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Memorie – Che anni, gli anni di Gianfranco Benvenuti

21 Febbraio 2012
in Memorie
Tempo di lettura: 54 minuti
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benvenutigianfrancok

La rubrica “Memorie” di questa settimana è dedicata al ricordo del coach della Viola, Gianfranco Benvenuti, scomparso in questi giorni. L’omaggio a Benvenuti offre lo spunto  per raccontare tutti quei 4 anni che sul piano sportivo rappresentarono il primo salto di qualità di una società che per un quarto di secolo ha rappresentato il massimo orgoglio della Calabria, anche lontano dai parquet.

Il brano che segue è tratto da “Che anni quegli anni” – di Giusva Branca – edizioni Urbabooks

L’anno che segnerà la storia parte da una scelta tecnica assai sofferta: pressocchè obbligato l’addio a Vecchi, la successione si apre nel segno dello scontro interno.
Da una riunione a tre tra Viola, Scambia e De Tommasi viene fuori il nome di un allenatore: si chiama Gianfranco Benvenuti, ha terminato il campionato di A2 con la Stella Azzurra Roma che, però, è in aria di smobilitazione. Benvenuti si incontra una prima volta con Viola, i due si piacciono. <<Mi colpì il suo carattere di toscanaccio>> dice oggi Viola.
Scambia, come sempre, è in sintonia con Viola, ma De Tommasi, che già dalla prima riunione ha manifestato il suo desiderio di rivedere Porchi sulla panchina, si impunta: <<E’ una follia, è troppo in là con gli anni>> dice.
Benvenuti nel 1982 ha cinquanta anni, ma De Tommasi adduce anche l’età per sostenere il suo diniego. Viola e Scambia provano a convincerlo, inutilmente.
Ma se De Tommasi è irremovibile, Viola lo è ancora di più e comunica la decisione al notaio che risponde freddamente: <<Quand’è così io lascio la Viola!>>
<<No, non ero d’accordo>> dice De Tommasi dopo quasi trenta anni. <<Benvenuti era considerato un perdente, non era la mia scelta, anche se poi mi dovetti ricredere. Quella situazione comportò un mio allontanamento che durò per un paio di stagioni>>.
Poi, in realtà, De Tommasi tornerà ad essere il prezioso consigliori di sempre.
Scambia e Viola si incontrano con Benvenuti a Roma, in un ristorante di piazza di Spagna. Si accordano su tutto. <<Era entusiasta come un ragazzino>> ricorda Gianni Scambia.
Viola è maestro nelle trattative (uno dei gm storici della storia del basket, Caserta, dirà poi: <<Non voglio avere a che fare con Viola: o è troppo dritto lui o siamo troppo fessi noi…>>) e così riesce a strappare una transazione alla Stella Azzurra. I quaranta milioni di contratto del primo anno vengono divisi a metà tra le due società.
Benvenuti sa bene cosa serve per vincere questo campionato di B che pare stregato: se l’asse playmaker-lunghi con Bianchi-Porto-Battisti è più che attrezzato per vincere il torneo, il reparto guardie-ali non pare all’altezza.
La Viola tenta il tutto per tutto e mette sotto contratto un uomo di categoria, grandissimo realizzatore: Alfredo Grasselli, detto “Ciccio”, un fisico forse non propriamente da atleta, qualche chilo fuori ordinanza, capelli lunghi sulle spalle, una passione mai sbocciata per il lavoro in difesa, ma una mano di seta dalla media e lunga distanza (e il tiro da tre punti non c’è ancora!) che appoggia in maniera lievissima la parabola al vetro prima di lasciarla abbracciare dalla retina.
Come cambio di Bianchi (ma lo sarà per pochi minuti a gara) arriva Antonio Campiglio (oggi ginecologo in Sardegna), ma il colpo grosso ancora deve essere piazzato: il nome che fa saltare il banco lo pronuncia Viola in persona, dopo averlo visto all’opera ed averne apprezzato le qualità sulla propria pelle.
La polizza assicurativa per la promozione in serie A è un italo-americano la cui famiglia è originaria di Corleone. Di nome fa Mark, di cognome Campanaro.
Pochi mesi prima ha trascinato Perugia in serie A e, soprattutto, ha ricacciato indietro le velleità nero arancio. La sua posizione federale è molto strana, frutto di un compromesso tutto italiano: Campanaro può giocare da italiano solo in serie B, in serie A diventa americano a tutti gli effetti e questo comprime notevolmente le sue potenzialità di mercato. Infatti lui è ora nel pieno della maturità tecnico-agonistica e poi il suo fisico gli consentirà ancora a lungo accelerazioni pazzesche a dispetto della vita non propriamente da atleta.
A fronte di questo status anomalo, Campanaro ogni anno, con squadre diverse, viene promosso in A e sistematicamente torna in B cambiando club l’anno successivo
Viola corre il rischio, ma già studia le carte della sua naturalizzazione: vuole il primo americano della storia a tutti i costi.
Il prezzo è elevatissimo, ma è noto che la qualità ha un costo. Il cartellino di Mark è personalmente di proprietà di Celada, il patron di Mestre. L’accordo arriva con queste modalità: 55 milioni per il prestito secco, 15 per poter esercitare, entro una data fissata, il diritto di riscatto ed altri 60 milioni per esercitarlo di fatto e completare l’operazione. In buona sostanza 55 milioni per il prestito del primo anno e, eventualmente, altri 75 per acquistarlo definitivamente l’anno successivo.
E’ l’11 agosto del 1982 la data della firma sul il contratto tra Viola e Celada. L’accordo con Campanaro arriva il 30 settembre. L’ingaggio, in qualche modo, sfonda i tetti storici della Viola: 50 milioni e l’appartamento per il primo anno, somma che lieviterà negli anni successivi fino a raggiungere, nell’ 85/86, i 105 milioni più altri 15 di premi.
<<Lo presi a rischio in attesa della naturalizzazione ma i tempi erano ormai maturi>> ricorda Viola. <<Era evidente che Campanaro fosse già un elemento da serie A, infatti poi fece la sua figura anche nel campionato di A1. Da parte sua Benvenuti accettò di buon grado un atleta difficile da gestire, ma che gli garantiva risultati di grande spessore>>.
E quanto sia difficile da gestire lo imparano in fretta tutti. Con il Giudice Viola, Mark instaura in fretta un rapporto splendido, ma le regole sono regole ed allora la società fissa un vero e proprio tariffario di multe: 300.000 lire per il primo allenamento saltato ingiustificatamente, 500.000 per il secondo, 1 milione per il terzo, 1 milione e mezzo per il quarto e così via, ma anche 100.000 lire per il primo ritardo, 200.000 per il secondo, 300.000 per il terzo, 400.000 per il quarto, 500.000 per il quinto e via così.
Il fallo tecnico subito per motivi disciplinari costa 250.000 lire, le squalifiche costano al giocatore (e quindi anche agli altri compagni) 1/30 del contratto per ogni giornata con la maggiorazione di un milione per un turno, di due milioni per due turni, di tre milioni per tre turni, etc. etc.
L’arrivo di Campanaro elettrizza l’ambiente. Gli innesti dell’italo-americano, di Grasselli, Campiglio ed anche un valido gregario, Renzo Mescalchin, con Benvenuti in panca assegnano automaticamente alla Viola la patente di squadra da battere.
Il suo arrivo porta, quasi necessariamente, al secondo e definitivo addio di Gigi Rossi: <<Con me fu molto chiaro Benvenuti e mi disse che se volevo rimanere lui sarebbe stato contento, ma davanti a me ci sarebbe stato un certo Campanaro. Anche con una gamba sola avrebbe giocato lui>> ricorda. <<Viola mi regalò il cartellino. Per le prime settimane mi allenai ancora con la Viola, poi arrivò un’offerta da Cosenza, in serie D. La categoria era quella che era, ma mi convinsero ad andare a vedere la squadra. Quando arrivai chiesi dei calzoncini e delle scarpe e giocai con loro. Per i miei compagni ero una specie di star, mi commosse il loro impegno e la loro dedizione, accettai per questo. Intanto la Viola si apprestava allo storico approdo in serie A, si vedeva che società e squadra erano ormai pronte per la promozione>>.
Ma le novità non finiscono qui: per la prima volta sulle maglie della Viola compare uno sponsor: è quello della Banca Popolare di Reggio Calabria, una sorta di ibrido tra quelli che oggi si definirebbero “main sponsor” e “sponsor tecnico” sotto forma di un’apertura di conto corrente e di contestuale fido che comincia ad essere importante. Inoltre quell’anno viene acquisito alla causa Nuccio Raineri; ha appena smesso di arbitrare, in serie A, ha quaranta anni. <<Mi ero stancato di dover viaggiare da Reggio da solo>> ricorda Raineri <<per poi unirmi ai colleghi del centro-nord; la Fip mi propose di diventare commissario ma rinunciai e subito dopo mi chiamò il Giudice. Trovai una società in itinere ma già molto bene organizzata. L’arrivo di Benvenuti diede una svolta ulteriore. Con lui stabilimmo un legame molto forte. Con la signora Graziella acquistarono casa estiva a S. Lorenzo e continuarono a venirci anche dopo che lasciarono Reggio. Io per venticinque anni ho fatto solo la mia parte dando ciò che dovevo: esperienza nei rapporti con gli arbitri ed a livello organizzativo. Certo la Viola ha regalato tantissimo al mio percorso di crescita nel mondo del basket ed anche alla mia figura di uomo; ha cambiato la mia vita. Non credo, sinceramente che altri possano mai rivivere quello che è toccato a noi in quegli anni>>.
Il team 1982/83 che va ad assemblarsi gira già attorno a Campanaro che fa in fretta a diventare uomo-squadra. <<Mark era un generoso, coinvolgeva tutta la squadra, stava volentieri in compagnia di tutti>> ricorda Scambia. <<Certo, qualche volta, negli anni, si presentò alle partite in condizioni precarie e magari abbiamo anche perso, ma quante ce ne fece vincere…>>.
<<Mark era Mark…>> ricorda Mario Porto che indossò per cinque stagioni, quelle delle due promozioni in A2 e A1, la canottiera della Viola. <<Benvenuti ci ripeteva che dovevamo fare il nostro lavoro facendo finta che Mark non esistesse; però poi molte partite le vincevi per lui che, peraltro, era un generoso, uno che si faceva amare dai compagni. Era anche testardo; in campo quando decideva di dare una lezione a qualcuno portava sempre a compimento il suo obiettivo, e lo faceva con una straordinaria abilità nel non farsi scoprire!>>
<<Non lo guardate, lui fa discorso a parte>> ripete Benvenuti alla squadra che, fatalmente, tende ad adeguarsi al modo “sui generis” di interpretare il lavoro settimanale dell’oriundo.
Mark, secondo la vulgata del settore, tutto era tranne che un uomo squadra, ma nei fatti si rivela l’esatto opposto e lo fa con i comportamenti fuori dal campo prima ancora che sul terreno di gioco.
Gli aneddoti si sprecano. In una delle prime trasferte Campanaro divide la stanza con Mario Porto e, giocando sul suo italiano zoppicante, chiude il ricevitore ad un ignoto chiamante che, appunto, cercava Mario Porto, dicendogli <<ha sbagliato, questo non è l’aeroporto!>>
Soprattutto con Bianchi si crea un legame straordinario che resisterà nel tempo: tuttora, nell’anno del Signore 2009, mentre Campanaro fa l’assistente dello sceriffo in California, i suoi rapporti con Bianchi sono costanti. <<Eh, Mark era… Mark, era un misto perfetto tra Corleone e l’America>> dice Massimo Bianchi. <<Ricordo il padre col riporto che, in slang italo-siculo, diceva del figlio ‘when Mark was nicu nicu…>>.
Fin da subito, in quella tarda estate del 1982, Bianchi e Campanaro sono sempre assieme, Mark sarà anche testimone di nozze di Massimo nel 1984. L’intesa in campo è perfetta. Impareranno in fretta a comprendersi con uno sguardo e nascerà prestissimo uno schema a due che infiammerà il pubblico per gli anni a venire. Lo schema si chiama “flash”, l’anno precedente Bianchi lo fa con Gira, ma con Campanaro è tutta un’altra cosa: doppio blocco alto, Bianchi in palleggio, Campanaro gira intorno al blocco e finisce dalla parte opposta, in posizione di post basso. Lì, forte della sua straordinaria elevazione, l’oriundo va in cielo e trova all’appuntamento, preciso, morbido, “al bacio”, il passaggio del playmaker che ha scavalcato l’area colorata, le teste di compagni ed avversari e si consegna alle mani di seta dell’uomo con i baffi che dolcemente, come si poggia un bimbo che dorme, adagia il pallone nella retina. <<In serie A poi diventò spettacolo puro su tutti i campi>> ricorda Bianchi. <<Era divenuto un automatismo, in allenamento non lo provavamo più e ad un certo punto non chiamammo più nemmeno lo schema, bastava uno sguardo>>.
Alla fine dell’anno 1982/83, a promozione acquisita, Superbasket scriverà: Campanaro e Bianchi: il braccio e la mente che di volta in volta hanno avuto l’apporto degli altri
La squadra, con Benvenuti, aveva cambiato modo di giocare, e la prima “vittima” della novità era stato proprio Bianchi. <<Col coach, dopo un inizio di stagione che mi vide poco in campo, si creò un legame solidissimo. Nel tempo diventai l’allenatore in campo, una sorta di prolunga sul parquet della sua attività e posso dire che, se oggi sono allenatore, lo devo in gran parte al tecnico livornese>> ricorda il giocatore. <<Ma nella stagione 82/83 cambiò molto anche il mio modo di giocare. Il coach mi disse che io dovevo solo far giocare la squadra, mentre fino a quel momento ero stato abituato a tirare spesso e segnare tanto, quasi sempre oltre i 15 punti a partita. Lui mi disse ‘puoi fare tre tiri, se ne segni due hai diritto al quarto…’ Appena arrivò ci disse di fare attenzione perché ‘Campanaro è uno che la palla la passa’. E la passava eccome… quante volte la prendemmo in faccia per la sua velocità di esecuzione. In una delle prime gare dell’anno, Mark fece 0/3 consecutivo all’inizio, io mi avvicinai e gli chiesi se ci fosse qualcosa che non andava, ad esempio nel mio modo di passargli la palla. Mi rispose che aveva solo dimenticato le lentine e vedeva pochissimo. Da lì in poi, però, prese le “nuove” misure e non sbagliò più…>>.
Nel tempo Benvenuti, che da vecchio lupo di mare sapeva bene come gestire le sue galline dalle uova d’oro magari un po’ ribelli (esattamente come qualche anno dopo avrebbe saputo fare Tonino Zorzi), provò a gestire, in qualche modo le mattane di Mark attraverso Bianchi: <<Capitava che al mattino mi recassi da solo all’allenamento, mentre il mio compito era di svegliare e portarci anche Mark>> ricorda ancora Massimo <<e quando il coach mi vedeva spuntare da solo in palestra mi urlava dietro nel suo inconfondibile accento livornese ‘Deee, e tu te ne fottiii…’ Io gli spiegavo che avevo provato a svegliarlo ma non c’era stato verso. D’altra parte la forza di Mark fu sempre nel suo fisico straordinario: mangiava poco, dormiva ancora meno e beveva, beveva. Eppure ha giocato ad alti livelli fino ad una certa età. Certo, sempre interpretando la vita a modo suo, come quando si presentava agli allenamenti con le ciabatte ed il cane al guinzaglio>>.
<<Mai visto un atleta con un fisico così indistruttibile. Alla domenica sera dopo ogni partita per lui cominciava la giostra che avrebbe smaltito solo a metà settimana>> racconta Gianni Calafiore, medico sociale. <<Il lunedì di riposo non gli bastò mai, ogni martedì mattina mi toccava andare a casa sua a vedere in che disastrose condizioni si trovasse. Poi, dal mercoledì alla domenica rifioriva. L’ho visto l’ultima volta quando lui aveva quarantuno anni e giocava ancora a Pistoia, gli dissi: ‘Mark, pensa se avessi fatto una vita da atleta, con questo fisico avresti giocato ai vertici fino a cinquanta  anni’. Lui mi rispose: ‘Vero, ma io la vita l’ho vissuta tutta’.
La spettacolarità del suo gioco, la velocità, la rapidità di scelta ed esecuzione esaltano il pubblico. La Viola ora, nell’autunno del 1982, sta diventando qualcosa di più dello sport di massa per come si era già affermato nei tre-quattro anni precedenti. Ora la Viola sta insegnando alla città, sempre più fiaccata, tradita anche dal calcio, dalla Reggina che quell’anno sarebbe retrocessa in quarta serie dopo ventisette anni, che si può osare.
E questo insegnamento in gran parte arriva proprio da Campanaro.
<<Era bello a vedersi, armonico nelle giocate, perfetto nella tecnica e guascone quanto bastava>> ricorda Viola. <<Aveva tutti gli ingredienti giusti e poi a Reggio stava veramente bene, nel suo infinito respiro di libertà che trovava continua alimentazione qui da noi. Un anno, dovevamo rinegoziare il contratto, ed io ero a letto perché non stavo bene. Io feci le mie proposte e lui le sue. Intanto mia moglie chiese a Mark se gradiva qualcosa da bere e gli portò una Coca-cola in bottiglia. Alla fine del discorso io, pur senza darlo a vedere, pendevo dalle sue labbra per conoscere la sua risposta finale. Lui scosse il capo, mi fece temere il peggio, prese fiato e disse ‘Va bene, però, Giudice, la prossima volta la Coca-cola in lattina, per favore’. Ed il suo viso si illuminò di una risata incorniciata dai suoi baffoni, di quelle tipicamente sue>>.
La squadra, però, all’inizio fa fatica ad ingranare e rende al meglio solo nella rassicurante tana dello “Scatolone”. Fuori fa fatica a correre e, di conseguenza, ad esprimere il suo straordinario potenziale. Vince regolarmente in casa, perde sistematicamente fuori e così la vetta della classifica si allontana. A fine anno solare 1982 qualcosa accade: la Viola cambia marcia e diventa incontenibile.
Allo “Scatolone” almeno venti punti di scarto sugli avversari sono la regola, ma anche in trasferta cominciano a piovere vittorie in serie. Bianchi ispira e gestisce, Porto e Battisti sotto i tabelloni sono durissimi per chiunque, Campanaro e Grasselli rappresentano terminali offensivi pressoché inarrestabili.
La rincorsa nero arancio è spasmodica perché si ha la netta sensazione che, alla luce del ritardo accumulato nella prima parte del torneo, anche stavolta la beffa sia in agguato.
La squadra di Benvenuti colleziona 21 vittorie su 23 partite perdendo solo a Montegranaro e Roma. Qui si consuma una farsa ancora tipica della serie B del tempo. Si gioca in una tensostruttura che genera condensa sul parquet che fa in fretta a diventare impraticabile: non si riesce a stare in piedi, con grave pregiudizio per l’equilibrio e gravissimi rischi per l’incolumità fisica. Più volte la Viola chiede, inutilmente, la sospensione della gara fin quando, ad un certo punto, Campanaro non ne può più, si leva le scarpe ed in modo inequivocabile fa segno a Benvenuti, mentre torna in panchina, che la sua gara finisce lì. La Viola perde di uno e rischia seriamente di compromettere la rincorsa ai playoff che poi, però, riesce, complice Sassari che fa il proprio dovere fino in fondo con le avversarie dirette dei nero arancio.
Di slancio conquista l’accesso ai playoff contro la Necchi Pavia, prima classificata del girone Nord.
La Viola, dunque, giunge all’appuntamento con la storia nel maggio del 1983. Una storia sognata, inseguita, accarezzata in lunghi anni di sacrifici e passione, quando i fichi secchi erano il piatto più ambito da poter portare a nozze. Eppure adesso ad accompagnare la sposa all’altare manca qualcuno. Durante la stagione, al ritorno da una trasferta, lunga, difficile e conclusasi in modo beffardo per la Viola, a Sassari, un infarto ha stroncato l’esistenza di Odoardo De Carlo. Lui sarà presente, nel momento del trionfo, solo attraverso lo striscione di un club di tifosi che porta il suo nome.
A fine maggio del 1983 la prima puntata dell’atto finale va in scena a Reggio.
Lo “Scatolone” è pienissimo; stipate dentro ci sono oltre 1200 persone, ben al di là dei limiti della capienza. Ma è la città intera ad essere in fibrillazione. Molta gente che non ha mai visto dal vivo una partita di basket adesso partecipa a questa esaltazione collettiva, che quanto prima diventerà di massa. La gara ha inizio alle 18 e già dalle 14 la gente preme fuori dalla palestra. In un cinema a pochi metri da lì è stato allestito un maxi-schermo.
La spinta, l’urlo dello scatolone annichilisce gli avversari. Pavia, praticamente, è solo Lucarelli (sì, proprio quello di Cagliari…), ma la partita non ha storia. Un Campanaro formato-super  rompe gli argini e trascina i suoi verso una facile vittoria.
Sette giorni dopo, in Lombardia, davanti ad oltre 1000 tifosi calabresi, la Viola, ormai conscia della propria forza dirompente, è un fiume in piena e dà lezione di basket. Anche stavolta il risultato non è mai in discussione e a salire in cattedra è Grasselli. Cambiano i protagonisti, non l’esito del match. A fine gara è Mark a sollevare di peso il Giudice Viola, tra gli schizzi delle docce, e a baciarlo sulle pelata.
Alle otto della sera è tripudio: Reggio è in festa, per la prima volta, dal 1970, ha ritrovato l’orgoglio di sentirsi comunità attorno a qualcosa, ad un simbolo che di sportivo in senso stretto ormai ha veramente poco. Un simbolo che ha raggiunto un traguardo nemmeno sognato il 14 agosto di diciassette anni prima quando moriva Piero Viola, ma che avrà ancora tantissima strada da percorrere bruciando le tappe, volando verso traguardi sempre più ambiziosi e coinvolgendo in maniera esponenziale decine di migliaia di persone.
La Viola rappresenta il coraggio di un gruppo che si allarga sempre più, di giorno in giorno, con la voglia di stupire ancora.
<<Avevamo tutti l’entusiasmo di migliorarci, di andare oltre. I primi anni a Reggio furono caratterizzati da questa voglia travolgente di anticipare il futuro, quasi avendo fretta di conoscerlo, di scoprirlo. I tifosi, la società, i giocatori erano tutte componenti pronte e vogliose di giocare, lavorare e sacrificarsi insieme. Quella Viola fu un evento sociale al quale parteciparono tutti. E non c’è niente di meglio di questo>> dice quasi tre decenni dopo Mark Campanaro con una profondità di concetto della quale in pochi, superficialmente, lo avrebbero accreditato. <<Mi sento di dire grazie a tutti per avermi dato la possibilità di farne parte>>.
Gli ultimi giorni di primavera del 1983 si aprono con una sorta di sbornia collettiva vissuta dalla città che, però, deve confrontarsi in fretta con due problemi che paiono montagne da scalare: Superbasket, diretto da Aldo Giordani, mai tenero con i nero arancio e le società del Sud in genere, titola in maniera polemica: La Viola chiede deroga per il campo e la naturalizzazione di Campanaro..
Un’estate di grandissime novità è alle porte.
Se dal punto di vista climatico quella del 1983 è un’estate caldissima, sul fronte sportivo diventa addirittura rovente.
La Cestistica Piero Viola ha da poco raggiunto il sogno della serie A (preceduta di un anno dal volley femminile) e sono serissime le probabilità che debba rinunciarvi per mancanza di un impianto adeguato. Il regolamento, infatti, parla chiaro: per la serie A2 o A1 serve almeno un palasport con 3500 posti.
In una città da oltre un decennio in ginocchio e che per partorire una palestra come lo “Scatolone” e godersi la serie C ha dovuto vedere la propria squadra emigrare per quasi due campionati a Messina, pare un traguardo impossibile.
E’ vero, si parla da mesi della problematica, ma la politica è assente e, per di più, il Consiglio comunale è anche sciolto. Reggio è commissariata.
Viola, come sempre, ha precorso i tempi e tra febbraio e marzo 1983, in assoluto silenzio, ha messo in piedi una mossa che risulterà decisiva.
<<Capii che ce l’avremmo fatta e saremmo andati in serie A, d’altra parte non potevamo certo dire ai giocatori di perdere le partite…>> racconta. Allora, mentre la squadra di Benvenuti infiamma la città a caccia della promozione, Viola scrive al presidente federale Vinci, chiede ed ottiene lo spostamento della sede a Catanzaro, “in una prospettiva legata ad una logica espansionistica del fenomeno-basket in ottica regionale”. La cosa, come detto, resta top secret. <<Fisicamente>> ricorda Tito Messineo, prima giocatore dell’AICS e della primissima Viola e, poi, per decenni, anima organizzativa della società <<la sede venne indicata presso un’agenzia assicurativa di alcuni amici. Ci serviva anche un posto che fosse aperto nell’orario di ufficio per ricevere notifiche ed incartamenti federali>>.
Dunque, mentre la città festeggia i suoi eroi, la sede legale, all’insaputa di tutti, è già stata spostata a Catanzaro, dove da poco era stato inaugurato il “Palacorvo”. Proprio Tito Messineo era andato a fare un sopralluogo, con tanto di fotografie, ed aveva effettivamente riscontrato l’idoneità dell’impianto, simile come struttura a quello di Gorizia.
La storia di undici anni prima, col trasferimento a Messina, pare ripetersi.
Subito dopo la conclusione dei campionati è prevista una riunione di Lega per la ratifica delle promozioni e, quindi, dell’iscrizione dei nuovi arrivati.
Reggio è senza campo, la conclusione della rinuncia pare scontata. La riunione è presieduta dal presidente Acciari. Il dg Coccia legge la propria relazione sulle neopromosse e, giunti alla Viola Reggio, chiede la surroga. E’ già pronta a subentrare Verona.
Il Giudice Viola, ostentando sorpresa, cala l’asso. Prende la parola e dice: <<Mah, non capisco cosa c’entri la Viola con Reggio Calabria. Come si può vedere dalle carte federali da mesi la sede è Catanzaro e quella città dispone di un impianto in regola con le norme in vigore>>.
La mossa spiazza tutti, la sorpresa generale è totale, addirittura Verona subodora che si possa trattare di qualche giochetto tipico dei meridionali, organizza, con tanto di macchina fotografica, un sopralluogo a Catanzaro che, naturalmente – nello stupore dei dirigenti veneti – dà esito, per loro, negativo. Intanto la notizia-bomba finisce sulla stampa nazionale e, col massimo rilievo, su quella locale: la Banca Popolare si trasferisce a Catanzaro e lì giocherà il prossimo campionato di serie A!

