
Quando l’inconfondibile voce di Enrico Ameri si inserì nella radiocronaca di Tutto il calcio minuto per minuto, Angelo Mammì non sapeva ancora che in quel momento stava passando alla storia.
L’incocciata di testa, a sei minuti dalla fine, sul calcio d’angolo battuto da Braca, sarebbe diventato un simbolo per la sua carriera di calciatore e una tappa indimenticabile per il glorioso Catanzaro. Ma anche il riscatto generale di una piccola città contro la metropolita Torino, del Sud povero contro l’opulenza del Nord, dei lavoratori rispetto al “padrone” targato Fiat. C’era tutto questo in quel frammento di secondo il cui il pallone si insaccò alle spalle del portiere juventino, il 30 gennaio 1972. C’era tanto di sportivo, ma c’era anche molto altro di sociale. Un segno di rivalsa per tanti emigranti che in quegli anni affollavano le città del Nord. Il mattino dopo, e per qualche giorno, raccontano tanti operai calabresi, nulla sembrava più come prima. Persino varcare i cancelli degli stabilimenti, al freddo e nella nebbia Padana, diventava un gioco da ragazzi, tanta era la voglia di incontrare i colleghi “pulentun” e celebrare quella storica vittoria.
Quarant’anni dopo, le immagini in bianco e nero fanno ancora venire i brividi. Era un altro calcio, sicuramente. Quello delle radioline attaccate all’orecchio, delle voci narranti che bastavano per creare un evento, delle domeniche passate a sperare nel Totocalcio. Erano anche altri tempi. Anche se, per tanti versi, non sembra essere cambiato molto. Erano gli anni della forte emigrazione, ripresa da qualche tempo. Era l’epoca di un Meridione che ancora provava a risalire la china, affidandosi all’agricoltura e ai pionieri che scommettevano sulla possibilità di guadagnare rispetto alle bellezze ambientali e paesaggistiche. Dall’altra parte c’erano le industrie dal posto sicuro. Dai turni interminabili e dai tanti sacrifici pur di raggiungere il sogno di avere in tasca il tanto agognato stipendio mensile. Ed il calcio, in tutto questo, aveva un ruolo chiave.
Era stato ancora il piccolo Angelo Mammì a regalare alla Calabria il sogno della seria A. Un Reggino purosangue aveva segnato il gol che aveva regalato la massima serie, pochi mesi prima, nello spareggio con il Bari. Era stata la “promozione” di un’intera regione, identificata anche nello storico titolo del Corriere dello Sport: “Evviva la Calabria”. I giallorossi non erano solo gli idoli di una città, ma l’orgoglio di un’intera regione. Capaci di attirare caroselli di auto che, ogni domenica, si spostavano da ogni angolo di Calabria per raggiungere il Comunale di Catanzaro, quello stadio che pochi anni dopo venne dedicato al presidentissimo Ceravolo. In quella maglia e dietro la conquista della massima serie, c’erano i sogni e le speranze di tutta la regione, che era riuscita ad abbandonare i campanilismi dietro le vittorie delle Aquile.
L’impatto con la serie A era stato complesso. Nessuna vittoria fino alla gara casalinga con la corazzata Juventus. Appena nove punti, frutto di altrettanti pareggi, che consegnavano il Catanzaro al terz’ultimo posto in classifica. Fino a quel giorno. Fino all’84esimo minuto, quando Ameri annunciò il vantaggio dei giallorossi, seguito dall’urlo di un tifoso che era riuscito ad entrare nella cabina di Radio Rai e aveva gridato all’Italia il gol del piccolo grande Catanzaro. Finì 1-0 per i giallorossi. Una delle tre vittorie complessive conquistate in tutto il campionato. Ma fu la vittoria consegnata alla storia. Lo fu per Mammì, piccolo attaccante del Sud, quanto per Catanzaro e per la Calabria.
Ancora oggi i commenti al video in bianco e nero dell’epoca postato su Internet racchiudono tutti questi sentimenti. Il riscatto, la speranza, la gioia, l’entusiasmo di una terra e della sua gente. E il grazie per Angelo Mammì, che conserva ancora un posto in prima fila tra i tifosi giallorossi. Ai microfoni di radio e televisione, sempre lui, identificò quegli istanti nel migliore dei modi, esprimendo in poche parole le emozioni della corsa sfrenata sotto la curva e poi nel giro di campo dopo quel gol, nello stadio in delirio: “Fra tanto gioire – confessò Mammì – ero rimasto senza parole, paralizzato dall’avvenimento. Mi misi a girare attorno al campo, a braccia tese come se dovessi urlare, ma non riuscivo ad emettere alcun suono”. L’urlo liberatorio arrivò dal Comunale, abbracciando simbolicamente i calabresi di ogni dove, rappresentando nel migliore dei modi quell’unità che tante altre volte la gente di questa terra non ha saputo ritrovare. Ci vorrebbe, anche spesso, un altro gol di Mammì a suggellare quella voglia di riscatto che ancora oggi la Calabria rincorre, senza divisioni, in nome di un’altra vittoria conquistata insieme.




