Pur sembrando, a un primo sguardo, una raccolta relativamente contenuta, La Facitrice, silloge poetica di Ilda Tripodi, edizioni Iride 2021, con prefazione di Dante Maffia e postfazione di Corrado Calabrò, si caratterizza per la corposità, l’intensità, la varietà e la molteplicità degli argomenti, espressi talvolta con estrema sintesi, altre volte con la iterazione di interi versi quando funzionali a una più incisiva resa artistica o concettuale. I componimenti, pur disposti in un’agile sequenza, sembrano approfondirsi in una terza dimensione, veicolati dalla “forza” (mi servo di un termine caro all’Autrice) della parola. Parola dimenticata, parola che ha sbandito i segni, parola mediterranea che tocca porto ma prende continuamente il largo parole dei poeti che accendono e spengono frammenti di senso. La parola di Ilda, spesso essenziale, depurata, disidratata, a volte sfaccettata è il vettore che ci invita e ci conduce a perlustrare i fondali dopo aver ammirato velocemente la superficie.
Ci si ritrova così nella caverna di Platone (Libero Platone), non più prigionieri e costretti a guardare le ombre riflesse, ma illuminati dalla grande fiamma che agli altri fonde lo sguardo. In questo processo di conoscenza, la poetessa vuole allontanare i suoi segreti prima che possa avvenire il prodigio della Fata Morgana (mi piace pensare al prodigio della poesia, della nuova ispirazione) perché dopo non ci sarà più mistero. L’Autrice, che a stento riesce a mantenere il pudore del silenzio, inizia a guardare il mondo fra Giganti e montagne al lume di candela, così sembra cominciare qui, rappacificata, la nuova poesia. Naturalmente quanto esposto è solo una fra le tante interpretazioni possibili per una raccolta variegata e ben articolata quale quella di Ilda.
Vediamo come il verso, attraverso il mito (Thalía, Ate, Medusa, Europa, Odisseo), la filosofia (da Platone a Heidegger), i riferimenti del mondo classico, le Scritture, la storia, giunge ad interpretare la contemporaneità nelle sue numerose sfaccettature. La mia non è una poesia innocua, afferma l’Autrice nella sua premessa, così nella raccolta sono presenti componimenti di impegno civile, di denuncia, di protesta, poesie del territorio accanto a poesie di rilevanza sociale, di carattere religioso, intimistico, poesie d’amore.
Se si escludono i primi cinque endecasillabi della poesia Boccioni, scritti per evidenziare come la poetessa abbia avuto parole che sottostavano alla metrica, ma sono andate tutte perdute, la silloge è caratterizzata dal verso libero che, come ribadito dalla stessa autrice in premessa, accrescendo il dinamismo della figurazione, consente un più autonomo movimento della significazione. È un andamento compassato, discorsivo, raffinato, a volte criptico, a tratti illuminante che invita a rallentare la lettura e a concedersi alla riflessione, sovente al tentativo di decodificazione perché tutto ci giunge non pacificato, non semplificato, e tanto meno assoluto. La poesia talvolta procede per sussulti, con percorsi sincopati e felici ripartenze che spezzano l’andamento colloquiale e sorprendono il lettore, con uno stile e un linguaggio particolarissimi nei quali è sempre agevole identificare l’autore.
Fra i componimenti di impegno civile emerge la figura di Antigone (Pollà ta Deinà) che continua ad indebolire la forza (in questo caso la tirannia) / con una manciata di polvere. È la ribellione contro la legge ingiusta Antigone / l’attimo in cui alla notte / viene in mente di diventare giorno. Un componimento, questo, molto partecipato, coinvolgente, dove la poetessa riesce a trasmettere felicemente le proprie emozioni, il desiderio di riscatto e di giustizia. Altrove vi è la desolazione dell’esplosione nucleare (uno scenario finora remoto, ma purtroppo ipotizzabile nella sua drammatica attualità), che distrugge le mura della città del sole (fine dell’utopia?) lasciando macerie e madri che allattano il vento nel disordine della morte.
