di Grazia Candido (foto Antonio Sollazzo) – E’ il racconto di un uomo tra paure e amori, un viaggio per esplorare l’anima più scura e al tempo, stesso la fragilità di un artista completo. Tutto questo è il nuovo live di Caparezza, ieri sera al Palacalafiore grazie alla Esse Concerti srl.
“Prisoner 709” tour sta dando tante soddisfazioni a Michele Salvemini, come dice lo stesso artista, “questo è lo spettacolo più bello che abbia mai fatto”, uno show diviso in due parti: la prima, dedicata solo alle canzoni del nuovo lavoro discografico, con abbondanza di scenografie, balletti coreografici e poche interazioni con il pubblico; la seconda, dove i protagonisti sono i brani meno recenti, più sobria dal punto di vista dei giochi di scena e densa di dialoghi con i suoi fan.
Sul palco, Caparezza è sicuro, determinato, riesce a trasportare il pubblico dentro ogni canzone e la cosa funziona, persino quando, per introdurre “Larsen” (brano che racconta dell’acufene, disturbo al quale l’artista è soggetto da qualche anno) vengono utilizzati dei forti fischi che “destabilizzano” i numerosi fan accorsi da ogni provincia calabrese. Caparezza, ad un certo punto della sua vita, si è trovato ingabbiato e per liberarsi da questa gabbia reale si è creato una “prigione” fittizia affidandosi al rock.
Quello che colpisce di più di questo incredibile live è l’impatto sonoro poderoso e una costruzione bidimensionale che ne eleva il pregio ai piani più alti della sua produzione. Si percorrono due strade: una dove il protagonista vive nelle “sue prigioni”, dal reato all’ora d’aria, dal colloquio alla tortura fino all’evasione e alla latitanza; l’altra è quella numerica dove ogni canzone è descritta da due parole di sette e nove lettere, che indicano il tema e creano una sorta di numerologia. E’ un concept meraviglioso per gli occhi, calibrato di luci, colori, coriandoli, palloncini e, assolutamente fenomenale, nei costumi e negli interpreti. Una scenografia precisa che sostiene i pezzi in scaletta, fatta di coreografie, sketch, simbolismi sparsi per raccontare le realtà più amare e crude ma anche, per ritrovare la via d’uscita, l’equilibrio. E la chiave, il simbolo del tour, è una specie di amuleto dei nuovi mondi da scoprire.
“Non sono più lo stesso di un secondo fa – dice Michele spiegando il suo lavoro “Prisoner 709” in cui include il passato nel nuovo percorso in bianco e nero – “Accettare il dolore per apprezzare la vita è come ingoiare un tizzone per apprezzare la pizza. Solo accettando la finzione noi ritroveremo l’umanità”.
Una massima che domina “L’infinito” e forse, anche tutta la nostra vita.











