di Anna Foti – “Impasto di prestanza/Miniera d’altruismo/Agonizzando/Vive i suoi vent’anni/Senza futuro”. Questi versi traboccanti di dolore, nostalgia e desiderio di riscatto sono incisi sulla lapide posta alla base del monumento del Minatore che, a Motta San Giovanni, alimenta la memoria nella piazza dedicata nel 1958 ai concittadini emigrati per lavorare in miniera. Le parole sono di Benedetto Mallamaci, uomo e medico profondamente legato alla storia di Motta San Giovanni di cui fu sindaco nella seconda metà degli anni Sessanta.
In quella stessa piazza campeggia oggi anche la targa che ricorda l’evento del 19 aprile 1966 quando ad onorare i minatori mottesi giunse a Motta San Giovanni anche il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Il marmo bianco a muro reca le seguenti parole: “Giuseppe Saragat – Presidente della Repubblica e Motta dei Minatori – a ricordo perenne della schiera di Caduti – dal Sempione a Kariba viva testimonianza – che dagli Eroi dello spazio ai martiri del sottosuolo è tutta una sovrumana poesia d’altruismo – che si eterna per il progresso dei popoli – nei secoli”. Qualche giorno dopo il capo dello Stato italiano aveva proseguito l’omaggio ai minatori con la visita a San Giovanni in Fiore, altro comune calabrese che ha pagato un tributo altissimo sull’altare del lavoro in miniera.
C’è una storia carica di struggente nostalgia, di dolore e sacrificio ma anche di dignità, orgoglio e appartenenza ad una comunità; una storia che con le sue tante storie richiama un passato non molto lontano in cui l’emigrazione per lavoro conduceva padri di famiglia, mariti, figli, fratelli, amici, molto lontano da casa per svolgere lavori pericolosi, a volte negando loro persino un ritorno. Come una poesia che non smette di essere decantata così la memoria dei minatori di Motta San Giovanni, tra i tanti minatori calabresi emigrati in Europa per trascorrere le ore di luce dentro le miniere di carbone, rivive ogni anno nel mese di agosto per ricordare, per onorare, per non dimenticare il loro sacrificio. Questa storia di dedizione al lavoro, con la terra natia nel cuore, è la storia di tante famiglie mottesi alla quali molti minatori non sono riusciti a fare ritorno o alle quali sono tornati con il fardello di una malattia che ha segnato il resto della loro vita. Una vita spesa per non far mancare nulla ai propri cari, per partire, per lavorare e poi, forse, ritornare. Un destino che, seppur con tinte diverse, anche oggi incombe su intere generazioni di calabresi che devono scegliere tra restare e lavorare, tra restare e realizzare un progetto o un sogno ma senza radici.
La storia dei minatori è una storia di Dignità e Amore innanzitutto e a Motta San Giovanni nessuno vuol dimenticarla perchè sarebbe come condannare all’oblio l’identità di una intera comunità. Questa storia unisce la comunità di Motta San Giovanni nella memoria e nell’impegno e nella responsabilità che essa comporta, valori che con la sua vita e la sua dedizione ha incarnato Benedetto Mallamaci. Medico e sindaco mottese, egli ebbe il talento di guardare con cura e premura alle vicende dei minatori della sua comunità e di scrivere e vivere, con e per i mottesi, pagine importanti di questa storia intensa.