Nel frattempo, però, un’altra questione sta rendendo necessario il massimo impegno di Viola e l’utilizzo pieno di tutte le sue capacità: la naturalizzazione di Mark Campanaro.
Il giocatore, per lo Stato, è un cittadino italiano dal 1977, ma – come detto – per via di un astruso regolamento federale, in serie A può giocare solo da straniero, occupando, così, uno dei due posti destinati solitamente agli atleti Usa o, comunque, non italiani.
Il 30 aprile 1983 Mark verga di suo pugno una lettera accorata al presidente federale nella quale rivendica il suo diritto ad essere equiparato a tutti gli effetti ai suoi colleghi italiani.
Ogni anno ci avevano provato altri e l’esito era sempre stato contrario, ma stavolta Viola rappresenta il valore aggiunto. Studia le carte da par suo e presenta una memoria a supporto della richiesta dell’atleta carica di riferimenti normativi e giurisprudenziali dichiarandosi pronto ad andare fino al Tar, se necessario.
Le sue argomentazioni le sostiene in maniera brillante nel corso di una seduta di Lega memorabile. Al momento delle votazioni, contando i favorevoli, i contrari e gli astenuti, l’assemblea boccia ancora la richiesta. Il Giudice resta perplesso, mentre la riunione procede sugli altri punti all’ordine del giorno, lui rilegge attentamente il regolamento, dopo chiede nuovamente la parola sul punto e formalizza la richiesta di annullamento dell’esito della votazione per un’errata applicazione delle norme, dal momento che, nel conteggio generale, gli astenuti sono stati sommati ai contrari, mettendo, così, in minoranza i favorevoli. La cosa non è contemplata dal regolamento. Nulla da fare, abbiamo sempre fatto così, taglia corto l’assemblea.
Silenzioso, pensieroso, ma lungi dall’essere sconfitto, Viola, al termine dei lavori abbandona la sede della riunione e si dirige, insieme a Scambia, in hotel.
I due dividono una camera doppia.
<<L’indomani mattina mi svegliai e non lo vidi nel suo letto>> ricorda Scambia. <<Dopo un po’ uscì dal bagno con le carte in mano ribadendomi le nostre ragioni. Andammo fino in fondo, chiedemmo, ottenemmo e vincemmo l’arbitrato, presidente Lo Cigno>>.
Le ragioni di Campanaro e della Viola vengono accolte: il giocatore è italiano anche per la FIP ed è anche eleggibile per la Nazionale, dove esordirà qualche anno dopo ai Giochi del Mediterraneo.
Tuttavia, alla ricerca dei compromessi italiani, l’arbitrato stabilisce che Mark sia italiano, ma il suo tesseramento vada all’asta, al migliore offerente; per la Viola il diritto di opzione sull’offerta più alta, pareggiandola. In buona sostanza la Viola deve ricomprarlo, cosa che fa, forte anche dell’ascendente che Viola esercita nei confronti dei suoi colleghi dirigenti delle grandi squadre, ma non di tutte, visto che una rilancia inspiegabilmente costringendo la società nero arancio a sborsare altri 200 milioni che vanno nelle casse della Lega.
Mark, diventando finalmente un giocatore italiano, si allunga la carriera e non di poco. Anche per questo Campanaro resta legatissimo a Reggio, alla Viola ed al Giudice, che oggi definisce uno “sportivo puro che ha reso possibile il miracolo-Viola proseguendo ed esaltando il sogno ed il lavoro del fratello Piero”.

La notizia del trasferimento della Viola – e della serie A – a Catanzaro suscita un putiferio a Reggio. I fantasmi, le cicatrici ed i campanilismi esasperati della rivolta di Reggio del 1970 sono troppo vicini per far passare liscia una cosa di questo tipo. Il commissario prefettizio Iannelli ed il Questore si mettono in contatto col Giudice Viola; addirittura Ciccio Franco lo chiama per avere lumi, sul corso Garibaldi si registrano disordini all’altezza del bar Conti.
Incalzato dal commissario prefettizio, Viola lo sollecita a convocare una riunione per esporre la situazione e valutare – assolutamente in extremis – se vi sia qualche margine per rimediare ad una situazione lasciata languire per anni e che ora presenta i nodi al pettine.
Le ipotesi di soluzioni-tampone si rincorrono, la meno azzardata prevede la copertura del campo centrale del circolo del tennis “Rocco Polimeni”, ma anche così non si raggiunge la fatidica quota dei 3500 posti.
Alla riunione decisiva partecipano, oltre a Viola ed al commissario prefettizio Iannelli, tutti i capigruppo del sospeso consiglio comunale, l’ingegnere capo del comune, Pachì, e l’ingegnere capo del Genio Civile, Ferrucci.
Viola illustra la situazione e spiega la scelta – da extrema ratio – che, a fronte di inascoltati appelli datati anni, ormai, si è resa necessaria per salvare il titolo sportivo. <<Qualcosa si può ancora fare, i tempi ci sono, pur strettissimi>> dice Viola <<ma cosa me lo dovete dire voi e, soprattutto, adesso!>>
Il punto di stallo dell’incontro pare raggiunto in fretta, la riunione va stancamente verso una mesta e rassegnata ratifica della situazione, quando la svolta, il colpo di reni, arriva da Ferrucci. L’ingegnere-capo del Genio Civile chiede, ed ottiene (non senza scetticismo) un’ora di sospensione dei lavori. Torna dopo la pausa sorridente: <<Ho risolto tutto, ho telefonato alla Baraclit di Bibbiena ed alla Tubi Innocenti. La prima fornisce il prefabbricato della struttura, la seconda le tribune. Adesso non resta che attivare le procedure>>.
I tempi sono veramente stretti, entro metà settembre il nuovo palasport deve essere pronto ed agibile, siamo a fine giugno e non c’è nemmeno un’idea di come muoversi.
Ma Viola, ancora una volta, ha precorso i tempi ed ha tutto ben chiaro in mente: ha già individuato un terreno utile, a monte dello stadio comunale, nella zona Sud della città, a ridosso di viale Calabria. Un nodo importante e delicato è l’individuazione delle dinamiche necessarie ad attivare le procedure amministrative di massima urgenza che facciano superare le pastoie burocratiche connesse ad opere di questo genere in regime ordinario.
In quella stessa riunione Viola suggerisce a Iannelli di mettersi in contatto immediatamente con il prof. Silvestri, docente di diritto amministrativo presso l’Università di Messina, chiedendogli di individuare una procedura da seguire passo passo per non rischiare passi falsi sotto il profilo legale.
Quando Silvestri viene contattato da Iannelli, ovviamente, è già stato avvisato da Viola e sa tutto. In un paio di giorni il cattedratico stila, punto per punto, l’iter da seguire che consegna al commissario prefettizio. Questi crea, sul piano operativo, un gruppo di lavoro presieduto da Viola e composto dai capigruppo del consiglio comunale (sciolto) e dall’ingegnere capo del Comune, Pachì.
A questa commissione bastano due riunioni, con altrettanti verbali, che consegna, unitamente alle richieste, a Iannelli. Questi procede con i vari stati di avanzamento dell’iter burocratico praticamente telecomandato dal prof. Silvestri. Il precontatto preso da Ferrucci con Baraclit e Tubi Innocenti viene formalizzato e a metà luglio si avviano i lavori.
Ora, a Reggio, nella Reggio di quegli anni, pensare che in meno di due mesi, con agosto in mezzo, si possa realizzare da cima a fondo un impianto di quel genere va oltre la fantascienza. <<Prima di partire per il ritiro>> ricorda Massimo Bianchi <<il Giudice ci portò nell’area del Botteghelle e ci disse che al nostro ritorno, o comunque, per l’inizio della stagione, lì ci sarebbe stato il nostro palasport. Dire che eravamo scettici è solo un garbato eufemismo…>>.
Forte della delibera comunale, che allega, la Cestistica Piero Viola chiede la revoca del trasferimento di sede a Catanzaro dando garanzie della piena fruibilità dell’impianto per la data del 15 settembre 1983.
I lavori iniziano realmente, si lavora di giorno con temperature che oscillano tre i 35 ed i 40 gradi e di notte alla luce delle fotocellule.
In breve i lavori si trasformano in un altro miracolo della Viola: centinaia di persone, soprattutto di sera, si radunano lì a vedere lo stato di avanzamento. Diventa in fretta una sorta di rito collettivo di aggregazione. Ancora una volta la città si ritrova attorno ad un fatto positivo ed ancora una volta – ma numerosissime saranno in futuro le situazioni analoghe – questo fatto porta  la matrice della Viola. <<Fu il miracolo della passione>> ricorda l’inarrestabile Giudice.