È presente la condanna della violenza, aggravata dal razzismo, ma quasi tollerata se non giustificata come fatto politico l’uomo che estingue l’uomo / con la forza (qui la violenza) dell’uomo. La speranza è riposta nelle nuove generazioni che, a dispetto delle voci rauche della nostra società, gridano e riaffermano l’uguaglianza interrazziale. Si esprime anche la visione pessimistica del mondo nella nostra epoca, vicina al deserto senza rifugio, al precipizio, in cui non resta che vivere secondo coscienza e conoscenza; la condanna del piangersi addosso per la propria inadeguatezza incolpando delle inesistenti contrarietà insuperabili (in questo caso le raffiche scatenate); la vibrante condanna per la donna ferita e ingannata in amore.
Fra i componimenti a sfondo sociale osserviamo varie tematiche, dalla superficialità e noncuranza verso l’arte e la bellezza, ai rapporti inquinati e inquietanti della coppia, evidenziati da una figura sbiadita di donna nella solitudine, agli pseudo insegnamenti che un padre intollerante tenta di inculcare al figlio. La poetessa dimostra ancora una volta fiducia nella gioventù, la risposta è affidata a un non senso, parole in libertà (unico in tutta la silloge) che ben esprime la distanza e la contrapposizione generazionale.
Dissolvere risolvere capovolgere
stravolgere strafottere dirompere
spendere espellere
aspirapolvere
Qui i verbi tendono a sminuzzare il verbo paterno, alla voce aspirapolvere attribuirei il senso di un’operazione di pulizia dalle scorie del pregiudizio e dell’arroganza. Oltre alla condanna del cicaleggio, quel chiacchiericcio frivolo che induce paura, ma che viene compatito dalla nostra poetessa, si esprime altrove sfiducia per gli impegni improduttivi e il desiderio di pausa, di restare immutati al trascorrere del tempo, di un tempo torciuto. senza ritmo, fuori tempo. Particolarmente coinvolgenti, in questo gruppo di poesie, sono quelle che trattano della malata terminale, descritta con particolare sensibilità e delicatezza, ma in modo asciutto, misurato, senza eccessi, dove anche i fiori sembrano distendersi per creare un ambiente armonioso e rasserenante. Ma il fuoco fu riacceso per breve tempo perché la legge della morte/ ha un cuore umido/ e un canto nuovo.
Rilievo centrale nella poesia di Ilda Tripodi, assumono i componimenti riferiti al territorio, dove è presente la denuncia civile con espressioni intense, incisive, essenziali, talora frammentate, di notevole spessore artistico e coinvolgimento emotivo. Il carattere riflessivo, soprattutto una pacata amarezza le distinguono dalla migliore poesia calabrese di protesta, quella dialettale, più veemente quest’ultima, molto meno raffinata. Per certi versi ricordano alcuni componimenti de “La rosa nel bicchiere” di Franco Costabile, come ha già fatto notare Giovanni Pistoia nella sua approfondita recensione al testo (faronotizie.it giugno 2021), o trovano affinità di tematiche con Mimmo Nunnari che, nel suo “Elogio della bassitalia”, ci parla del Sud come “un’espressione ambigua che non denota solo la posizione sulle carte geografiche, ma la condizione sociale e civile”. Ilda esprime il concetto poeticamente “il Sud non è una direzione, ma un momento di sole una bizzarria di un mondo preso e non compreso” dove le donne perdono la loro autonomia e il dolore, le asperità della vita sono ben evidenti anche quando è giorno di festa (delle campane che erano ventri pesanti su fianchi dolenti anche quando suonavano a festa). Infine il vento al Sud si chiama sospiro. Si intravede agevolmente un sotterraneo parallelismo, quasi una simbiosi, fra la fiumara, larga e ghiaiosa. e la parola in “Parola mediterranea”. La parola come la fiumara percorre il nostro territorio e ci apre a confidenze. Ma la parola è sfuggevole e, come il mito di Odisseo, tende ad allontanarsi, tocca porto / ma prende di continuo il largo.
Si giunge così a quel gruppo di poesie che rappresentano il tessuto connettivo della silloge, le poesie sul linguaggio, dove la poetessa cerca di liberarsi delle parole ormai contaminate da luoghi comuni non più adeguate ad interpretare la realtà: la parola ha sbandito i segni. Ma le parole sono ombre, non si allontanano. In effetti Ilda attua un’operazione di scarnificazione, sanificazione della parola stessa. Avvia un’operazione di recupero: va con i pescatori ad accomodare qualche tramaglio prima che l’acqua sopraggiunga ad abbandonare un’altra parola; di riedificazione. ricostruiremo le parole ai bordi dei fiumi io e te poeti soltanto. È il paziente lavoro della facitrice, dei poeti che accendono e spengono frammenti di senso, che vedono vicine le cose lontane.
