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La Calabria degli anni ’50-’60 vista da Luigi Di Gianni

26 Ottobre 2017
in Memorie, Primo piano
Tempo di lettura: 3 minuti
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La Calabria degli anni ’50-’60 vista da Luigi Di Gianni

di Anna Foti – Raccontare la Calabria con le immagini, trasformando la macchina da presa ed il genere documentaristico in strumenti privilegiati ed universali di conoscenza di un territorio, della sua gente e della sua storia. Luigi Di Gianni, nato a Napoli nel 1926, novantunenne dallo scorso 20 ottobre, laureato in filosofia e diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma dal 1954, ha offerto con la sua produzione un contributo importante alla conoscenza e alla memoria della nostra terra, ponendo l’intreccio tra ritualità e Fede sotto la sua lente di fine e arguto antropologo ed etnografo. Maestro documentarista del Novecento come il calabro-siculo, Vittorio Seta, Luigi Di Gianni fu particolarmente ispirato dal Sud dello Stivale, dalla Campania, dalla Basilicata ed anche dalla Calabria, di cui ha raccontato il lavoro di braccia quotidiano e la dignità delle donne di Bagnara (“Donne di Bagnara” 1959), la lunga e faticosa raccolta delle olive nei campi della Piana di Gioia Tauro (“Le raccoglitrici di olive” 1966).

 

Definito il filosofo con la cinepresa, Luigi Di Gianni, ancora oggi un maestro indiscusso di cinematografia italiana, è stato ospite nel 2014 a Cardeto, comune aspromontano della provincia di Reggio Calabria, presso il museo “Le arti e i sapori”, curato da Marcello Manti, nell’ambito del ciclo di incontri sul tema “Tempo di raccolta, tempo di ritorni”, in collaborazione con l’associazione Alma, progetto Antropologia, Arte e Territorio.

 

In quella occasione dialogò con il pubblico intrecciando il suo racconto di esperienza sul campo con la visione di “Uomini e Spiriti. I documentari di Luigi di Gianni”, una raccolta di suoi lavori realizzati tra il 1958 e il 1971, restaurati dalla Cineteca di Bologna nel 2013.

 

Uno sguardo intensamente artistico ed anche profondamente antropologico dentro i luoghi e le persone per universalizzarne i vissuti e condensarne gli insegnamenti. I suoi lavori scavano nell’animo umano, esplorano le viscere delle tradizioni secolari radicate e fortemente aggregative, non per svelarne il mistero ma per testimoniarne la grandezza nel tempo e nelle spazio, la carica emotiva e coinvolgente rimasta intatta.

 

La veracità dei colori e dei suoni, dei gesti e degli sguardi, dei rituali e del tempo che scorre, irrompe nello sguardo di chi è al di là dello schermo.

 

Un viaggio tra ritualità pagana e cattolicesimo nell’Italia del Sud, una fotografia dell’umanità afflitta ma devota e rapita dal mistero che ricerca un senso profondo dell’esistenza e lo trova, anche se travolta da eventi ineluttabili. Uno spaccato drammatico che la memoria recupera attraverso i suoi oltre sessanta documentari (“Magia Lucana” nel 1958 gli vale il primo posto al festival del Cinema di Venezia) di ispirazione antropologica, storica, culturale e sociale, per rompere le pieghe dell’oblio, dove si annida la dimenticanza e matura l’incoscienza.

 

Luigi Di Gianni è un testimone del Novecento, capace di sintetizzare con le immagini le espressioni più intime e secolari di una terra, di trasporre sullo schermo la realtà senza trasformarla in altro, laddove la finzione non è stravolgimento della realtà ma pretesto per raccontarla.

 

Nella sua opera l’arte dell’immagine, in quanto essenza comunicativa non mera apparenza, si lega a doppio filo con l’antropologia e l’etnografia per raccontare luoghi e volti, nel tempo e senza tempo.

 

Tra le sue produzioni documentari, innanzitutto, ma anche sceneggiati per la Rai come “Il Processo” (1978) e “Il Castello” (1980), ispirati all’autore praghese Franz Kafka, e il film “Appunti per un film su Kafka. Nella colonia penale”, tratto dall’omonimo racconto sempre di Franz Kafka, nella cornice di un trittico che comprende anche un prologo documentario e il mediometraggio “Un medico di campagna” (1983).

Autore di diverse pubblicazioni in ambito cinematografico, Luigi Di Gianni è stato insignito nel 2006 dall’università di Tubinga, in Germania, della laurea honoris causa in Filosofia per l’attività cinematografica in chiave antropologica.

 

Luigi Di Gianni ha reso al mondo l’immagine di una Calabria travagliata ed al contempo sorprendente, misteriosa e fatata, tormentata e irriducibile.

 

 

 

Tags: Luigi Di Gianni
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