Ma, come detto, l’estate del 1983 è intensissima, la preparazione alla prima serie A della storia non è roba di tutti i giorni, sotto tutti i profili, primo fra tutti quello della crescita professionale del management societario. In questo senso la prima mossa di Viola è fissare un appuntamento col dg della Lega, Coccia: “Andammo io, il Giudice, l’ingegnere>> ricorda Messineo <<ed in un’intera mattinata Coccia ci spiegò tutte le incombenze che gravavano sulle società di serie A; certo, noi eravamo, comunque, forti dell’esperienza organizzativa della serie B, ma le problematiche organizzative, burocratiche e fiscali della serie A erano tutta un’altra cosa. Coccia ci rese edotti per un’intera mattinata, io presi un libro di appunti che mi tornarono utilissimi negli anni successivi>>.
Una delle prima grosse novità della serie A, quella che accende gli entusiasmi e la passione, che può avvicinare al basket le grandi masse è rappresentata dalla scelta degli americani. La Viola, con l’operazione-Campanaro, di fatto avrà tre atleti di scuola a stelle e strisce e non è un vantaggio da poco. Ora, però, non è possibile sbagliare la scelta degli altri due.
Nel 1983 – ed ancora per qualche anno a venire – in Italia, scimmiottando gli States, vige il sistema delle “scelte”. Le società, in ordine crescente partendo dalle neopromosse in A2 fin su ai campioni d’Italia possono indicare i nomi degli atleti americani individuati ed esercitare su di loro una vera e propria prelazione in qualche modo preclusiva verso le altre società. In buona sostanza, senza autorizzazione della società titolata a scegliere, l’americano scelto, ove poi non avesse chiuso l’accordo con le società che lo aveva scelto, non avrebbe potuto giocare in altre società italiane per quella stagione.
Benvenuti ha un’avversione dichiarata verso gli atleti di colore per la sua convinzione che siano ingestibili sotto l’aspetto caratteriale. La morte di un suo “colored” per overdose quando il coach allenava a Roma rappresenta solo l’ultimo elemento per rafforzare la sua convinzione.
Lo stesso coach, allora, individua due bianchi che, però, garantiscono grande tecnica ed altrettanta esperienza di alto livello: Kim Hughes (neo campione d’Italia con Roma) e Charles Jerome (C.J.) Kupec, già campione d’Europa con la maglia di Cantù.
Se l’ingaggio di Kupec si risolve in maniera relativamente agevole, quello di Hughes non lo è affatto. Il giocatore ed il procuratore “nicchiano”; Reggio Calabria ancora non esiste nella mappa del basket di vertice italiano, la Viola il proprio nome se lo farà in fretta negli anni successivi, ma ancora deve dimostrare tutto. In più, come sempre, le referenze sulla città che gli americani chiedono ai loro colleghi che già militano in Italia sono pessime.
Hughes, tra l’altro, ha un problema in più: avendo figli in età scolare, insiste su Livorno, ad un passo dalla base Usa. Benvenuti non è più convinto, chiede a Viola di mollare la presa e “liberare” il giocatore “che a Reggio non verrà mai”.
<<Se passa questo principio>> risponde Viola al suo coach <<per il quale ogni anno dobbiamo rinunciare a priori alla nostra prima scelta siamo finiti, perché ci sarà sempre qualche piazza più appetibile della nostra dove il giocatore preferirà andare. Andiamo negli Usa e parliamo direttamente con lui!>>.
Partono per gli States Gianfranco Benvenuti, Giuseppe Viola e Mario Monastero, che, tra l’altro, torna assai utile per la conoscenza della lingua inglese. Dopo una tappa a Chicago il trio giunge a Denver, città di Kim Hughes. Qui avviene l’incontro. Il Giudice resta impressionato molto favorevolmente da questo trentunenne, dal fisico imponente ed asciutto (211 cm.) e, soprattutto, dai toni pacati e dai modi da lord inglese.
Hughes in qualche modo “nicchia”, tentenna, il fronte dell’accordo spazia dall’aspetto economico ai benefit, ma il giocatore prende tempo. A questo punto Viola è irremovibile: <<Noi rispettiamo le tue posizioni e le tue esigenze e faremo di tutto per venirti incontro>> dice il Giudice al giocatore <<ma dobbiamo difendere un principio vitale. Ragiona su tutto, oggi è martedì, entro venerdì devi darci una risposta. Noi sabato partiamo e lo faremo o col tuo contratto o senza, non possiamo permetterci di attendere oltre. Se non firmi il contratto, però è giusto che tu sappia che l’anno prossimo in Italia non giocherai da nessuna parte perché non daremo il nulla osta>>.
I tre rientrano in hotel, in verità carichi di paura. Fare la voce grossa era l’unica via effettivamente praticabile ma temono che la posizione intransigente possa non tenere. Ed ora ci sono tre giorni di “vacanza forzata” da passare.
<<Gli altri due uscivano, io rimasi in albergo…>> ricorda Viola <<…di fronte a me una città di marmo, lucida, perfetta, pulita, con un cuore di grattacieli ed una distesa di villette con giardino attorno…>>.
Non tutti sanno che Giuseppe Viola è un eccellente suonatore di pianoforte e, in quei tre giorni, a lungo si diletta al piano a coda sito nella hall dell’albergo. Il suo repertorio spazia dai classici a qualcosa di più moderno ed in breve Viola diventa una sorta di attrazione dell’hotel: <<Qui mi accadde una delle cose più sorprendenti della mia vita. Il giovedì mi si avvicina il direttore dell’hotel insieme ad un signore che parla l’italiano e mi propone un contratto, anche ben remunerato, di cinque anni, come pianista. Chissà, la mia vita avrebbe potuto svoltare…>> ride più di un quarto di secolo dopo il Giudice.
Il venerdì, bene o male, giunge e, con esso, anche il sospirato “sì” di Hughes. La serietà dell’approccio, ancora una volta, paga, come conferma oggi Kim Hughes, assistant coach dei Los Angeles Clippers: <<Mi colpirono i modi cortesi e rispettosi del Giudice, ma anche la serietà del progetto e l’onestà delle sue proposte, mai sovradimensionate rispetto a quella che poi sarebbe stata le realtà dei fatti>>.
Viola, Benvenuti e Monastero tornano con in mano il contratto: un biennale da 110.000 dollari a stagione.
A New York, sulla via del ritorno, in aeroporto Viola firma anche con l’agente di Kupec. Dagli Usa la dirigenza nero arancio torna con una buona “spesa”. Missione compiuta su tutti i fronti!
<<Fu un ennesimo colpo da maestro di Viola>> ricorda Scambia <<e non fu l’ultimo. I giocatori furono sempre legati personalmente a lui e lui si occupava quotidianamente delle loro cose personali. D’altra parte la Viola era Viola…>>.

Il contratto di Hughes viene garantito da una scrittura privata firmata da Gianni Scambia: <<Tra l’altro, noi non abbiamo mai pagato in nero, contrariamente a quella che era una prassi diffusissima. La scommessa era proprio quella: riuscire a mantenere ad alti livelli una squadra con costi maggiori degli altri>>.
Hughes, Bianchi, Campanaro e, per due sole stagioni, Kupec, rappresenteranno per quattro stagioni l’asse portante della Viola, non solo sotto l’aspetto tecnico. I quattro sono l’anima della compagine, fanno vita spesso in comune fuori dal campo e, soprattutto, in città diventano dei punti di riferimento: <<Lo “Snooty Fox” (l’unico pub esistente in città) era il nostro covo>> ricorda Hughes <<e quello era punto d’incontro per noi, molti altri nostri compagni e centinaia di tifosi>>.
<<Possiamo dire che lo “Snooty Fox” prese piede grazie a noi>> valuta Massimo Bianchi <<e rimase per tanti anni il principale punto di riferimento dei locali cittadini, se non l’unico>>.
In realtà, oltre a questo, la straordinaria coincidenza per cui il locale si trova a non più di ottanta passi dal palazzetto, rappresenta una “location” quasi obbligata per le serate e, soprattutto, per i dopo-gara, con gli avversari spesso tutti assieme a bere e mangiare, a contatto con i tifosi che, a loro volta, escono dal “Botteghelle”. Negli anni in cui la Reggina Calcio risorgerà per la prima volta (1988-1989-1990) lo Snooty Fox sarà anche sede di straordinarie serate congiunte con i giocatori di entrambe le realtà sportive cittadine: <<Ricordo una festa in maschera>> continua Bianchi <<insieme ai giocatori della Reggina nella quale io restai per tutto il tempo con la maschera di Pulcinella sul volto, in silenzio. Nessuno, fino alla fine, capì chi fossi…>>.
I campioni della squadra diventeranno (e la cosa si ripeterà con altri giocatori-simbolo nei lustri successivi) miti a portata di mano di chiunque e ciò creerà un afflato unico tra città, squadra e tifo che, renderà da subito il Botteghelle, spessissimo ricolmo ben oltre la capienza dei fatidici 3500, una fortezza quasi inespugnabile. <<La passione della gente che si traduceva in spinta di pubblico fu sempre un fattore straordinario>> ricorda ancora Walter Magnifico, uno dei pochi avversari che, con le maglie di San Severo prima e Pesaro poi ha calcato il terreno di “Scatolone”, “Botteghelle” e “Pentimele”. <<Per noi era veramente complicato giocare a Reggio, il chiasso era assordante, in certe fasi del match non riuscivi nemmeno a comunicare col compagno a fianco. Però nell’ambiente, negli anni, tutti siamo sempre venuti volentieri a Reggio; per uno sportivo l’adrenalina che si generava in quell’ambiente era unico e poi i tifosi della Viola sono stati sempre di una correttezza straordinaria. La partita era un inferno, ma nel dopogara ti aspettavano per chiederti l’autografo, scattare una foto e spesso, la sera dopo il match, visto che non si riusciva a rientrare in giornata, finivi anche a bere qualcosa assieme a loro. Un’esperienza davvero unica>>.
Il gruppo dei “quattro americani” nero arancio, se troverà in Campanaro colui il quale va sempre fuori le righe (leggendari i controlli a casa della società poco oltre la mezzanotte, mentre lui esce all’una e tira l’alba circondato da ragazze e bevendo ogni tipo di alcolici), vedrà in Hughes una specie di leader silenzioso. <<La cosa più straordinaria>> racconta Massimo Bianchi <<era data dal senso della squadra, del gruppo, di ciascuno e se per me, da italiano, tutto sommato si trattava di una cosa nella norma, per loro, americani giramondo, era veramente una caratteristica straordinaria. Campanaro, Kupec, lo stesso Hughes erano sempre pronti a fare a botte per difendere un compagno. In trasferta, ad esempio, era obbligatorio, comunque fosse finita la partita, che tutta la squadra, compresi i giovanissimi, andasse in qualche locale al completo. Campanaro e Hughes erano generosissimi, spendevano e spandevano per tutti senza problemi. Hughes, poi era veramente un personaggio ed oltre allo straordinario carisma era dotato di un’ironia travolgente, non apparente perché mascherata dall’aplomb, ma totalizzante. Ti imburrava gli occhiali a colazione… e… una volta nascose le chiavi della macchina di Lucio Laganà dentro il borsone del massaggiatore Barreca… ancora Lucio un giorno trovò attaccate tra di loro col mastice le stringhe delle scarpe… sgonfiava le gomme dei compagni… qualche volta, come fece col preparatore atletico Albino, ricopriva le auto di spazzatura. Kim aveva stabilito una regola per la quale quando entrava in palestra Pasquale Favano, a qualunque punto dell’allenamento ci trovassimo, dovevamo interrompere immediatamente il lavoro e travolgerlo di pallonate. Per tutti gli anni che facemmo il ritiro in Valtellina per tutte le notti suonò sempre allo stesso campanello e poi scappò; anche questo era Kim Hughes che, comunque, era anche un vero signore d’altri tempi. Sembrava un uomo d’affari, impeccabile nello stile e nel vestire>>.
Kupec, invece, ha un carattere più chiuso, ma l’attaccamento a maglia, città e compagni, diventa subito qualcosa di granitico. <<Caratteristico era il suo borsello che non lasciava mai>> ricorda ancora Bianchi <<e, infatti, la volta che lo perdemmo rischiammo lo psicodramma collettivo finché non si ritrovò>>.
Kupec è un uomo molto religioso: alla domenica, in casa o fuori, va regolarmente a sentir Messa, se è a Reggio, con tutta la sua famiglia. La sua professionalità è qualcosa di straordinario, al pari della cattiveria agonistica che mette in campo. <<Una volta>> conferma Bianchi <<al termine di una settimana infernale in cui il suo bambino era stato molto male, lui volle giocare a tutti i costi e ci fu una fase della gara nella quale, in piena trance agonistica, mise a segno cinque canestri da tre punti in altrettante azioni consecutive. All’ovvio timeout richiesto dagli avversari tutti noi ci stringemmo a cerchio attorno a lui che si inginocchiò pregando e piangendo>>.
Anche questo episodio rappresenta una cartina di tornasole di ciò che la società è per i giocatori: <<Vedevano, nella organizzazione e nella disponibilità societaria, una molla assai più potente dello sfascio nel quale arrancava la città>> ricorda Gianni Scambia. Quando, infatti, il bimbo di Kupec sta male scatta una sorta di unità di crisi societaria, quella che, su base esclusivamente volontaria, rappresenterà per anni il valore aggiunto della società; le telefonate si susseguono nell’ordine di minuti. Viene rintracciato il primario di neonatologia che, tra l’altro, parla anche l’inglese. Questi prende in mano la situazione e la risolve restando, per gli anni a seguire, anche quando Kupec avrà lasciato Reggio, l’unico riferimento col quale CJ accetterà di confrontarsi per problematiche sanitarie dei suoi figli. Kupec resterà a Reggio per due stagioni, fino al 1985. Nel 2008 a casa Viola squilla il telefono, è sua moglie che si trova di passaggio in Italia per lavoro e che chiama per salutare il Giudice e la moglie, come richiestole espressamente da CJ…

