, tenendo presente la situazione dell’antica Roma, che l’invocazione di pane e divertimenti fosse, in effetti, l’espressione del desiderio d’una vita paradisiaca, d’una vita di felicità senza preoccupazioni e di totale libertà. Perciò in ultima analisi il collegamento col gioco sarebbe questo: nell’agire, completamente liberi, senza scopo e senza necessità, e ciò impegna ed esaurisce tutte le forze degli uomini. In quest’ottica il gioco sarebbe dunque una specie di ritorno a casa in Paradiso: la fuga dalla schiavitù del vivere di tutti i giorni e dalle sue preoccupazioni vitali verso un vivere libero, che non deve essere così e che proprio per questo è bello. Conformemente a ciò, il gioco oltrepassa certamente la vita quotidiana; esso ha, in primis fra i bambini, certamente un altro carattere, è un apprendistato alla vita.”
Non dirò di chi sono le parole che avete letto, e lascio al lettore la volontà di scoprirlo. Se però queste parole vi sembrano convincenti, allora provate per un attimo a rivedere ciò che pensate, del calcio. Provate a farlo sia se siete dei tifosi a vita persa, sia se lo disprezzate, come se fosse una delle tante tracce che confermano il pessimismo di superiorità, di chi crede che il progresso sia in ritardo, come un treno che abbia avuto qualche intoppo.
Tutto avvenne tra 1990 e il 1991. Nella Primavera del 1990, prima dell’infausto mondiale ospitato a Roma, l’Italia aveva conquistato tutte e tre le Coppe europee: il Milan, la Coppa dei Campioni a Vienna sul Benfica; la Sampdoria la Coppa Coppe a Goteborg, contro l’Anderlecht; la Juventus la Coppa UEFA nella finale, tutta italiana, contro la Fiorentina. Il campionato del 1991, quindi, partiva con delle squadre molto forti e reduci da vittorie importanti, cui bisogna aggiungere l’Inter dei tedeschi, guidata da Trapattoni, e il Napoli di Maradona. Un campionato difficile, forse tra i più competitivi e incerti, sulla linea di partenza, di tutti i decenni che verranno.
Alla fine di quel Campionato, Domenica 19 maggio 1991, dopo aver sconfitto anche Lecce per tre a zero, la Sampdoria chiudeva il cerchio del suo tempo, conquistando lo scudetto. Visto da molto lontano ormai, quello fu qualcosa più di un trionfo. Il bambino che sogna andando dietro ad un pallone, non si accontentò più di stare al tavolo dei grandi, ma si prese tutto lui. Quella squadra perse più di quanto avrebbe potuto vincere: uno scudetto solo, come Verona e Cagliari.
Che ne è di quella squadra? Esiste ancora, come quei vestiti incredibili, per occasioni eccezionali, che hanno visto poche stagioni per poi infilarsi negli armadi del cuore. Che ne è di tutti gli altri? Molta della gente che animava gli spalti e le tribune, l’Allenatore di quella squadra, il suo Presidente? Sono diventati polvere, sono arte della memoria. Hanno prestato una parte della loro vita per costruire una semplice squadra di calcio, nella città che di superbia respira, e in cambio si sono presi l’eternità. Un premio non da poco, per esseri umani che vengono dal nulla e vanno verso
l’ignoto.
“Avevamo studiato per l’aldilà
un fischio, un segno di riconoscimento.
Mi provo a modularlo nella speranza
che tutti siamo già morti senza saperlo” (Eugenio Montale)
Si dice che il calcio richiede la collaborazione altrui per raggiungere uno stesso scopo, che è personale e collettivo, nello stesso tempo. Una metafora della vita per come dovrebbe essere e non è. Una metafora, dal punto di vista intellettuale, ma una realtà quando a questo gioco e alla tua squadra affidi il compito di riscattare le tue delusioni, la tua situazione di vita, le ingiustizie che vivi. Inutile? Per chi ha tutto, a chi è andata bene, a chi non manca il necessario (e non parlo solo di cose materiali) forse sembrerà inutile, ma a chi, al contrario, vive nella parte sbagliata di una società o della geografia (nella “faccia triste dell’America”, ad esempio) questa metafora della vita diventa la sola accettabile come reale. Vale la pena? Vale la gioia, anche se poi tutto finisce.
“Non risponde il mio Capitano,
le sue labbra sono pallide e immobili,
non sente il padre il mio braccio,
non ha più energia né volontà.
La nave è all’ancora sana e salva, il suo viaggio concluso, finito.
La nave vittoriosa è tornata dal viaggio tremendo, la meta è raggiunta.
Esultate coste, suonate campane!
Mentre io con funebre passo
percorro il ponte dove giace il mio Capitano,
caduto, gelido, morto.”
O meize de çiòule o ven pe tûtti. (Come si dice a Genova). Punto.