Ma nel tentativo spesso frustrante di far coincidere l’intuizione poetica con la parola adeguata si giunge, sia pur sporadicamente, ma in modo significativo all’assenza di parole, esprimendo la possibile deformazione dei rapporti interpersonali a causa dell’inadeguatezza dei linguaggi. L’Autrice, nel rinnovare il mito di Europa (Donna di creta) in un colloquio muto, comprende tutto ciò che non è detto, scopre, nella sua indifferenza, i sogni dell’altro; altrove, nelle inversioni di senso generate da parole non capite, auspica il buio più fitto per poter intravedere la luce (Andromeda). In Carpe somnium per alimentare il sentimento, parla con l’assenza della persona amata. La poetessa, inoltre, avverte nel silenzio la vicinanza dell’innamorato attraverso il rimescolio dello sguardo, sono gli occhi (occhi inversi, occhi madornali) i veri interpreti della passione amorosa, punto d’incontro delle parole non dette, dove il tempo viene imprigionato e sembra divincolarsi nella fretta di riprendere il suo tempo. Infine dichiara che sarebbe stato meglio che le parole non fossero comparse affatto. Sono concetti ricorrenti, espressi per ribadire come talvolta solo il silenzio possa generare una migliore comprensione rispetto all’indeterminatezza delle parole. Dall’assenza di parole, la poetessa, mai colma di silenzi, giunge a preferire di esistere in un’assenza, dubitando del proprio esserci nel mondo, di non esserci forse mai stati.
Non mancano, quindi, nella raccolta riflessioni esistenziali, accanto a componimenti di natura intimistica, colloqui con la propria anima, desiderio di sosta dai frenetici impegni quotidiani. In tale contesto sono presenti gli affetti familiari, il figlio, la madre, che pare abbia in sé tutti gli ingredienti, le materie prime, (il grano, la gugliata di refe) per le esigenze primarie della figlia che, con una comoda e pregnante metafora (la sedia in cui mi siedo) esprime una presenza – rifugio amabile e confortevole. Diversa è l’immagine ardita, quasi spericolata, che evidenzia il rapporto amoroso (Dicono che sia estate / su quel ponte sospeso / lunghissimo su corde / dove niente è veramente pericoloso / se non il tuo bacio). Ma il punto più alto della poesia d’amore viene raggiunto da Ilda nei versi dedicati al figlio (Ab ovo), cui è legata da un vincolo indistruttibile, un filo del mare imbastito dentro di me. Il figlio, fuoco ardente che non brucia, esercita, in un rapporto vicendevole, azione protettiva nei confronti della madre nei momenti tormentati dell’esistenza. Il vento, in questo caso, è la metafora di quell’impalpabile e indissolubile legame d’amore, che la poetessa avverte attorno e dentro di sé un vento fluido … che mi strofina che mi scolpisce e che ravviva ogni luogo della sua anima.
In questa raccolta viene evidenziato anche l’aspetto religioso con l’amore ubiquitario onnitemporale di Cristo veicolato dalla sofferenza della Croce. Il percorso della fede è lungo e difficoltoso, soprattutto in un’epoca in cui tutti gli ideali sono stati messi in discussione, la verità o non esiste o non si fa vedere e il dubbio erode il credo cristiano, la poetessa chiede alla Madonna feconda un sostegno per poter irrobustire la sua fede, un sicomoro per potersi avvicinare a Cristo. Vorrebbe ascoltare Dio, bocca dell’Infinito, cercarlo. L’eccedenza d’amore è la mia fede /Ti cerco Dio / ma soprattutto ti penso conclude Ilda o forse continuerà con una preghiera muta, libera dalle ombre delle parole (Silenzio).