Quegli anni sono decisivi per la formazione del mito-Viola, la forza dirompente della squadra, come gruppo espressione della comunità reggina, genera un vero e proprio miracolo. “Erano ancora anni bui per Reggio città, stava per cominciare e poi sarebbe durata per sei anni una feroce guerra di ‘ndrangheta, con i morti ammazzati per le strade, il calcio era ai minimi storici, la città in ginocchio, l’abusivismo dilagava, case e strade spesso fatiscenti, nessuna possibilità di svago o, tantomeno, di crescita>> spiega Bianchi in una lucida analisi. <<Ma la domenica si realizzava un vero e proprio miracolo, si creava una sorta di bolla, una parentesi, qualcosa a parte>>.
Se da qualche anno la Viola ha insegnato a pensare diversamente, ad osare, ora la Viola, addirittura, tiene a galla la città, al suo interno, ma anche nell’immagine all’esterno: <<Noi, invece>> continua Bianchi <<eravamo fieri di essere di Reggio, di rappresentarla, soprattutto quando, in trasferta, ci gridavano di tutto perché percepivamo perfettamente di rappresentare l’unico momento di riscatto per la nostra gente. Anche gli americani, di solito distanti, ne erano perfettamente consapevoli e ciò dimostra quanto fossero calati nella realtà anche loro. Questo avveniva perché Reggio, anche nei suoi momenti più bui, anche quando viverci era veramente difficile, non ha mai fatto mancare a chi veniva da fuori la straordinaria capacità di sentirsi a casa, da subito>>.
Tutto ciò, però, nell’estate del 1983 è ancora di là da venire. La squadra rientra dalla Valtellina con l’organico della promozione meno Grasselli, Gira e Mallamace, e più Kupec, Hughes ed un giovanissimo gigante di nome Giovanni Spataro.
Al rientro, ad agosto, i primi allenamenti in sede si svolgono allo “Scatolone”. Quando entra in palestra per la prima volta Hughes resta basito: <<La palestra era piccola, sporca e buia>> ricorda <<ed io rimasi allibito ed un po’ preoccupato. Bastò, però, l’immediata rassicurazione del Giudice Viola, che ci garantì che presto sarebbe stato pronto il palazzetto, a tranquillizzarmi>>.
In realtà Hughes, esteriormente, non battè ciglio alla vista dello “Scatolone”: <<Faccio il giocatore>> disse ad un amico <<non è compito mio criticare i luoghi di lavoro…>>.
E se Hughes ha carisma da vendere, in questo caso è quello di Viola ad arrivare in aiuto, visto che a ridosso di ferragosto sul terreno del Botteghelle insistono solo le fondamenta.
Il crono-programma dei lavori non ammette deroghe né rinvii: il 10 settembre è previsto il sopralluogo di Coccia e per quella data ogni cosa dovrà essere a posto.
Tra le varie fasi è previsto che, al massimo entro il 18 agosto, la Baraclit dovrà consegnare le varie parti dell’involucro esterno da montare immediatamente.
E’ il 13 di agosto del 1983 quando l’ingegnere-capo del Comune, Pachì, riceve una telefonata dai responsabili della Baraclit che comunica di non essere in grado di rispettare gli impegni presi perché, nei giorni a cavallo di Ferragosto, per ragioni connesse al traffico ed all’esodo vacanziero, non era stata concessa l’autorizzazione al passaggio degli autoarticolati del trasporto eccezionale provenienti dal Nord e diretti a Reggio Calabria sul Grande Raccordo Anulare.
La notizia cela risvolti catastrofici per l’intera operazione.
Nel frattempo la sede è stata nuovamente spostata a Reggio, non si può in alcun modo scherzare sulle date.
In situazione di massima emergenza, Viola si reca dal  Prefetto di Reggio, Mazzitelli, e lo informa circa lo stato delle cose: <<Eccellenza, siamo alle prese con una delicatissima questione di ordine pubblico, non so cosa potrà succedere in città, se, adesso, con la squadra pronta per la serie A ed i lavori avviati, non riusciremo a giocare. E’ necessario un suo intervento, se del caso anche a livello ministeriale>>.
Mazzitello si mette al lavoro, chiama il suo omologo romano il quale firma l’ordinanza che per motivi di ordine pubblico consente il transito dei mezzi pesanti dal GRA, con conseguente arrivo a Reggio per la data prevista del 18 agosto.
In quei giorni è lo stesso Viola a dovere garantire personalmente la ditta che sta lavorando sul “Botteghelle” circa la solvibilità dell’amministrazione comunale.
Gli ultimi giorni di settembre sono i più esaltanti: mai la costruzione di una struttura ha toccato punte di coinvolgimento popolare così alte. Si può dire che la gente – centinaia di persone alla volta – faccia il tifo per gli operai.
Il 10 settembre è tutto pronto e, quella mattina, all’aeroporto di Reggio sbarca per le verifiche il dg della Lega, Claudio Coccia.
<<Ero fortemente prevenuto>> dirà in seguito Coccia <<mi aspettavo uno dei giochi di prestigio nei quali Viola era maestro. Mi attendevo, cioè, qualcosa di preesistente un po’ allargato ed il resto, sotto il profilo della capienza, fatto da interpretazioni numeriche sulla carta del tipo ‘cento posti li recuperiamo di qua, altri duecento di là…’>>.
In realtà Coccia si aspettava di essere portato a vedere una struttura nascente dall’improvvisata copertura del campo centrale del circolo del tennis “Rocco Polimeni”…
Vanno a ricevere Coccia, in aeroporto, Scambia e Messineo.
Giungono al “Botteghelle” e Coccia ammutolisce.
In silenzio entra nel palazzo, va in cima alle scale e lo guarda dall’alto, sbalordito ed estasiato: <<Ed ora come spiego a Roma che è tutto vero?>> pensa a voce alta. Tito Messineo, un po’ per scherzo, un po’ per davvero gli scatta una foto all’interno del palazzo col giornale del giorno, come si usa con i sequestrati, mentre Pasquale Favano, sotto gli occhi di Coccia, misura la struttura.
Un altro miracolo della Viola è compiuto: in soli cinquantotto giorni, dal nulla, Reggio ha ottenuto il palasport sospirato da quindici anni.
L’estate del 1983 porta in dote doni quasi infiniti: detto della serie A, del palasport, di Campanaro italiano, di  Hughes e Kupec, passa sotto silenzio l’arrivo di un uomo – in verità poco più di un ragazzo essendo venticinquenne – che avrebbe scolpito la storia della Viola per i diciassette anni a seguire: Gaetano Gebbia.
A Roma, alla Stella Azzurra, due anni prima, lui allenava le giovanili mentre Benvenuti era l’allenatore. Ed era stato lo stesso coach livornese a segnalarlo alla società già durante il campionato di serie B 1982/83: <<Allora>> ricorda Gebbia <<andai a trovarli presso l’hotel Fleming, dove alloggiavano in vista della gara contro la Butangas Roma, lì conobbi Viola e Scambia. Terminata la stagione con la promozione della Viola mi chiamò Benvenuti e mi fece la proposta. Io parlai con la dirigenza e, ovviamente, accettai subito>>.
Comincia così la storia d’amore – appassionante – che lega la Viola e Gebbia.
I destini si erano incrociati parecchie volte, da avversari sul campo negli anni della B, quando Gaetano era un giocatore di Ragusa, prima di intraprendere la carriera dall’altra parte della barricata. Il giovane coach da subito sposa la causa nero arancio senza condizioni ed in fretta diventa – e lo sarà sempre – un “uomo-società”: <<Proprio così>> ricorda <<perché la mia educazione sportiva era ed è quella, con la società sovrana assoluta rispetto a tutte le altre componenti; la società è il nucleo, il cuore, fatto di amici. Io la penso così>>.
Gaetano sbarca a Reggio a fine giugno del 1983, diventa in fretta una sorta di “capocantiere aggiunto” del “Botteghelle”. Ogni giorno, dopo pranzo, va personalmente a controllare lo stato di avanzamento dei lavori. I primi giorni sta in foresteria, poi la sua base diventa… la sede. In via Giulia c’è una stanza inutilizzata: presto diventa sua. <<Per me era già tanto; a Roma dividevo la camera, qui ne avevo una tutta per me…>> ride Gebbia.
Accanto alla sede c’è anche l’appartamento di Benvenuti, i due, maestro ed allievo, sono quasi sempre assieme. Da subito e per i mesi successivi, l’angolo di incrocio tra via Giulia e corso Garibaldi diventa luogo di appuntamento fisso di una sorta di confronto aperto tra Benvenuti ed i tifosi, un modo nuovo di vivere la passione, il tifo, di una città che Gaetano ricorda priva di un’identità, visibilmente degradata sul piano esteriore: <<Mi colpì la totale mancanza di segnaletica e toponomastica per le strade che mi creò non poche difficoltà>> ricorda. <<Mi spostavo spesso a piedi e tra l’altro non avevo automobile, almeno fin quando la società non mi diede in uso una vecchia Fiat 132 prima ed una Ford Capri grigia col portabagagli legato col fil di ferro. Ecco, per me queste attenzioni erano già oro…>>
Dopo il ritiro, a “Botteghelle” ultimato, Gaetano tasta con mano la “febbre-Viola” che cresce in città: <<L’ingresso al “Botteghelle” fu un’emozione unica>> racconta con un pizzico di commozione. <<Vi entrammo quasi spinti dall’esaltazione collettiva, dentro era ancora molto forte l’odore delle saldatrici, c’erano operai al lavoro dappertutto. Dietro di noi, vidi subito che c’era una società giovane ma già molto forte, composta da persone di grande spessore e questo i giocatori, soprattutto quelli più esperti, lo percepiscono subito. La crescita avvenne anche per questo aspetto, per la passione generale ed anche per una stampa locale coinvolta nel progetto-Viola e raramente critica oltre i limiti>>.

Intanto, già dalla stagione precedente, la Viola ha iniziato una vera e propria attività giovanile, che in realtà era già stata impostata ed avviata dal 1980. <<Ma l’arrivo di Benvenuti prima e Gebbia poi>> ricorda Rocco Falcomatà, per decenni responsabile organizzativo del settore giovanile nero arancio <<diede un’impronta organizzativa e strutturale formidabile. Il traino della prima squadra, ovviamente, rappresentò una spinta notevolissima, così come la presenza, negli anni, nelle nostre squadre di minibasket dei figli degli americani. Ricordo nitidamente nella stessa squadra i figli di Hughes e Bryant, nel 1986. Ryan ed un certo Kobe…>>.
La cronica mancanza di impianti in città obbliga ed obbligherà, fino alla nascita del “Centro Sportivo Viola”, i ragazzi nero arancio a peregrinare tra le palestre delle scuole della provincia. Il liceo scientifico “Vinci” è il più gettonato, oltre che il più ricettivo, nel 1983.

Comincia da qui l’altra storia nella storia, una sorta di mito nel mito, quello del settore giovanile della Viola, che nel 1995, con Gebbia in panchina si fregerà del titolo nazionale cadetti, come vedremo più avanti, ma che, soprattutto, in venticinque anni, avvicinerà al basket, allo sport, alla socializzazione più pura migliaia di ragazzi e le loro famiglie, in qualche caso sottraendole da un destino “stradaiolo” assai pericoloso. <<Per noi>> conferma Rocco Falcomatà <<è stata sempre una grandissima soddisfazione personale. Per centinaia di ragazzi provenienti dall’hinterland o anche dalle parti più lontane d’Italia abbiamo surrogato, anno dopo anno, la funzione della famiglia e, in qualche misura, della scuola. Non sfugge la valenza sociale di tutto ciò>>.
<<Anche negli anni d’oro>> ricorda Gebbia <<gli anni ’90, per intenderci, noi, a differenza del Messaggero Roma, ad esempio, non dimenticammo mai, nemmeno per un attimo, da dove venivamo e cosa rappresentavamo. Negli anni, diventammo anche un vero e proprio laboratorio, con illustri professionisti quali, ad esempio, Roberto Colli e Tommaso Biccardi e formammo non solo uomini ed in molti casi atleti di alto profilo, ma anche tecnici di livello assoluto, come dimostrato poi dalla carriera, ad esempio, di Bianchi, Benedetto, Tripodi, Iracà, Bolignano. Ma anche nella gestione dei ragazzi, fin dalla metà degli anni ’80, con gente come Avenia, Passarelli, Livornese, Zaghi, Salomon, Li Vecchi, lo stesso Mazzetto, ci siamo letteralmente inventati un modus nuovo di gestire il settore>>.
Le storie, come le idee, camminano sempre sulle gambe degli uomini. Di grandi uomini che, lontano dai riflettori, hanno dato tutto per la causa dei ragazzi nero arancio, seguendoli, consigliandoli, sorvegliandoli, accompagnandoli per l’Italia, ce ne sono anche qui.
Due di questi hanno profuso veramente qualcosa in più: Bruno Calarco e Paolo Fulco. E Fulco – come stranamente ed anche in modo un po’ inquietante è accaduto per altre vie anche ai dirigenti Odoardo De Carlo e Piero Costa, ai giocatori Sergio Borlenghi, Massimo Mazzetto e Andrea Blasi ed a tifosi ultras Massimo Rappoccio e Peppe Condello – ha conosciuto la morte in tempi decisamente prematuri. Addirittura Paolo Fulco ci lascerà nel 1990, proprio mentre accompagna la squadra alle finali juniores di Forlì. Il cuore lo tradisce la sera, nell’hotel di Castrocaro, dove è appena giunto proveniente da un altro viaggio massacrante in accompagnamento di un’altra squadra nero arancio.

