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Dei partiti andati, di Reggio e del suo mare. Libera conversazione con Pino Caminiti

23 Novembre 2017
in Primo piano
Tempo di lettura: 8 minuti
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Dei partiti andati, di Reggio e del suo mare. Libera conversazione con Pino Caminiti

Fine dei Partiti, Reggio come laboratorio civico, Regione dello Stretto, nuovo Lungomare, musei come luoghi della memoria: conversazione con Pino Caminiti nella sua casa-studio in riva al mare.

 

Mi aveva molto incuriosito quella sua scelta così improvvisa e imprevedibile. La casa rifugio sul mare, le creazioni artistiche, la scomparsa dalla scena pubblica dopo anni di protagonismo e di impegno a tempo pieno. Curiosità e un pizzico di invidia. Mi ero ripromesso tante volte di andare a dare un’occhiata a questo “buen retiro” per scoprirne il segreto e il fascino. Quelle che segue è il frutto di una chiacchierata davanti al camino, con un bicchiere di rosso e un piatto di legumi dell’orto di casa. (giusva branca)

 

  1. d. come vedi questa fase della vita della città?

Reggio porta sulle spalle dei macigni, il più pesante dei quali è l’assenza di una classe dirigente.

  1. d. ma non è da ieri, mi pare…

si, è un deficit che viene da lontano, ma si è aggravato di molto con la scomparsa dei Partiti.

  1. scomparsa?

E’ evidente che si tratta di una esperienza  storicamente conclusa. L’ultimo tentativo di costruire un soggetto politico di impianto novecentesco risale a dieci anni fa, con la nascita del PD. Un Partito nazionale, fortemente radicato sul territorio, statutariamente democratico, plurale. Un progetto forte e ambizioso che poteva cambiare le sorti non solo del centrosinistra, ma dell’intero sistema politico. Il fallimento di quella esperienza ha segnato la fine di un’intera storia, quella dei c.d. “partiti di massa”, cioè dei Partiti “solidi”, non elettorali, né leaderistici.

  1. cosa c’è oltre i Partiti?

Fortunatamente c’è una perdurante voglia di politica, una sopravvissuta domanda di rappresentanza che andrebbe intercettata con forme del tutto nuove.

  1. d. ma intanto la nuova legge elettorale parla sempre di Partiti e di coalizioni…

Casomai parla di liste e di coalizioni di liste. Alle elezioni si partecipa così, con liste e con candidati. Altra cosa sono i problemi di cui stiamo parlando. E poi, in ogni caso, un conto è lo scenario nazionale, un altro quello locale.

  1. c’è una differenza così netta tra i due livelli?

In Italia ancora si, anche se il caso Macron in Francia dovrebbe far fischiare le orecchie anche alla politica italiana.

  1. a livello locale come si può ricomporre il rapporto tra la domanda di partecipazione e l’assenza di Partiti radicati e credibili?

A livello del territorio non sono importanti le sigle e le coalizioni. Fondamentale è il programma, intorno al quale ed in funzione del quale costruire liste di candidati credibili.

  1. insomma una alleanza civica. Non mi sembra però che un tentativo del genere in città abbia riscosso un particolare successo…

L’idea di cui parlo non ha precedenti nella storia politica della città. Ci sono esempi di esperienze che hanno avuto la forza di andare ben oltre i perimetri elettorali di appartenenza, come le performance di Ciccio Franco e di Italo Falcomatà, ma si è trattato in entrambi i casi di candidature imperniate su schieramenti politicamente caratterizzati. Io in realtà penso ad una operazione completamente diversa, del tutto priva di baricentro politico. L’unico baricentro è il programma, costruito con le componenti più attive ed impegnate della città. Il tutto parte da due presupposti: il primo è che le migliori risorse su cui può contare Reggio non stanno da tempo né dentro i Partiti, né dentro le istituzioni. Non che lì non vi siano qualità e competenze, ma sono singole individualità, ingessate e condizionate da mille fattori che ne imbrigliano l’azione e le potenzialità.

  1. d. cosa servirebbe?