Nella poesia di Ilda assumono particolare rilevanza le diverse descrizioni del vento e della forza che attraversano la silloge. Il vento talvolta benevolo respinge verso la costa generando un momento di appagante distensione, altre volte assume il carattere di raffiche scatenate come le pseudo avversità della vita che impedirebbero la realizzazione dei propri progetti. Nella terra del Sud il vento assume le caratteristiche della gente, stanco e sconsolato, diventa sospiro, la stessa facitrice è resa rauca dal vento, altrove è la paura che giri il vento, o l’attesa della pace del vento. Un tubo pieno di vento è l’emozionante preludio dell’incontro amoroso, mentre il vento protettivo si avvolge nell’atmosfera incantata del figlio. Infine c’è il vento che esiste per la forza, la forza della tirannide, la forza omicida dell’uomo, la forza dell’amore, la forza contro gli stessi venti, i venti impossibili. Il vento, quindi, istruttore e distraente, nelle sue variazioni, sembra assurgere a motore della vita, senza il quale si rischia persino, come l’anemone, di non poterla più vivere (Anemone) sollecitando e interpretando il dinamismo dell’esistenza contro la monotonia della sopravvivenza.
Anche l’aria, come il tempo, è posta in rilievo nella poesia di Ilda. L’aria con le sue impalpabili oscillazioni, esprime momenti emotivamente intensi o inquietanti, quando si flette e si raffredda o si imbizzarrisce, si solidifica, tende a scoppiare. Lo spostamento d’aria causato dal battito del nostro cuore, la nostra stessa sensibilità, potrebbe scandire il tempo.
Il tempo, infatti, non ha ritmo, il tempo ha stile… con l’antica passione per la spada e la deformità. Il tempo, che passa in modo scomposto e torciuto contro lo sforzo di restare immutati (Transitus), sembra scandito dalla nostra stessa vitalità. Il tempo, che sembra fermarsi nell’abbaglio del sogno eterno, rallenta, si contorce, come in un campo gravitazionale, negli occhi dell’innamorato prima della fuga. Il trascorrere del tempo, quindi, nella poesia di Ilda, è asincrono, variando in funzione delle variabili emozionali della nostra stessa esistenza e, spiegando la parte per il tutto, anche in funzione dei cambiamenti storici ed epocali del nostro mondo.
Si giunge quindi all’ultimo, già accennato e ben rappresentato, gruppo di poesie, le poesie d’amore. Non è facile trattare in poesia il sentimento amoroso senza scadere nei luoghi comuni, nel già detto, vista anche la vastissima letteratura sull’argomento. Ilda ci riesce utilizzando un verso personalissimo, senza ridondanze, fatto di illuminazioni, di emozioni (un tubo pieno di vento/mi riveste le ossa –Impermeabile), di metafore sorprendenti, ma anche di disarmante semplicità lontano da te non esisto.
Anche qui, come altrove, ascoltiamo il colloquio dei silenzi e l’equivoco delle parole.
La poetessa sembra inizialmente schermarsi in una forma di incertezza (ho una voce inutile/ non so neppure scegliere/ so capitare), ma il suo cuore conosceva già ogni cosa malgrado le parole dette tendessero a disorientarne il senso, come il vento impetuoso che tormentava gli alberi (In primis). In alcuni componimenti emerge l’intensità della passione amorosa in cui ci si preoccupa che all’altro nulla manchi, l’uno enclave dell’altro, l’uno che tende a riportare l’altro dentro di sé, i due diventati metaforicamente forra. Nel componimento Motus vivendi, in uno scenario apparentemente banale, il gioco della battaglia navale, sono presenti tutti gli elementi già descritti, l’invocazione alla forza affinché lotti contro inaspettate difficoltà (i venti impossibili), il silenzioso rimescolio dello sguardo, gli occhi che sembrano diluirsi nel mare dove fuggire è impossibile, dove bisogna sottostare alle regole del gioco: colpiti e affondati!
Il bacio, nella poesia di Ilda, va oltre il momento amoroso della coppia, rappresenta soprattutto il bene dell’amore, quel suggello in cui si scopre, anche su labbra appassite, la figura immensa della vita. È soprattutto l’amore assoluto, il bacio di Cristo veniente in tutto ciò che esiste dal legno della Croce.
Bene! Avrei dovuto scrivere qualcosa, ma la poesia colta e raffinata di Ilda mi ha preso per mano e io mi sono lasciato prendere la mano, essa mi ha condotto nel labirinto della parola e io mi sono piacevolmente fatto trascinare, scrivendo probabilmente oltre il dovuto.
Adesso so che la nostra facitrice continuerà a ricostruire parole con la forza dell’amore e l’amore verso la poesia, infatti
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Udine 8/3/2022
Arturo Cafarelli