Il settembre del 1983, pochi giorni dopo le celebrazioni cittadine in onore della Madonna della Consolazione, segna l’esordio ufficiale della Viola al “Botteghelle”. E’ una festa per tutti, la gara è di coppa Italia, contro Napoli; si tratta della prima uscita ufficiale del grande basket a Reggio.
Il nuovo palasport è fiammante; colpiscono immediatamente l’illuminazione ed il parquet. Per la prima volta la casa della Viola ha un fondo in parquet, come quelli “veri”, mentre a chi vi entra per la prima volta, con gli occhi dello “Scatolone”, il “Botteghelle” pare immenso; presto sarà piccolissimo, con 5000 persone accalcate al suo interno. Ma non finisce qui: la nuova Banca Popolare è alla prima uscita davanti al suo pubblico, con i primi americani – e che americani – della sua storia. Napoli schiera anche i “colored”, a cui Reggio imparerà ad abituarsi in fretta, realizzando un percorso di integrazione mentale che verrà spostato in fretta dall’asse cestistico a quello sociale. Si realizzerà la stranissima situazione di una città chiusa e arretrata su tutto ma già avanti sull’aspetto della solidarietà razziale, e questo dato, al quale, incredibilmente, contribuisce in modo decisivo proprio la Viola, si manterrà inalterato in città nei decenni successivi.
Dopo la sconfitta a Brindisi, di misura, all’esordio, la serie A sbarca ufficialmente a Reggio portata dalla Rapident Livorno, in qualche modo vittima sacrificale: troppo intenso l’entusiasmo, troppo forte la spinta della passione popolare per consentire al match un esito diverso dalla vittoria nero arancio. La città – adesso veramente in massa – si innamora, dal vivo o in tv, delle prodezze dei “quattro americani” della Viola, ma anche dello spettacolo offerto dagli avversari. E’ una serie A2 di altissimo profilo: giocatori come Bucci, Howard, Hackett, Bouie, Hordges, Zeno, Malagoli, suscitano solo ammirazione al di là del colore della casacca.
L’avvio di campionato, temuto per l’impatto con la nuova realtà, è discreto; la Viola non finisce mai in zona retrocessione, ma in questa fase, due gare orientano, in positivo, il futuro dei nero arancio.
La gara contro la Vicenzi Verona, in casa, regala un finale thrilling: Marty Birnes, altro grande interprete del basket di quegli anni, si alza in sospensione dall’angolo e, sulla sirena, regala la vittoria agli ospiti per un solo punto. Già, sulla sirena…prima o dopo? Squadre ed arbitri riparano in tutta fretta negli spogliatoi, il tabellone riporta, impietoso, la vittoria della Vicenzi. <<Gli arbitri si precipitarono negli spogliatoi dicendo che avrebbero deciso dentro>> ricorda Raineri. La gente, ormai, non ci crede più, sugli spalti c’è solo delusione, eppure – chissà perché – le migliaia di tifosi restano lì, sulle gradinate in attesa di qualcosa. Intanto negli spogliatoi succede di tutto: <<Mi precipitai dagli ufficiali di campo per primo>> continua Raineri <<qualche secondo prima che giungessero gli arbitri. Diciamocelo chiaramente… erano di Messina e da loro dipendeva l’esito della gara. Bastò uno sguardo, tra di noi… arrivarono gli arbitri e mi fecero uscire dalla stanza. Dopo pochi secondi mi richiamarono e mi diedero il referto rosa, quello destinato alla squadra vincente>>. Il verdetto, dunque, è favorevole alla Viola: canestro realizzato fuori tempo massimo. L’allenatore di Padova, Arrigoni, si infuria, si getta a terra, fa quasi una capriola. Il resto è rappresentato da Pasquale Favano e da un ispettore di polizia, tifosissimo dei nero arancio, Carmelo Catania, che vengono fuori dal tunnel a braccia alzate. Favano sventola il referto color rosa che viene consegnato alla squadra vincente (ai perdenti tocca quello di colore giallo). La gente, che aveva atteso, viene premiata. Le riprese televisive dimostreranno che il canestro era stato realizzato prima del suono della sirena. Dieci anni dopo, la Viola pagherà, con abbondanti interessi, questo piccolo vantaggio, a Treviso.
E proprio a Treviso arriva la seconda svolta della stagione 1983/84. Benvenuti non sta bene e non c’è, i nero arancio in trasferta hanno rimediato solo sconfitte, la squadra è affidata al giovanissimo Gebbia. In una gara nervosa e caratterizzata da percentuali di realizzazione bassissime da una parte e dall’altra, alla fine prevale di un solo punto la Viola che rompe il ghiaccio lontano dal fortino del “Botteghelle”, ma il finale è al cardiopalmo: avanti di un punto a 15 secondi dalla sirena, la Viola può anche amministrare l’ultimo pallone. Campanaro, però, non riesce a sfuggire al suo istinto di giocatore da playground e, invece di tener palla, si arresta e tira. Sbaglia, rimbalzo Benetton che in un attimo è dall’altra parte. I padroni di casa tirano, sbagliano, prendono il rimbalzo, tirano ancora, sbagliano ancora, prima della fine. <<In quella partita>> ricorda Gebbia <<i ‘senatori’ della squadra mi aiutarono veramente tanto, ma comunque la squadra attraversava una fase di forte crescita e la prima vittoria in trasferta era matura. Da quella gara in poi, tra l’altro, cambiò radicalmente il mio rapporto con Benvenuti; la prima parte della stagione fu molto dura per me, io resistetti per professionalità, orgoglio. Non so se il coach volesse temprarmi, mettermi alla prova, se cercasse delle conferme. Lui era un tecnico esperto ed anche molto furbo. Ad esempio le ‘mattane’ di Campanaro, sulle quali, in qualche modo cercavamo tutti di chiudere un occhio, anche a lui davano fastidio e molto. A volte si infuriava proprio, ma non poteva permettersi di incrinare il rapporto con Mark e così sfogava con altri>>.
La stagione, da lì in poi, fila via liscia, la Viola è una creatura che la città coccola in tutti i modi, ogni quindici giorni al palazzo è una vera festa di sport e di gente. La partita è un’occasione per stare insieme, socializzare e della quale parlare per una settimana intera, per le strade, negli uffici, nei bar. Intanto sui media locali lo spazio per la Viola cresce ogni giorno di più, nascono anche delle trasmissioni televisive e radiofoniche dedicate. La società, dal canto suo, non sbaglia un colpo ed il sistema su scala nazionale è quasi costretto a rivedere i pregiudizi che avevano accompagnato il suo sbarco in serie A2. La serietà di Viola, Scambia e di tutta la dirigenza fa il resto. Le notizie – buone o cattive – circolano in fretta.
La stagione si chiude con la Viola in una dignitosissima posizione di centro classifica: 15 vittorie ed altrettante sconfitte su 30 gare. Lo sbarco sulla Luna è avvenuto in maniera assolutamente indolore e, anzi, per molti aspetti, esaltante.

