
di Eleonora Scrivo – Da qualche tempo, un libro bello e inquietante ha ulteriormente contribuito a minare i miei sonni, già per loro recente vocazione, teorici. Trattasi dell’Uomo
verticale di Davide Longo, immaginifico romanzo su una nazione, facilmente identificabile, isolata dal resto del mondo, dove ogni regola civile e morale viene a mancare, infine, dilaniata da guerre tra bande che combattono cruentemente per la mera sopravvivenza,.
Sebbene lo abbia letto già due anni orsono, in determinati momenti, i temi e le immagini del libro si affacciano alla mia coscienza e alla memoria, alternativamente, come un monito, una profezia o un racconto spaventoso, ma buono ad esorcizzare le paure più profonde.
Soprattutto, quando, come nei giorni scorsi, mi capita di attraversare la mia città, a piedi, stavolta non per scelta radical-chic, ma per necessità, avendo il serbatoio a secco e di vedere file interminabili ai distributori, bidoni con qualche litro di benzina venduta in nero, e, a scalare, supermercati in versione periferia bulgara, anni ‘70.
Mi succede, contestualmente, di andare a Milano, per lavoro, in una luminosissima giornata di sole e di interrompere precipitosamente una riunione, per una forte scossa di terremoto, come non ne sentivo da bambina, nella mia terra ballerina. Dovrei sentirmi, per paradosso, ancora più a casa, ma avverto solo un pesante senso di straniamento e l’impressione di una realtà dai margini assai precari.
Quando ritorno, non ho l’opportunità di condividere queste sensazioni con la cellula del fondamentalismo amicale a cui appartengo, perché un’illustre esponente dello stesso, è appena entrata in travaglio e, dopo un tempo che, a noi sembra interminabile, a lei, inequivocabilmente, eterno, viene alla luce Andrea.
Noi tre, nell’anno del Signore 2012, andiamo a salutare il bambinello quasi a dorso di cammello, come gli illustri predecessori, stante la carenza di benzina, ma la fatica è ricompensata dalla bellezza pensosa della creatura che, finalmente, arriva a spezzare l’autoreferenzialità tutta femminile del nostro collaudato consorzio.
Certo, dovremo spiegargli alcune cose fondamentali, strettamente extra-calcistiche, ma il ragazzo promette bene, si guarda attorno concentrato, sereno e un po’ corrucciato, forse, ma già si intuisce in lui la fisionomia dell’uomo verticale.
Sì, perché il titolo del romanzo di cui sopra, rimanda ad un solo individuo che in quel clima apocalittico, carico di rimorsi per un passato fiorito di errori, si riscatta eroicamente.
Zia Orsola dice che Andrea ha il nome giusto, per questi tempi, bisognosi di uomini coraggiosi che non temono di restare a bordo, per intenderci, e anche un quadro astrale discreto, non incline alle consuete mollezze virili. Consiglia, però, di non portarlo mai con noi, nelle nostre cene a intervalli regolari, ma di lasciarlo con lei a studiare le stelle.
Come darle torto?