Originario di Motta San Giovanni dove era nato nel 1926, fin da quando era un giovane medico Benedetto Mallamaci aveva offerto un prezioso contributo all’accertamento del legame scientifico tra il lavoro in miniera e le patologie polmonari riscontrate, non risparmiandosi mai nel sostenere le famiglie e nel battersi per un accesso equo e giusto dei minatori mottesi alle prestazioni economiche (ad esempio la rendita di passaggio) riservate ai lavoratori che avessero contratto nel corso della propria attività lavorativa la malattia o che avessero abbandonato la lavorazione nociva per evitare l’aggravamento della stessa. La silicosi entrò prepotentemente nella vita dei minatori mottesi e così nella storia e della possibilità di futuro di Motta San Giovanni negli anni Cinquanta, incidendo pesantemente sulla vita e sulle prospettive dell’intero paese, che intanto era diventato il paese di minatori. Nel 1958 la piazza del rione di San Giovanni assunse la denominazione di piazza del Minatore. Il monito della memoria e di questo forte tratto identitario era già molto forte. Questa storia di emigrazione e di sofferenza era già destinata a non finire, costituendo richiamo costante per le coscienze e rinvigorendosi negli anni successivi in virtù della visita del capo dello Stato Saragat e dell’allestimento del parco delle Rimembranze, nel rione Leina; quest’ultimo è ancora adesso un altro tempio della memoria voluto dal comitato dei superstiti guidato da Santo Calabrò, oggi presidente onorario del comitato “Commemorare per ricordare” che nel 2003 ideò anche il premio intitolato al “Minatore d’oro”, appuntamento caro alla comunità di Motta San Giovanni. Una manifestazione che si conserva nel tempo grazie alla sensibilità dimostrata dal Comune e dai sindaci che negli anni si sono susseguiti. Oggi guidato da Giovanni Verduci, primo cittadino del suo paese natio per la seconda volta, da sempre molto vicino al comitato, il comune di Motta San Giovanni già pensa ad un altro luogo di memoria: il museo dei Minatori. Intanto non passano mai inosservate le date dell’8 agosto e del 4 dicembre in cui si celebrano rispettivamente la giornata del sacrificio del Lavoro italiano nel mondo e la festa di Santa Barbara, protettrice dei minatori. In particolare lo scorso anno nel mese di agosto la comunità di Motta San Giovanni, con sindaco Paolo Laganà, ha unito la celebrazione del lavoro italiano nel mondo con i cinquanta anni della visita del capo dello Stato Saragat (1966/2016), nell’anno in cui ricadeva anche il ventennale della morte di Benedetto Mallamaci, scomparso nel gennaio 1996, ricordato da tutti come il primo cittadino che con il consiglio comunale e una Motta Tricolore, accolse il presidente della Repubblica Saragat nell’aprile del 1966.
Benedetto Mallamaci conobbe la piaga del popolo mottese quando da giovane medico ascoltava e curava le persone affette da silicosi, tutti minatori ritornati a casa con un presente drammaticamente segnato ed un futuro incerto. Viviana Spinella nel volume dal titolo “Benedetto Mallamaci, medico e politico al servizio della gente” nel 2006 ha ricostruito l’impegno di Benedetto Mallamaci, uomo, medico e cittadino mottese, la cui identità era ricca e inscindibile e si estrinsecava nel suo instancabile servizio al prossimo sofferente, segnato in modo così tragico dal lavoro in miniera. «Il costante impegno del giovane medico Benedetto Mallamaci è testimoniato dalla partecipazione all’indagine statistica “quantitativa e qualitativa” per la rieducazione professionale degli invalidi condotta dal dottore Alfredo Pedullà Audino in Calabria per l’Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi del Lavoro (ANMIL) e da un’indagine conoscitiva del fenomeno “silicosi” portata avanti autonomamente dallo stesso Mallamaci e volta a stabilire: «il rapporto tra il numero degli operai esposti al rischio e quello che contrae la “silicosi”; il genere di lavoro (umido od a secco) e continuità nello stesso, svolto dall’invalido, loro incidenza sul decorso e sulle complicanze della “silicosi”; tempo di “incubazione”; periodo medio di sopravvivenza del “silicotico” in riferimento alla data di inizio dell’attività lavorativa a quella di costituzione della rendita e all’acquisizione della qualifica di grande “invalido”; rapporto silicosi polmonare semplice – silicosi associata tra i grandi invalidi; rapporto tra i casi “tbc” in generale e quelli tra familiari di grandi invalidi silico-tbc; eventuale incidenza del tipo costituzionale e dell’età iniziale del lavoro; rapporto tra le cause di mortalità in generale e mortalità per silicosi e sue complicanze. Questi studi hanno come finalità quello che Pedullà definisce come “la più urgente necessità di provvedimenti governativi atti ed idonei non solo ad assicurare migliori condizioni ambientali per i lavoratori delle miniere ma anche un’aggiornata rivalutazione delle rendite; provvedimenti governativi atti ed idonei a creare anche dei posti di lavoro adatti alla residua capacità lavorativa di detti grandi invalidi”».