Il quintetto-base della stagione 1984/85 resta inalterato tranne un innesto non di poco conto: uno dei protagonisti della promozione, Valentino Battisti, saluta ed al suo posto arriva Mario Simeoli, giocatore già con una buone esperienza di serie A e, soprattutto, professionista serissimo.
Ai “quattro americani” – dunque – si aggiunge questo tassello.
Le novità più significative, però, riguardano le seconde linee: Mastroianni sostituisce Campiglio come secondo playmaker ed è un’ottima scelta, visto che – nei pochi minuti di respiro che Benvenuti concede a Bianchi – Mastroianni riesce comunque ad imprimere ritmo alla squadra, mentre un altro protagonista della promozione, Renzo Mescalchin, lascia.
Al suo posto giunge – insieme a Salomon, Zaghi e Grasso che si aggiungono ai giovani Spataro, Livornese e Passarelli dell’anno prima per formare una squadra juniores competitiva – un giovanotto dai capelli ricci e lunghi. Viene dalla Campania, da Agropoli per la precisione, è figlio di un macellaio, ha una grinta ed una voglia di arrivare spaventose, ma la tecnica, diciamo così, non è sopraffina… Avenia è stato segnalato già da qualche mese: <<Andai a vederlo a Priolo>> racconta Gebbia <<e mi accorsi subito che era molto prestante fisicamente e dotato di grande agonismo; certo c’era da lavorare tanto sul piano tecnico e forse proprio per questo era stato scartato da Caserta>>. Il Giudice Viola si reca ad Agropoli per chiudere l’affare: <<Andai in automobile con Paolo Bruno, lì chiudemmo un preaccordo abbastanza in fretta sulla base di 32 milioni di lire. Rientrammo a Reggio, ma prima di firmare ci fu un intoppo, si era intromessa nella trattativa un’altra società di serie inferiore e, dunque, la società campana giocava al rialzo. Noi, come sempre, scappammo dall’asta e comunicammo loro che non eravamo interessati ad alcun tipo di gara; quella era l’offerta e quella sarebbe rimasta. A questo punto, però, il ragazzo, voglioso di uscire da quell’ambiente e di misurarsi sul palcoscenico della serie A, si impuntò e disse ai suoi dirigenti che avrebbe accettato solo la Viola>>.
Ai primi di luglio del 1984 il diciassettenne Donato Avenia comincia la sua avventura in casacca nero arancio. Sarebbe durata, a più riprese, una quindicina d’anni, ma, soprattutto, al momento del cambio della guardia con il nucleo storico, Avenia, insieme a Santoro, Tolotti e Bullara, rappresenterà l’asse portante della Viola degli anni a cavallo tra fine ’80 ed inizio ’90, per poi, unitamente a Santoro, Tolotti e Gebbia, resistere da vero eroe nella bufera del fallimento di fine 1997.
Nella stagione 1984/85, nonostante l’espansione fortissima del basket su scala nazionale e a dispetto del coinvolgimento che vivono città e provincia di Reggio e delle sempre meno nascoste ambizioni nero arancio di centrare addirittura la promozione in serie A1, la Viola si presenta ai nastri di partenza senza sponsor. Chiuso il rapporto con la Banca Popolare, la Viola comincia a scontrarsi con l’amara realtà che l’accompagnerà sempre: è difficile trovare aziende disposte a legare il proprio marchio al nome della città di Reggio Calabria, simbolo del degrado e del malaffare. Anche negli anni successivi l’unica via d’uscita sarà puntare molto in alto, a multinazionali il cui brand, nell’immaginario collettivo, non è associabile ad alcuna città, indipendentemente dalle maglie sulle quali campeggia. La Viola – ormai – ha guadagnato il massimo proscenio locale ed è l’unica espressione dell’orgoglio cittadino, pur se confrontata con tematiche lontane e ben più serie dello sport. Ma il miracolo-Viola, fin da quell’ormai lontano ferragosto del 1966, consiste proprio nella sua straordinaria valenza sociale, nella sua dirompente capacità di travolgere gli argini dello sport arrivando a rappresentare modelli di comportamento per un tessuto socio-economico allo sbando ed anche nella sua straordinaria forza aggregativa, evocativa di rinascita per l’intera comunità.
E’ un processo che dura un quarto di secolo, ma che incide profondamente sulle dinamiche cittadine, rappresentando a lungo l’unica ciambella di salvataggio per una città violentata nel presente e depredata del proprio futuro.
Anni dopo, quando al miracolo-Viola si aggiungerà il miracolo-Reggina, con il clamoroso sbarco in serie A della società amaranto, il suo presidente, Lillo Foti, ricorderà i primi anni della sua società – proprio quelli della seconda metà degli ’80 – indicando come modello seguito la Viola di quei tempi.
Sul campo è chiaro fin dalle prime battute che l’innesto di Simeoli, una panchina più affidabile e tanta consapevolezza in più pongono la Viola tra le favorite del torneo per osare là dove osano le aquile, per tentare l’inimmaginabile: lo sbarco in serie A1, al tavolo delle grandi storiche come Milano, Varese, Cantù, Bologna, Roma, Pesaro.
Ma un altro risvolto del miracolo è rappresentato dalla convinzione generale, collettiva che, mentre la città non ha possibilità di rilancio di alcun genere, la Viola, invece, può!
La Viola può tutto, nessun traguardo le è precluso in partenza e, pian piano, negli anni, questa convinzione, questa voglia di osare, si trasmetterà come un virus ad una città che si risveglierà dal coma con l’orgoglio di chi rivendica al mondo la propria storia millenaria fatta di fulgore e rovina, di miseria ed opulenza. Il concetto di “anche a Reggio si può” passerà dal parquet alla città nel nome di Italo Falcomatà prima e, nuovamente con lo sport, in quello della Reggina dopo. Ma questa fase, nel 1984, è ancora lontanissima. Il tunnel di Reggio, con la Viola a rappresentare la sua unica luce, dovrà durare ancora per tre o quattro lustri.
Il torneo si rivela una vera e propria marcia trionfale.
Hughes è il miglior pivot del campionato, Kupec va a nozze con l’introduzione del tiro da tre punti, Campanaro e Bianchi (che si prende una soddisfazione leggendaria verso tutti coloro i quali negli anni gli hanno detto in faccia che è troppo basso di statura per ambire al basket di vertice, ma non è il più basso del torneo, che resta Chicco Fischetto, playmaker di Brindisi) rappresentano una coppia di guardie senza pari: <<Adoravo giocare con Campanaro, Bianchi e Kupec>> ricorda Hughes <<Mark era veramente pazzo, incontenibile, spettacolare nelle sue giocate, CJ era un grande tiratore, ma mi ha sempre passato la palla quando ce n’era la possibilità, Massimo è stato sempre un piccolo leader con un grande cuore. Il gioco di Benvenuti era da manuale del basket: palla dentro ai lunghi e, se la difesa si chiudeva, di nuovo fuori ai tiratori. Praticavamo un gioco molto redditizio ma anche assai divertente. La forza di Benvenuti fu anche quella di ascoltare le opinioni di tutti e poi attorno a noi si creò un ambiente fantastico. Eravamo spesso assieme ai nostri tifosi e quel clima di passione e coinvolgimento non lo trovai più da nessun’altra parte. A Reggio ho vissuto gli anni più belli della mia carriera ed ho lasciato amici straordinari come Willie Praticò, che all’inizio era talmente disponibile con me che io credevo volesse qualcosa in cambio, invece è semplicemente un grande uomo. Ancora oggi, dopo venticinque anni, mi mancano i miei vecchi compagni di squadra, i tifosi e gli amici. Mi manca quella gente che mi fece sentire a Reggio come a casa, che mi fece avere l’impressione di essere sempre appartenuto a quella comunità, a quella città. Mi manca quella gente che con me fu sempre tifosa, sul parquet ma anche per la strada. A Reggio stetti così bene da non considerare mai che fosse un lavoro>>.
E proprio la forza dell’attaccamento alla città, alla gente, ai tifosi ed agli amici consente a Hughes di superare anche situazioni difficili sul piano ambientale. <<Un giorno>> ricorda Willie Praticò, da sempre assai vicino agli ambienti del basket e, in seguito, per un breve periodo anche dirigente della società <<mi chiamò preoccupatissimo, il giudice Viola, che conosceva il mio rapporto strettissimo con Kim, e mi disse di raggiungerlo in sede. Lì trovai Hughes su tutte le furie. Lui abitava in un maxi-condominio nella zona nord della città, nel cosiddetto complesso del “serpentone”. La città di Reggio, allora come oggi faceva i conti con una fortissima crisi idrica e, dopo giorni di rubinetti all’asciutto, lui, esasperato per le difficoltà in cui versava la sua famiglia, era decisissimo ad andarsene, ad abbandonare Reggio>>. Willie ha un vantaggio: con Kim ha un rapporto talmente stretto da potergli parlare alla pari, Viola lo sa e gli chiede, davanti a Hughes, di intervenire per sbrogliare una situazione che si sta facendo intricatissima. Kim non sembra lui, è nervosissimo, accigliato, gelido ed allora Willie lo affronta a muso duro: <<Ma come ti permetti?>> attacca <<Ti sei allenato allo “Scatolone” senza battere ciglio; tu, così legato ad una città che ti adora, adesso per un problema serio ma risolvibile fai tutto ciò?>>. Hughes accusa il colpo e resta in silenzio; Willie allora tenta l’affondo decisivo: <<Non ti riconosco più, non so più chi sei, forse ho sbagliato tutto su di te!>>. Toccate le corde dei sentimenti, Kim Hughes, improvvisamente, cambia atteggiamento, come se si svegliasse da un sogno. <<Porse le scuse al Giudice>> continua Praticò <<e gli chiese di perdonarlo. Uscì dalla porta senza più parlare del problema. Ovviamente Viola fece in modo che in poche ore l’emergenza venisse affrontata e risolta e, da quel momento, tutte le volte che la crisi idrica si faceva sentire, a casa di Kim arrivavano le autobotti di acqua potabile>>.
La squadra in quella stagione 1984/85 pratica un gioco straordinario, regala tratti di altissimo spettacolo. Al “Botteghelle” ci sono dei momenti nei quali si ha la netta sensazione che si stia salendo sulla giostra. E l’otto volante, poi, parte per davvero, con improvvise accelerazioni della squadra che trascina il pubblico il cui boato impressionante (non c’è più la lamiera dello “Scatolone”, ma le tavole sulle quali battere i piedi ci sono ancora ed in compenso ora i club di tifosi organizzati, in curva Sud sono due) spinge ulteriormente la squadra.
Campanaro sembra letteralmente volare, Bianchi va a mille, Hughes e Kupec indirizzano ed incidono, intimidiscono gli avversari e sono rispettati dagli arbitri, il “Botteghelle” diviene una bolgia ad ogni minima scintilla.
Contro l’Otc Livorno, in quello che è uno scontro diretto tra pretendenti alla promozione e che si conclude, però, con la larghissima vittoria nero arancio, a pochi secondi dalla sirena, con il risultato in cassaforte da tempo, Cedric Hordges, beccato dal pubblico, provoca continuamente gli avversari fino a commettere un fallo brutto, cattivo ed inutile su Hughes. Kim lo affronta a muso duro, ma anche Hordges non scherza e la stazza lo aiuta. Kupec arriva come una furia a difendere il compagno; il principio di rissa si seda, ma la gente è imbufalita, in trance agonistica come la squadra. Vola qualcosa in campo, un giocatore della panchina livornese si accascia. Il gm corre al tavolo asserendo che è stato colpito, ma è evidente che si tratta di una pantomima. Quei due sono uomini che, anni dopo, entreranno nella storia della Viola: Massimo Minto e Piero Costa. Ora Kupec è incontenibile, la sua cultura sportiva americana non tollera giochetti di questo genere e, se Campanaro reagisce ridendo e schernendo l’intera squadra avversaria, lui adesso vuole giustizia sommaria. Davanti al tavolo degli ufficiali di campo CJ è trattenuto a stento da tre compagni e da Nuccio Raineri: col dito indice, punta, a qualche metro di distanza, Minto che nel frattempo, ovviamente si è rialzato. Il piano del parquet (e anche questo crea la bolgia, essendo, di fatto in una fossa) è ribassato di un paio di metri rispetto alle tribune, cosicché la tettoia in plexiglass della panchina ospite è esattamente al livello dei piedi della tribuna sovrastante. Più di qualcuno scavalca la balaustra e batte con le suole delle scarpe su di esso.
E’ un inferno che dura poco. La partita si chiude regolarmente, col tripudio nero arancio.
Pressoché invincibile in casa (cade solo una volta contro la Latini Forlì), autoritaria in trasferta, la Viola chiude la stagione al primo posto.
La gara che sancisce la matematica promozione in serie A1 passa alla storia perché, ancora oggi, è la partita col più alto punteggio complessivo della serie A.
Si gioca al “Botteghelle” contro Perugia. La squadra umbra, senza più nulla da chiedere al torneo, è allenata da Jim McGregor, un teorico del “corri e tira”, uno di quelli che pensa che la difesa sia un optional, che sia invece necessario correre e segnare un canestro in più degli avversari. Contro quella Viola è un vero e proprio suicidio. Finisce 147-114 per la squadra di Benvenuti, segnano tutti, compresi Avenia, Zaghi e Hughes da tre punti!
Due anni dopo la storica promozione in serie A2, la Viola è nuovamente sulla Luna, che stavolta si chiama A1!