Reggio ha bisogno di costruire una classe dirigente autonoma, libera dai vizi e dalle logiche dei Partiti, soprattutto non subalterna a poteri che stanno lontani dagli interessi generali della città. Un classe dirigente capace di reggere il peso di un nuovo progetto che rompa con la continuità di un passato di piccola città di provincia che si dibatte dentro emergenze e precarietà, in perenne lotta per la sopravvivenza, senza un futuro per i propri figli, costretti a cercare lavoro altrove, come in altre epoche buie della nostra storia. Il secondo presupposto, a cui si collega questa necessità di nuove classi dirigenti modellate civicamente,  è che il futuro di Reggio non passa per la Calabria.

  1. questa è chiaro che me la devi spiegare….

La Calabria, come la Sicilia, si regge su assi di potere tra le città più forti e storicamente più influenti. In Calabria su Catanzaro e Cosenza, in Sicilia sui poli di Palermo e Catania. Reggio e Messina sono, nelle rispettive realtà regionali, due anelli deboli.

  1. parlami di Reggio.

Reggio deve uscire da un dilemma identitario-esistenziale: continuare ad essere tratto terminale della Regione più arretrata e screditata del mezzogiorno o recuperare senso e centralità dalla sua straordinaria collocazione geografica.

  1. da come l’hai posta, la tua opinione è netta

Reggio non è, come Crotone, per farti un esempio, una città calabrese che si affaccia sul mare; Reggio è, per definizione, la Città dello Stretto, e lo Stretto è la sua più forte opzione strategica.

  1. d. vuoi dire che l’accento va posto, prima ancora che sulle città di Reggio e Messina, sullo Stretto?

In qualche modo si. Lo Stretto è una peculiarità storico-geografica che vive da sé nell’immaginario di ogni latitudine. Ha un grande rilievo economico sul versante dei traffici marittimi, ed è, insieme, un luogo mitologico come pochi altri nel Mediterraneo.

  1. mi pare di capire che consideri l’attuale impegno della Giunta Falcomatà sulla conurbazione del tutto insufficiente.

Senza un orizzonte più alto si. Da sola, la conurbazione a cui si sta lavorando serve a risolvere qualche problema, ma non a collocare le due città dentro una prospettiva di svolta strategica. In ogni caso la conurbazione di cui ci sarebbe bisogno è un’altra cosa, è rendere il braccio di mare una sorta di canale interno ad una stessa città. Si dovrebbe poter dire che la città dello Stretto è una grande città attraversata dal mare, così come Istanbul, per intenderci vagamente.

  1. d. sai bene che ci vorrebbero ingenti risorse

Le risorse si trovano se c’è un progetto. Prendi tutta questa discussione sulle ZES. Ogni territorio ne chiede una: ti immagini che a qualcuno venga in mente una ZES per l’Area dello Stretto se non c’è un progetto per l’Area dello Stretto? E se anche a qualcuno venisse di chiederla, sai come si risponderebbe oggi in Calabria? La provincia di Reggio ha già Gioia Tauro, basta così. Stessa cosa in Sicilia, rispetto a Messina.

  1. che cosa sarebbe l’Area dello Stretto, un Distretto, un Ambito Territoriale, un Sistema Infrastrutturale?

Una nuova Regione, che va da Taormina alle Eolie, da Gioia Tauro all’area grecanica jonica. La città dello Stretto, in questo quadro, deve e può avere l’ambizione di diventare una delle più grandi capitali del Mediterraneo, con un patrimonio scientifico, ambientale, culturale ed infrastrutturale di primissimo livello.

  1. d. tutto questo è indubbiamente suggestivo, ma non è troppo visionario per essere fattibile?

Reggio è condannata, se vuole cambiare il suo futuro, a volare alto. Tutto va ripensato alzando l’asticella. Prendi il lungomare. Bellissimo, ma l’intubata è una evidente incompiuta, a cui non ci si può rassegnare. A che serve l’anacronistica stazione centrale o quel Lido comunale che la tronca a nord nel punto più suggestivo della baia? Quella dei Giunchi è un’area spettacolare che andrebbe interamente ridisegnata immaginandola animata da locali, bar e ristoranti fruibili tutto l’anno, come del resto dovrebbe essere anche per l’attuale lungomare. Reggio è una città che vive al chiuso per buona parte dell’anno, pur potendo godere di un clima strepitoso e di un mare che le entra dentro, lambendone il centro storico.

