di Anna Foti – Il sacrificio della propria vita sull’altare degli ideali, la forza della dedizione alla patria. Questa è una storia scritta anche da calabresi come il patriota Domenico Romeo. “Da questi monti mossero aquilotti dal loro nido, anelanti a libertà con un manipolo di audaci, Domenico, Giannandrea, Pietro, Stefano, Gabriele Romeocospiratori, agitatori, martiri percorsero i destini della Patria.
La fiera testa di Domenico Romeo mozza dal carnefice borbonico ondeggiò sulla picca, obbrobrio e spavento del tiranno, ammonimento dei pavidi, scintilla del riscatto che divampò per la fatale penisola rendendola Una e Libera”.
In questa iscrizione commemorativa, su un marmo all’ingresso del palazzo che ospita l’amministrazione comunale di Reggio Calabria è incisa la storia del patriota di Santo Stefano d’Aspromonte, Domenico Romeo, patriota e martire del Risorgimento che animò la sollevazione popolare del Sud Italia e la storia Risorgimentale dell’intera penisola Italiana. Il tentativo dei Fratelli Bandiera, patrioti veneziani di ispirazione mazziniana, fondatori della società segreta Esperia con cui tentarono di accendere la rivoluzione nel Sud Italia, e che persero la vita nel cosentino nel luglio del 1844, e la decisione del patriota reggino Domenico Romeo di avviare proprio dalla riva calabra dello Stretto una rivolta, un giorno dopo rispetto a Messina dove la repressione ad opera delle truppe truppe borboniche ebbe la meglio sulla resistenza degli insorti, mentre a Catanzaro tutto taceva: ecco come e dove si accese quella scintilla rivoluzionaria che il 2 settembre 1847 ha visto Reggio come scenario della rivolta, annunciata quattro giorni prima, con il Tricolore in mano nella piazza del suo comune natale, Santo Stefano d’Aspromonte, dallo stesso patriota Romeo.
Combattè con il fratello di Giannandrea, il nipote Pietro Aristeo Romeo e il cugino Stefano Romeo, alla guida di cinquecento seguaci e dopo quella giornata istituì a Reggio un governo provvisorio che, come la sua opera di sollecitazione del Meridione tutto contro la tirannide, gli costò la vita. Pochi giorni furono necessari per la capitolazione degli insorti e l’arresto e la decapitazione del patriota reggino. Il 15 settembre Domenico Romeo, anima rivoluzionaria, fu ucciso in contrada Cicciarello di Marrappà, nei pressi di Podàrgoni a Reggio. La sua testa fu esposta per due giorni nel cortile delle Carceri San Francesco, a monito per i rivoltosi detenuti.
Dal profondo Sud la sua voce inneggiava, ed inneggia ancora, all’Italia Una e Libera, ha riferito il nipote Pietro Aristeo.
Michele, 24 anni, Gaetano, 24 anni, Pietro, 28 anni, Domenico, 24 anni e Rocco, il più giovane, 23 anni, tutti cattolici, vissuti nella Calabria e protagonisti di altre pagine di storia risorgimentale. Passati alla Storia, sempre troppo
poco conosciuta, come i cinque martiri di Gerace, Michele Bello, Gaetano Ruffo, Pietro Mazzoni, Domenico Salvadori e Rocco Verduci, sono stati ricordati per il loro sacrificio per la Patria Italia proprio a Gerace nel 164° anniversario della loro fucilazione per ordine del governo borbonico.
Vennero infatti giustiziati il mese successivo, il 2 ottobre del 1847, dopo avere ispirato e guidato l’azione insurrezionale di un esercito di oltre 700 persone lungo il litorale locrideo. Morti sull’altare della libertà, negata, di credere nella libertà, sacrificati perché animati dal desiderio di uguaglianza e pari dignità, valori che poi la stessa Costituzione, cento anni dopo, avrebbe consacrato come fondamenti della comunità dello Stato Italiano.
Dunque giovani ma lungimiranti, impulsivi ma illuminati forse in un tempo che ancora non era maturo per accogliere una simile eredità. Una passione civile che li rese precursori del Risorgimento, antesignani dei moti del 1848 e dei fermenti che portarono all’Unità del Paese nel 1861.
Appartenenti a famiglie facoltose, si erano trasferiti a Napoli per studiare e qui ebbero modo di lasciarsi contaminare da ideali patriottici, ritenuti sovversivi, che poi fecero confluire in un piano insurrezionale ignorato dalla storia ufficiale che arrivò a Reggio Calabria e a Messina. Una ribellione tutt’altro che disarticolata, senza vittime, che però fu soffocata nel sangue con la decapitazione di Domenico Romeo a Reggio Calabria e la sollevazione stroncata sul nascere nel messinese.
I cinque patrioti calabresi, furono traditi da Nicola Ciccarelli di Caulonia, nella notte tra il 9 e il 10 settembre, arrestati e processati “per essersi macchiati di lesa maestà e per aver commesso atti prossimi all’esecuzione di detti misfatti”. Furono poi fucilati il 2 ottobre 1847 sulla Piana di Gerace dove oggi sorge un monumento inaugurato il 7 giugno 1931, sul quale è collocato un pannello bronzeo raffigurante la fucilazione degli Eroi, opera dello scultore Francesco Jerace.
I loro corpi furono gettati della fossa comune denominata ‘la lupa’. Risparmiati, perché non ritenuti capi, Stefano Gemelli di Bianco e Giovanni Rossetti di Reggio Calabria, entrambi di 47 anni.
Questo il drammatico epilogo di una storia italiana, svoltasi in Calabria, in cui, per mano di un potere dispotico e assoluto, quelle stesse libertà che accennavano ad affermarsi con la Rivoluzione Americana, prima, e Francese poi, furono brutalmente calpestate e tra queste anche quelle di Michele (Siderno 5/12/1822 – Gerace 2/10/1847), Pietro (Roccella Jonica 21/2/1819 – Gerace 2/10/1847)), Gaetano (Ardore 15/11/1822 – Gerace 2/10/1847), Domenico (Bianco 24/12/1822 – Gerace 2/10/1847) e Rocco (Caraffa del Bianco 1/8/1824 – Gerace 2/10/1847).