Il regalo per la promozione in quegli anni è rappresentato dalla formula del torneo che consente alle neopromosse una sorta di anticipazione della A1 partecipando ai playoff scudetto. Ovviamente le ambizioni delle matricole si riducono a tentativi di sgambetto (quasi mai realizzati) alle più titolate avversarie, ma in realtà si tratta di una vera e propria passerella. Giusta, opportuna e, soprattutto, esaltante.
Nell’aprile del 1985 per la prima volta Reggio si confronta col basket ai massimi livelli. Per i playoff scudetto la Viola incrocia la Scavolini Pesaro. Finisce 2-0 per i marchigiani – che quell’anno arriveranno ad un passo dal titolo italiano – ma di quel memorabile giorno di inizio aprile restano scolpite nella memoria le file interminabili fuori dal “Botteghelle”, ormai troppo, troppo piccolo per un’esaltazione collettiva che cresce ancora.
Giorno dopo giorno.
Benvenuta Calabria! E’ il titolone a nove colonne nella pagina del basket, con richiamo in prima, della Gazzetta dello Sport il giorno successivo alla promozione della Viola. Ora il sogno di Piero e poi di Giuseppe Viola viaggia veramente a livelli altissimi: <<Per noi fu un’ulteriore, grandissimo salto>> ricorda il Giudice <<e questo accadde anche nell’ambito della semplice organizzazione della partita. La A1 avrebbe portato a Reggio la stampa che contava, sarebbero scesi da noi gli arbitri migliori, gli internazionali>>.
Per tentare di salvarsi in A1 Benvenuti chiede alcuni ritocchi alla squadra; l’esposizione debitoria nei confronti delle banche e dell’ ing. Scambia supera complessivamente i 2 miliardi.
Per prima cosa – a malincuore – il coach decide il sacrificio di Kupec; la massima serie richiede il rinforzo della batteria dei lunghi ed allora, dopo aver salutato CJ, arriva la firma sotto il contratto di Hank McDowell, un signor giocatore, assai simile sul piano fisico a Hughes e che con lui avrebbe potuto formare una coppia davvero con i fiocchi sotto i tabelloni. Ma la dea bendata stavolta gira le spalle ai nero arancio e così McDowell, già in ritiro, si procura un infortunio, una fastidiosissima microfrattura al piede, dalla quale non si riprenderà più.
Per l’avvio del campionato sarà ingaggiato, a gettone, Steve Malovic, un gregarione che fa il suo compito e nulla più e, dopo qualche giornata, arriva a Reggio Reginald “Reggie” King, il primo giocatore di colore della storia.
<<Probabilmente>> ricorda Porto <<la società si fece prendere la mano dalla voglia del primo ‘colored’ che si sentiva in città, perché penso che avrebbe tranquillamente, e forse con maggior profitto, essere confermato Malovic. Però la gente voleva King. Ricordo che, prima che la società scegliesse, alcuni allenamenti li fecero assieme e ad ogni canestro di Reggie il migliaio di spettatori presenti esplodeva in un boato…>>.
Lui ha grandissima tecnica, un buon passato tra i professionisti americani, due anni prima era stato protagonista assoluto ai playoff NBA, ma è reduce da un infortunio piuttosto serio che, tra l’altro, lo ha reso pesante. <<Per noi era l’uomo che mangiava sempre pollo>> ricorda Bianchi. <<Si vedeva subito che era un giocatore di talento e classe, ma dall’infortunio non si sarebbe mai ripreso completamente, un po’ come Cerioni>>.
Il peso gli ha di molto “arrotondato” il sedere, quasi come un panettone. I compagni di squadra, come sempre, sono implacabili e King diventerà presto “Tartufon”, il nome di un famoso dolce in vendita presso la pasticceria di Malavenda, uno dei soci nero arancio…
Questa vicenda, che costringerà la squadra di Benvenuti a giocare con un americano e mezzo, proprio nella stagione più difficile della storia, segnerà l’intero campionato.
Benvenuti, nell’estate 1985, chiede anche di avere un parco-guardie all’altezza e, quindi, a Bianchi-Campanaro si affiancano altri due elementi in grado di scambiarsi i ruoli. Un nome prestigioso del basket italiano, Gigi Mentasti, già nazionale azzurro, da Varese arriva a Reggio. E’ una guardia pura, un cecchino a tratti implacabile, freddo come il ghiaccio. A Reggio non si ambienterà mai completamente e meno di lui la moglie, infatti andranno via dopo una sola stagione, ma nel campionato 85/86 la sua parte Mentasti la fa fino in fondo.
Il vero investimento, però, la Viola lo fa con Massimo Mazzetto, segnalato da Filippo Faina, rimasto in ottimi rapporti con la dirigenza nero arancio, notaio De Tommasi in primis.
Per prendere dal Petrarca Padova il ragazzo diciannovenne, da anni nel giro delle nazionali giovanili ed ormai pronto alla chiamata in nazionale A, la Viola sbaraglia la concorrenza più agguerrita. In Veneto va Valentino Battisti, in Calabria sbarca Massimo Mazzetto.
Massimo, prima ancora che dimostrarsi sul campo ben più di una promessa, è un ragazzo straordinario ed entusiasta. <<Era splendido, trasparente, impegnatissimo, ambizioso, convinto>> ricorda Viola <<aveva una straordinaria fame di apprendimento, in tutti i campi, pallacanestro in primis>>.
<<Dopo le sconfitte, negli ovvi momenti di sconforto in spogliatoio, era proprio lui, il cucciolo del gruppo a fare il giro dei ‘senatori’ per confortarci e darci carica già in vista della partita successiva>> racconta Bianchi, che in quel 1985 era già da qualche anno capitano della Viola. <<Dopo ogni gara veniva da me e mi diceva: ‘…ed anche oggi mi hai fatto vedere come si gioca a basket…’ In realtà lui aveva un talento straordinario ed anche una personalità già forte, nonostante la giovanissima età>>.
Mazzetto in campo gioca con la testa ed il cuore, ha rispetto per tutti i mostri sacri che ritrova da avversari ma non ha paura di nessuno, nemmeno quando di fronte si troverà Mike D’Antoni o Roberto Brunamonti, Nando Gentile o Pierluigi Marzorati, Vincenzo Esposito o Andrea Gracis.
Benvenuti lo impiegherà per dare fiato a Bianchi, ma anche da guardia, visto che i centimetri e l’impostazione tecnica lo rendono idoneo.
Il primo anno di A1 torna lo sponsor sulle maglie, che infatti cambiano colore e per quella stagione sono gialle. Il marchio – e quindi il nome della squadra per quella stagione – è Opel.
La massima serie rappresenta un sogno ad occhi aperti per tutta la città, l’elettrizzazione è ormai incontenibile, la prima festa generale arriva il giorno della compilazione dei calendari; gli occhi di tutti vanno immediatamente a cercare le sfide con le grandi, quelle che hanno fatto la storia del basket: Milano, Varese, Cantù, Bologna, Roma, Pesaro.
Vedere in campo gente come Meneghin, Riva, Villalta ed uno stuolo di super-americani non pare vero.
C’è anche un po’ di timore per la risposta sul campo della Viola ad una sfida da far tremare le vene dei polsi, ma la storia nero arancio ha insegnato che la squadra reggina ha sempre saputo alzare l’asticella delle ambizioni senza ubriacarsi.
Nessuno può sapere se la Viola raggiungerà la salvezza, ma è convinzione comune che, comunque, i nero arancio faranno il loro dignitoso e competitivo campionato.
L’avvio di stagione vede la Viola in trasferta, a Caserta, dove i nero arancio si battono come leoni ma perdono di misura, vittime, probabilmente, di una mancanza di convinzione nei propri mezzi per piazzare il primo, clamoroso colpo in serie A1.
Ma sette giorni dopo, al “Botteghelle”, la musica sarà molto diversa…
Per la prima a Reggio della serie A1 il calendario ha regalato un anfitrione di eccezione: la Virtus Bologna, le storiche “V” nere che l’anno prima si sono fregiate della stella che rappresenta i dieci titoli italiani.
Bologna è sponsorizzata Granarolo e presenta giocatori del calibro di Brunamonti, Villalta, Meryweather.
La sfida è apparentemente chiusa, ma è proprio di quelle che, nella storia, hanno sempre fatto esaltare la Viola. Il “Botteghelle” ha al suo interno quasi 5000 persone, almeno altrettanti biglietti sono stati richiesti – inutilmente – soprattutto dalla provincia e da Messina. Sarà un clichè che si ripeterà per tutto l’anno, anche in considerazione dell’elevatissimo numero di abbonamenti che la febbre-Viola ha portato, con file interminabili lungo le scomode e strette scale della sede nero arancio.
Il 13 ottobre del 1985 non è una data qualunque per la città. Quella domenica mattina, al rione Archi, viene ucciso Paolo De Stefano, il boss dei boss reggini e, soprattutto, nessuno disconosce cosa significhi quel clamoroso atto militare: rappresenta la firma sotto l’avvio della più sanguinosa e lunga guerra di ‘ndrangheta che la città ricordi, durerà fino al 1991 e lascerà un migliaio di morti per le strade.
Dunque, quella domenica l’atmosfera è tetra, in città e, come se non bastasse, l’infinita estate di Reggio fa i bagagli e se ne va all’improvviso; fino al giorno prima più di qualcuno ancora andava al mare, quel 13 ottobre nuvoloni neri si addensano sulla città fin dalla mattina.
La consueta “bolla” di extraterritorialità spazio-temporale si materializza attorno alla Viola. Nei dintorni del “Botteghelle” l’aria è ben diversa e già dalle 15 sono migliaia i tifosi fuori dalla struttura in coda per accaparrarsi, all’apertura delle porte, i posti migliori tra i non numerati.
Il “Botteghelle” ribolle quando entrano le squadre in campo: Villalta porta i suoi fuori dallo stretto tunnel che passa proprio sotto la tana dei tifosi organizzati fino al centro del campo, dove la Virtus riceve i primi ed ultimi applausi della giornata. Esattamente tre minuti dopo è il più piccolino di tutti, il capitano Massimo Bianchi, a dire ‘andiamo’ a Campanaro e soci, accolti sul parquet da un’ovazione che chi ha ascoltato non dimenticherà mai.
Da quel momento in poi i 5000 del “Botteghelle” non staranno in silenzio nemmeno per un secondo.
La partita è tirata, la Viola tiene botta, ribatte colpo su colpo alle accelerazioni bianconere.
Mazzetto impressiona favorevolmente ma è Campanaro, letteralmente incontenibile, ad ubriacare avversari e pubblico con le sue giocate.
Intanto fuori i nuvoloni neri si tramutano – come talvolta accade a Reggio – in un temporale di inaudite proporzioni; si allaga mezza città, ma il “Botteghelle”, alla prima prova dell’acqua – e che prova! – tiene bene. L’energia elettrica, però, inizia ad andare e venire. Dopo due sospensioni della gara, alla terza salta un fusibile da 60 ampere. Il sistema elettrico è fuori uso, la partita, in qualche modo, deve però portarsi a compimento. Pasquale Favano – deus ex machina dell’impianto – avvia il gruppo di continuità, la gara riprende e non si fermerà più fino alla fine, ma nessuno sa che si sta correndo il serio pericolo che si debba sospendere definitivamente. Il gasolio del gruppo di continuità, infatti, sta per finire, sono quasi le otto di sera di domenica, trovarne dell’altro è un’impresa simile a quella che la Viola sta provando a portare a casa contro le “V” nere. Da qualche parte sbucano dei bidoni, con i secondi contati Favano si mette a caccia di un distributore di gasolio aperto. Miracolosamente, su viale Aldo Moro, a qualche centinaio di metri dal palasport, c’è una colonnina di carburante che sta per chiudere ma è ancora aperta.
Favano riesce, in extremis, a mettere 60 litri di gasolio nei bidoni ed a rientrare al “Botteghelle” prima che la scorta all’interno del gruppo di continuità sia terminata.
Tra l’altro le ripetute soste della gara hanno in qualche maniera rotto il ritmo della Virtus che stava per piazzare l’allungo decisivo e così Bologna è risucchiata nel match. <<Che inferno fu quel giorno il “Botteghelle”>> ricorda Roberto Brunamonti, uno dei più grandi giocatori italiani di tutti i tempi. <<Anche per noi che pure eravamo abituati a campi impossibili di mezza Europa fu una grande impressione. Ma negli anni successivi giocare a Reggio rappresentò per tutti noi sempre qualcosa di elettrizzante, pur se le sconfitte arrivavano e non di rado. Personalmente ricordo prima il “Botteghelle” e poi il “Pentimele” sempre pieni, ribollenti di passione. Ecco, un giocatore di basket a Reggio Calabria, anche da avversario, viveva la sublimazione del suo sport, di quello al quale aveva dedicato la vita. Anche per questo tutto l’ambiente del basket nazionale è da sempre stato molto affezionato alla piazza in riva allo Stretto>>.
Sperare di vincere nel testa a testa, punto a punto, al “Botteghelle”, per le squadre in trasferta è quasi un’utopia. E così, nella bolgia generale, la Viola festeggia la prima – clamorosa – vittoria in A1. Con la sconfitta della Virtus a Reggio cade la prima grande. Stessa sorte in quel campionato toccherà a Varese, Pesaro e Roma. Delle titolate passeranno a Reggio solo Milano e Cantù, entrambe a fatica.
L’indomani mattina, sui giornali – non solo sportivi – nazionali, per la prima volta Reggio conquisterà le prime pagine non solo per la cronaca nera (l’omicidio De Stefano ha un’eco notevolissima), ma anche per le prodezze della squadra di basket. Sarà così per parecchi anni.