  1. ma il Lido è un luogo della memoria..

Quel Lido non esiste più da molti anni e quello attuale non lo ricorda affatto, anzi, per come è tenuto, semmai ne offende la memoria. Se vuoi che discutiamo di memoria, di esempi potrei fartene altri. A Reggio c’è, come sai bene, un rione pescatori ma non c’è un museo del mare e c’è un rione ferrovieri ma non un museo delle ferrovie calabresi, nonostante le ferrovie siano state per Reggio quello che la Fiat è stata per Torino.

  1. a proposito di musei, come giudichi la città dal punto di vista culturale?

Semplicemente manca di una politica culturale. Ci si muove su un terreno di improvvisazione e direi anche di provincialismo. Culturalmente in Calabria siamo fanalino di coda, dietro Cosenza e persino Catanzaro. Personalmente avrei preso un’autorevole personalità nazionale, a cui affidare la definizione di un indirizzo, alcune iniziative di qualità, un circuito possibilmente internazionale e soprattutto una grande risonanza mediatica.

  1. d. come ha fatto Cosenza con Sgarbi?

L’idea è quella, sui nomi diciamo che si può sempre discutere.

  1. mi accorgo che abbiamo parlato di tante cose, ma non hai mai citato la Città Metropolitana, come mai?

Perché, senza una visione strategica e nuova, rischia di rimanere poco più di un pennacchio.

  1. visto che dissacriamo, mi scappa una battuta da uomo della strada. Passano gli anni, cambiano i Sindaci, ma i problemi rimangono sempre gli stessi: strada piene di buche, quartieri con acqua razionata, allagamenti ad ogni temporale, ecc..

E’ il Sud, bellezza mia!

  1. d. e tu parli di grandi scenari…

E’ un paradosso solo apparente. Non c’è un prima e un dopo. L’alternativa qual è? Aspettare di risolvere tutti i problemi di ordinaria vivibilità e solo dopo cominciare a pensare ad un progetto? Sarebbe fatale.

  1. abbiamo parlato di opere pubbliche e di sviluppo senza mai tirare in ballo il convitato di pietra per eccellenza, la criminalità organizzata.

Bisogna stare attenti a come si maneggia l’argomento. In tema di contrasto, si sono fatti passi da gigante, ma non è una guerra privata tra lo Stato e il crimine, uno scontro titanico che si svolge in un campo neutro, desertico o asettico. Il terreno su cui ci si misura è la carne viva della società, e quanto più questa è debole e povera di risorse, tanto più deve essere forte la contemporanea azione a sostegno della parte sana, altrimenti si rischia il collasso. Ti faccio un esempio. L’economia da noi è sempre stata drogata. Con la bonifica di questi anni si è prosciugata molta acqua sporca, ma non dimentichiamoci che l’economia inquinata sosteneva in parte anche quella pulita, che ne avverte i contraccolpi.

  1. vuoi dire che l’azione di smantellamento delle cosche si è fatta sentire anche sul terreno dell’economia legale?

In una certa misura si. Tieni conto che qui c’è tutto il delicato problema del credito e delle stesse interdittive, ma soprattutto c’è una convinzione sbagliata di fondo, quella che le emergenze si debbano affrontare con le politiche ordinarie e che le politiche ordinarie siano le sole “politicamente corrette”.

  1. che problema è, di sottovalutazione, di scarso peso politico del mezzogiorno, di qualità delle nostre rappresentanze istituzionali? Ho il sospetto che sia anche colpa nostra….

Noi indubbiamente portiamo gravi responsabilità, ma sai qual è quella che mi fa più amaramente sorridere? Il nostro essere tuttosommato “filogovernativi”. Dalla Rivolta in avanti abbiamo via via ripreso un rapporto di soggezione col potere, passando da Città/contro a Città/colonia. La “primavera di Reggio”, nel corso di questi 50 anni, è stata una parentesi troppo breve e troppo legata alla personalità di un condottiero solitario per costituire una svolta duratura.

  1. già, e come te lo spieghi?

Perché, in fondo, ci sentiamo figli della nostra storia, e cioè…figli di un dio minore.

  1. come concludiamo?

Che ne diresti di un pezzo di crostata e di una crema al bergamino?

 

 

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