Nel 1961 Benedetto Mallamaci aveva, infatti, dichiarato alla Gazzetta del Sud: «Sono oltremodo lieto di potermi rendere utile alla grande causa dei minatori per quel poco che mi sarà possibile, stante la sempre maggiore larghezza e gravità che va assumendo il fenomeno della silicosi in Italia ed all’estero, come rilevato da numerose statistiche, e che nel nostro Comune, con le sue centinaia di invalidi da silicosi è destinato ad assurgere alle caratteristiche di una autentica tragedia(…)».
Sempre nello stesso anno egli descriveva la situazione a Motta come particolarmente grave stigmatizzando il dato drammatico relativo all’incidenza di questo male sul tasso di mortalità registrato a Motta. «(…)Il tasso di mortalità per anno tra i grandi invalidi del Comune di Motta S. Giovanni è di circa l’80%, maggiore, quindi, di ben dieci volte di quello riscontrato per mortalità generale fra tutta la popolazione che è di circa l’8% (…)». Il suo impegno fu anche squisitamente politico nel senso eccelso e autentico del termine laddove contribuì al miglioramento delle previsioni legislative che in quegli anni furono elaborate (la prima legge 455/1943 poi modificata dai decreti del 1958 e del 1960, rispettivamente numero 648 e 1169, e fino alla normativa 780 del 1975), con interventi su stampa locale e nazionale, con il coinvolgimento del suo partito (PSDI) in questa battaglia di civiltà e con interlocuzioni qualificate e incisive con il governo. Il volume di Viviana Spinella riferisce ad esempio della missiva rivolta al sottosegretario al ministero dell’Interno Egidio Ariosto con la quale sollecitava nel 1963 la devoluzione dei sussidi ai malati di silicosi mottesi.
Quella della malattia dei tanti minatori fu tragedia umana e sociale che Mallamaci abbracciò, dunque, senza riserve anche quando nel 1964 divenne sindaco di Motta San Giovanni, eletto nelle liste del PSDI. L’amministrazione da lui guidata fino al 1970 si caratterizzò per questa spiccata attenzione e questa fine sensibilità, tradottesi in azioni concrete di sostegno alla comunità.
Benedetto Mallamaci si impegnò per accogliere chi tornava dalle miniere con il fardello della silicosi, offrendo l’opportunità di restare in patria agevolando, con la costruzione delle strade interpoderali e il reperimento di nuove fonti di acqua, il lavoro agricolo. Nel 1966 vi fu la storica visita del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat che, rendendo omaggio al monumento ai caduti del sottosuolo, orientò il mutamento di denominazione del luogo da piazza del Minatore, dove in quella stessa occasione era stato inaugurato un monumento, in piazza Giuseppe Saragat.
Tanti i segni e i luoghi della memoria che tuttavia vanno alimentati costantemente con impegno e passione civile. Valori che con la sua vita, nella dimensione politica, professionale, familiare e personale, ha incarnato pienamente Benedetto Mallamaci. Da sindaco di Motta San Giovanni seppe individuare le priorità di un paese che aveva bisogno di guardare al futuro partendo dalle istanze essenziali come la scuola, le reti idriche e fognarie, la luce elettrica, il consolidamento dei centri abitati, i collegamenti telefonici, l’igiene pubblica. Il suo impegno per Motta e per i malati di silicosi non si arrestò neppure quando fu eletto, nella lista PSU-PSDI, consigliere regionale, in occasione delle prime elezioni regionali della storia italiana e calabrese del 7 e 8 giugno 1970, quando ad attenderlo c’erano ancora altre sfide decisive e delicate da portare avanti in nome del popolo reggino. Prima tra tutte, quella tormentata di Reggio Capoluogo. E qui comincerebbe un’altra intensa storia da raccontare perchè, come racconta sua moglie Checchina Attinà Mallamaci, parlando di lui non c’è tempo che basti. «Potrei compendiare la sua esistenza in tre sole parole: famiglia, lavoro, prossimo. Esse abbracciano in una vastità dalle dimensioni indefinibili gli ideali, i valori, i precetti del suo credo e della sua religione…
Ma se volessi parlare, analizzare, calare in una realtà più concreta e definita quella che è stata la sua esistenza, le sfumature dei suoi comportamenti, il travaglio delle sue scelte, l’osservanza dei suoi valori e delle sue regole, allora dovrei scrivere, e scrivere, e ancora scrivere.
Aver vissuto accanto a lui è stato per me un dono(…)».