Il campionato è difficile, la Viola prova a mantenersi in linea di galleggiamento, ma fatica.
A Brescia perde di due punti una gara – risultata poi decisiva – che i reggini affrontano privi di Campanaro, rispedito a casa da Benvenuti quando il giocatore si presenta in condizioni pietose in aeroporto.
La gara di ritorno con i lombardi è una sorta di pre-spareggio: una sconfitta casalinga della Viola toglierà ai nero arancio ogni velleità di salvezza, una vittoria li manterrà in vita e, anzi, darà alle loro ambizioni ulteriore slancio.
La tensione stavolta gioca un brutto scherzo e così, ad una trentina di secondi dalla fine, Brescia è in vantaggio di tre punti e può chiudere gara e campionato mettendo il più facile dei palloni nella retina sguarnita. Ma, tutto solo col canestro, un giocatore ospite sbaglia incredibilmente. La Viola torna in fretta in attacco, segna e si riporta a meno uno.
Mancano, però, meno di dieci secondi e la palla è nelle mani di Brescia. Sulla rimessa i nero arancio ricorrono al fallo sistematico e visto che, ancora, il regolamento consente di scegliere, i lombardi, piuttosto che andare in lunetta, preferiscono rimettere da metà campo per fare scorrere i sette secondi che li separano dalla clamorosa vittoria.
Ci sono situazioni nelle quali il pubblico, l’ambiente, fanno veramente la differenza. Ecco, in quel momento il “Botteghelle”, tutto intero, intimidisce fisicamente avversari e, soprattutto, arbitri.
La tribuna è letteralmente impazzita. Distinte signore ed inappuntabili professionisti, a tre metri dagli arbitri, vomitano insulti e minacce di ogni genere. Qualcuno fa anche il gesto di tagliare la gola ai fischietti.
Intanto anche i giocatori di Brescia vanno nel pallone e fanno una fatica maledetta a smarcarsi per ricevere il passaggio decisivo della rimessa.
I secondi passano, i cinque regolamentari concessi dall’arbitro che amministra la rimessa dopo aver consegnato il pallone a Brescia iniziano a scorrere e si esauriscono molto molto in fretta…
La ripresa televisiva dimostrerà che ne sono trascorsi solo quattro.
La rimessa è invertita, ora i sette secondi sono a disposizione della Viola per provare, incredibilmente, a vincere.
Bianchi-Campanaro-Bianchi fuori dall’arco dei tre punti fin quando il capitano, a due secondi dalla sirena, si prende la responsabilità del tiro decisivo. Con un piede sulla riga, tira e segna.
Se il “Botteghelle” non viene giù quella volta non verrà più giù…
Il campionato procede in questo modo, sul filo, fino al termine; alla giornata conclusiva l’ultimo posto utile per la salvezza se lo giocano proprio Opel Reggio Calabria e Sylverstone Brescia. Sono a pari punti in classifica ma un’inezia porta avanti in maniera decisiva i lombardi: all’andata hanno vinto con due punti di scarto, mentre al ritorno – col canestro di Bianchi – hanno perso di uno.
Dunque per salvarsi la Viola ha bisogno di vincere aspettando una sconfitta di Brescia.
Non è facile, entrambe le squadre giocano in casa, ma saranno due partite vere; la Viola riceve il Bancoroma, Brescia ospita Varese.
Al “Botteghelle” si gioca con la radiolina incollata all’orecchio, Brescia si può concedere il lusso di evitare questo supplizio. La tensione si tocca con mano a Reggio, ma la Viola riesce ad estraniarsi conducendo una buona gara; sempre avanti nel punteggio pur se di misura.
Le battute conclusive sono da psicodramma collettivo: la Viola si batte come una leonessa, Roma non molla salvo che nell’ultima azione, quando, per rincorrere una pallone finiscono per terra Massimo Bianchi e Stefano Sbarra; qui Bianchi, con la bava alla bocca, mentre Sbarra prova a recuperare il pallone che può risultare decisivo gli ringhia: “Stefano, non ci provare!”. Lui sussurra, in romanesco: “Vabbòòò…”
Brescia, intanto, è ancora indietro col cronometro; dopo aver saputo della vittoria nero arancio ai lombardi non resta alternativa rispetto alla vittoria contro Varese. Brescia, però, è avanti nel punteggio, sia pure di misura. A pochi secondi dalla fine, tuttavia, i 5000 del “Botteghelle”, immobili ai propri posti incollati alle radioline, sono quasi certi di avercela fatta: Varese fa 2/2 ai tiri liberi con un Thompson di giaccio e torna in testa alla gara, di una sola lunghezza. Nei restanti quattro secondi, però, il bresciano Palumbo riesce ad inventarsi un tiro sghimbescio, da lontanissimo, che tocca solo la retina e regala la salvezza a Brescia spingendo in A2 la Viola

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