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Memorie – Reggio Calabria, direzione povertà: il polo industriale di San Gregorio

1 Febbraio 2012
in Memorie
Tempo di lettura: 4 minuti
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poverta
di Damiano Praticò – 1975: l’anno zero per la nascita del polo tessile industriale di San Gregorio a Reggio Calabria. Anch’esso nasceva, come la Liquichimica di Saline Joniche ed il V Centro

Siderurgico di Gioia Tauro, dall’ormai arcifamoso progetto di sviluppo infrastrutturale del Meridione ideato dai Governi democristiani a seguito della Rivolta di Reggio: il “pacchetto Colombo”. Il piano industriale vide il suo sviluppo e la sua programmazione nel biennio precedente per opera della GEPI S.p.A., società finanziaria di Gestione e Partecipazione Industriale, con azioni possedute in essa da IRI, ENI, IMI, EFIM. Lo scopo era quello di finanziare o rilevare industrie in crisi o in fase di start up.

I PRODROMI: LE DONNE DELLA TEMESA S.p.A

Nacque, per prima, la Temesa S.p.A. (ex Andreae). Le assunzioni delle maestranze furono registrate a libro matricola proprio nel 1975. Un gruppo di circa 500 unità, prevalentemente manodopera femminile, venne selezionato ed inserito previa formazione nel circuito operativo.

Fu così che centinaia di donne abbandonarono il contesto rurale in cui erano cresciute e cominciarono ad apprendere l’arte industriale della tessitura. Il prodotto che le giovani reggine erano state chiamate a realizzare, infatti, era il collant. A valle degli anni Sessanta, dopo oltre un decennio dalla invenzione, nella moda femminile, della minigonna promossa dall’americana Mari Quant, il collant era un capo femminile particolarmente in voga in quanto pratico ed innovativo.

Nei primi anni di avvio dell’Azienda tessile, il controllo della produzione fu affidato a tecnici specializzati francesi. In un’ottica generale, si può dire che il Polo era una piccola isola felice dentro un mare ‘inquinato’, uno spiraglio commerciale alternativo all’agricoltura ed alla grama pesca reggina.

LA STRUTTURA DELLA FABBRICA: I REPARTI

L’impianto era molto grande, suddiviso in diversi reparti. In quello per la tinteggiatura, i filati venivano immersi in gigantesche vasche e, successivamente, colorati secondo riferimenti cromatici imposti dalla moda dell’epoca. Nel reparto tessitura, i filati assumevano, nelle diverse fasi, le sembianze del prodotto finito: il collant. Infine, i semilavorati passavano al reparto packaging dove il prodotto veniva confezionato con tanto di etichetta e di codice identificativo.

1980: RITORNO ALLA REALTA’. CRISI DI SOVRAPPRODUZIONE E NASCITA DI ‘APSIA MED’ E ‘TEPLA MED’

Passarono soltanto cinque anni ed iniziarono ad emergere i primi contraccolpi commerciali. La produzione, infatti, non trovava adeguata commercializzazione; i magazzini cominciavano a cumulare le giacenze dei prodotti. Da ciò, il passo verso dolorose decisioni fu breve: ci si rese conto di un esubero del personale pari a circa 200 unità. Fu la GEPI, di conseguenza, a dover presentare un piano di riconversione industriale al fine di ricollocare le centinaia di operai già posti in CIGS. Il problema, quindi, era di per sé strutturale e per nulla momentaneo. Da una costola ormai rotta del tessile, nacque un’altra appendice di riferimento parafarmaceutico: l’APSIA MED S.p.A. La nomenclatura riprendeva, per ossequioso rispetto del territorio, il nome del torrente “APSIAS” (oggi torrente Calopinace). Ecco il ricordo dell’APSIA MED fornitoci dall’allora Responsabile ‘Human Resource’ dell’Azienda, – intervistato da Strill.it – Angela Malavenda: “Era un gioiello di fabbrica. Gli operai, sigillati nelle loro tute bianche con calzari e cappellini, operavano in ambienti completamente asettici. La diversa gamma di prodotti, infatti, era destinata all’ambiente ospedaliero chirurgico; di conseguenza, la qualità era un must”.

Nel 1987 si registrò un ulteriore ridimensionamento del personale impiegato nel tessile. Circa 80 unità vennero affiancate al settore parafarmaceutico per la produzione di siringhe, strumento che completava la gamma dei prodotti sanitari. Nacque così la TEPLA MED S.p.A.

Il polo di  San Gregorio, quindi, continuò a vivere, frammentariamente, sino alla data del 1991.

1991: SULL’ORLO DELL’ABISSO. LA SITUAZIONE PRECIPITA

All’inizio degli Anni Novanta, la GEPI cominciò, sul piano nazionale, a vendere le aziende a privati. APSIA e TEPLA furono affidate a mani incaute di manager siculo-napoletani, referenti di una holding con sede in territorio elvetico. In meno di due anni (1991-92), entrambe le Società dichiararono il fallimento con tanto di libri contabili in tribunale a seguito di una presunta frode industriale scoperta dalla Guardia di Finanza.

Intanto, anche il Polo tessile venne smembrato in tre microaziende destinate, in un momento storico in cui incalzava già minacciosa la produzione cinese a basso costo, alla produzione di pantaloni, camicie ed intimo femminile. La GEPI, nel frattempo, era scomparsa sotto i colpi del referendum del 1993 che sanciva, tra le tante cose, l’abrogazione delle partecipazioni statali.

Le sorti del vacillante Polo industriale di San Gregorio, dunque, restarono nelle sole mani del settore tessile. In esso subentrarono piccoli imprenditori locali che, sebbene avessero dimostrato una solida capacità industriale in fase di inserimento, procedendo, tra l’altro, all’assunzione di giovani disoccupati, non riuscirono a tenere sotto controllo la situazione aziendale. Anche i neoassunti nel tessile, a poco a poco, iniziarono a rimpinguare il contenitore degli ammortizzatori sociali.

*

Cosa resta oggi? I falliti formali di APSIA e TEPLA vengono utilizzati, da oltre vent’anni, in LSU o LPU, presso enti istituzionali (Comune, Provincia) o in piccole aziende a partecipazione mista in attesa di una fantomatica e sempre meno ragguardevole pensione. Gli operai del settore tessile, invece, stentano a vedersi riconosciuti, ancora oggi, ammortizzatori sociali che, in gran parte dei casi, non consentono neppure di sopravvivere.

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