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Boccassini e il territorio ostile. Figlio dell'impunità

19 Maggio 2013
in Editoriali, EDITORIALI, RUBRICHE
Tempo di lettura: 4 minuti
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boccassini_ilda
di Giusva Branca –
Più delle risultanze, gravissime, delle indagini condotte sull’asse Milano – Reggio Calabria, un paio di affermazioni, taglienti come lame, di Ilda Boccassini in conferenza

stampa meritano attenzione per ciò che rappresentano, nel presente e nel futuro, e per la loro genesi.
Boccassini ha chiaramente affermato che le situazioni di contiguità istituzionali alle cosche non sono così sporadiche per come può sembrare, annunciando, sul tema,.una sorta di “work in progress“ non necessariamente focalizzato sulla Calabria, con grande (finta) sorpresa di qualche giornalista meneghino.
Sulla Calabria, comunque, il Procuratore Aggiunto di Milano è stata chiarissima: “Abbiamo lavorato con grande profitto in territorio ostile”.
Il concetto di “territorio ostile” Boccassini lo ha ripetuto due volte, sottolineandolo, con pause e mimica inequivocabili.
Quello che Boccassini non ha detto – per rimarcare il concetto –  è che, ad esempio, i suoi uomini, proprio per non incontrare difficoltà ulteriori sul territorio “ostile”, hanno dimorato più volte al di là dello Stretto.
Ma, sul concetto di ostilità territoriale, è opportuno soffermarsi: dietro queste due parole utilizzate da Boccassini si cela un concetto ben più esteso e grave di quanto non si possa, prima facie, percepire.
L’ostilità del territorio nasce proprio dal peccato originale del territorio stesso, da quella melassa che lo caratterizza e che lo unisce trasversalmente.
Quando Boccassini parla di ostilità ben difficilmente si riferisce alla gente comune, ben più chiaramente, invece, parla proprio di una commistione che da anni garantisce impunità. Quella melassa impunita che avvolge da anni salotti più o meno buoni di Reggio e zone collegate giovandosi di legami personali intrecciatisi negli anni all’ombra di cene, frequentazione di clubs, di stadi, di salotti.
Questo stato di cose, ben noto a tutti, è stato agevolato – o nella migliore delle ipotesi non ostacolato – da uno straordinario immobilismo dell’ordine giudiziario che nei decenni ha lasciato che sui luoghi si sviluppasse dall’inizio alla fine più di una carriera professionali che, fatalmente – la carne è debole, si sa – si è, più di una volta, intrecciata con interessi – di affari o carriere – personali, familiari o amicali.
Sarebbe altamente interessante verificare, ad esempio, che tipo di percorsi professionali hanno alle spalle alcune delle mogli di magistrati che da decenni operano in questa città, che tipo di cointeressenze in affari hanno parenti di altri, che genere di scalate politiche o professionali hanno compiuto altri ancora.
E questa, che riguarda la magistratura, è – ovviamente – solo l’analisi più fragorosa, ma l’ostilità del territorio scaturisce, evidentemente, da un dato di contesto che, ancora una volta, emerge dalle carte processuali, superando per gravità – addirittura – i pur gravissimi riscontri relativi ai fatti-reati addebitati ai singoli.
Il contesto che viene fuori leggendo con attenzione le carte dell’inchiesta è quello di un sistema blindatissimo, quindi come dice Boccassini, ostile, perché “presidiato” da figure professionali che coprono praticamente tutti i settori della società civile locale.
Il nostro compito è, tra gli altri, quello di mettere assieme pezzi, apparentemente scollegati di un puzzle gigantesco.
Ed allora, con uno sforzo di memoria davvero minimo, non facciamo fatica a ricordare che solo negli ultimi anni le indagini hanno visto – sul piano di contesto, frequentazioni e torbidi piani – coinvolte figure di primo piano cittadino che rappresentano i mondi di tutte le professioni (avvocati, medici, architetti), la politica, la burocrazia che spesso trasforma dirigenti e funzionari in sacerdoti di indicibili riti, le Forze dell’Ordine, la magistratura, financo la Chiesa.
E se il quadro è questo, di grazia, ci si dica come si fa a dar torto alla Boccassini quando si pone il problema della ostilità del territorio.
La città di Reggio Calabria è più marcia di quanto anche i più pessimisti non credano. Non è, probabilmente, una questione numerica (o,almeno, non solo), ma di “occupazione” di postazioni di potere, laddove – come sempre e secondo un clichè visto e rivisto ormai su scala nazionale – troppo spesso gli spettatori diretti di malaffare, vicende torbide e losche, in realtà, sotto sotto ma non troppo, ambiscono a entrare a corte anche loro.
Sono pochissimi coloro i quali, ad alti livelli, hanno la personalità ed il rigore morale per chiamarsi fuori da sistemi nei quali, pur non essendo direttamente coinvolti, il malaffare abbonda sotto i loro occhi.
Ma questo “sentire” collettivo trova fondamento anche nella impunità storica della quale, per decenni, in Calabria e soprattutto a Reggio, hanno goduto protagonisti della scena pubblica e delle nefandezze private (nel senso di non rese note).
La storia del diritto lo insegna: se al precetto non si accompagna la sanzione che sia di fatto eseguita almeno in un numero minimo di circostanze la percezione dell’illecito si abbassa sempre più.
E quando questa va sottoterra il gioco è fatto e il sistema riesce a blindarsi creando quelle barriere difensive su tutti i fronti che generano l’ostilità alla quella si riferiva Ilda Boccassini.
In questo quadro a tinte più che fosche solo uno stupido può meravigliarsi del fatto che il malaffare coinvolga rappresentanti istituzionali.
Il paradosso è che il sistema si serve delle cosche almeno quanto le cosche si servono del sistema, la permeabilità – anzi piena ricettività – del quale (quella stessa che a Milano cominciano a sperimentare) crea un circolo vizioso di portata dirompente che fiacca le difese immunitarie della società rendendola vulnerabilissima proprio perché esattamente chi (o una parte di chi) dovrebbe vigilare è il primo, per interesse personale, ad aprire le porte al nemico.
In una parola questa si chiama corruzione, di costumi prima che di doveri.
E una società corrotta nell’anima ben difficilmente potrà opporsi a chi la corruzione la pratica.
Proverà sempre a fargli l’occhiolino.

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