
di Enrico Costa – Ti si scalda il cuore nella Piazza Castello di Reggio Calabria, di fronte alla Procura Generale fatta oggetto della gravissima intimidazione
che con una bomba ne ha fatto saltare il portone, mentre si svolge la fiaccolata di solidarietà organizzata dal sindacato. Cgil, Cisl e Uil, innanzi tutto, ma anche altre sigle, come il sindacato autonomo Ugl, il Siulp, sindacato di Polizia, il Cipur, sindacato dei professori universitari rappresentati da chi scrive, e numerose associazioni presenti sul territorio.
Tanta la gente indignata per il grave attentato alla Procura Generale, un’intimidazione intollerabile nei confronti di un’intera comunità. Tanti, per fortuna, i giovani presenti, provati dall’accaduto ma anche con tanta forza dentro.
E lo dimostrano portando ognuno in mano fiaccole e gerbere gialle, dal valore chiaramente simbolico. E con i giovani i lavoratori, gli amministratori, i politici: non c’è istituzione che non sia rappresentata (per l’Università Mediterranea il Direttore amministrativo Antonio Romeo).
Soprattutto c’è la gente onesta e laboriosa di una città che, per fortuna, rifiuta metodi violenti e finalità mafiose.
A favore di una battaglia di civiltà e contro la ’ndrangheta parlano il sindaco Giuseppe Scopelliti, il presidente del Consiglio regionale Giuseppe Bova, il Presidente della Provincia Giuseppe Morabito, ed i tre segretari delle sigle sindacali Cgil, Cisl e Uil, tutti concordi, e la gente con loro, nel volersi liberare di quel male assoluto che è la ’ndrangheta ed investire su un futuro che senza liberarsi dei condizionamenti mafiosi non potrà definirsi un autentico futuro della comunità calabrese.
Un pomeriggio ed una serata da non dimenticare per chi crede nelle possibilità di riscatto di questa città, una boccata di aria pura, una volta tanto, e tanta emozione, che solo i giovani ti sanno infondere con il loro coraggio e con la loro determinazione. Ed anche, malgrado tutto, con le loro speranze. Ottimismo non ce n’era, ma determinata fiducia nel cambiamento possibile.
Tornandomene a casa, mi sono voluto soffermare, da solo, quando tutti se n’erano andati, davanti a quello, per me, “storico” portone, violato dalla azione intimidatoria nei confronti della Magistratura. Ho notato che su quel portone non spiccava più il grande medaglione ripreso dall’antica moneta di Reghion e voluto come simbolo (ancora non si usava il termine logo) da Ludovico Quaroni in persona, quando proprio in quel palazzo, ex seminario diocesano, la nostra Università muoveva i suoi primi (e tutt’altro che incerti) passi. Probabilmente quella testa di leone, simbolo di coraggio e determinazione, è stata rimossa perché pericolante, e quindi per sacrosanti motivi di sicurezza.
Ed allora mi sono domandato: se la storia è stratificazione di simboli ed eventi, “quel” medaglione “deve” essere ricollocato su quel portone visto che Di Landro, Mollace e tutti gli altri di coraggio e determinazione ne hanno da vendere.
Ma quel leone, oltre a rappresentare il coraggio e la determinazione della “Mediterranea” dei primi tempi, ha rappresentato per tanto tempo anche la profondità del legame fra Città ed Università e quindi, se non si vuole ribadire che non lo abbiamo “dimenticato” in via Cimino quasi fosse un oggetto di poco conto, in un momento in cui di fatto si recideva un legame con la città, collochiamo un “medaglione” identico sui principali edifici universitari.
Sarà il modo per riaffermare i nostri valori quali coraggio e determinazione nella formazione delle nuove generazioni attraverso un legame sempre più profondo con la città e con la società che non ci ospitano più, come si diceva nei primi anni, ma della quale siamo tornati ad essere componente essenziale per la crescita culturale ed economica, lo sviluppo civile ed il riconoscimento dei grandi valori sui quali si basa una società finalmente libera dai condizionamenti del malaffare.




