di Anna Foti – Non aveva neppure 23 anni quando la morte la colse dopo anni di lotta, resistenza, torture, arresti, incarcerazioni, stenti e persecuzioni. Dopo anni di sogni infrantisi contro la realtà granitica di un regime fascista nel pieno delle sue forze. La giovane e ardente militante antifascista triestina, Zora Perello, morì nel campo di concentramento di Ravensbrück, a nord di Berlino, il 21 febbraio 1945. Scorreva anche sangue calabrese nelle vene della giovane, di madre slovena e padre di Reggio Calabria. Scorreva un sangue calabrese di cui Zora non maturò orgoglio. Suo padre lasciò la famiglia quando lei era ancora piccola e fu sua madre, la sarta Pavla Kocijan›i›, ad occuparsi di lei a farne una giovane gioiosa e coraggiosa al punto da sfidare il regime che si impose proprio l’anno in cui lei venne alla luce nella città triestina di Servola, il 14 maggio del 1922. Zora nacque solo qualche anno dopo la dichiarazione di guerra al popolo sloveno da parte dell’Italia fascista, con l’incendio del Narodni dom, la casa della cultura slovena.
L’adolescenza di Zora fu segnata dall’assenza del padre, dal suo trasferimento nel quartiere triestino di San Giacomo, dove si impegnò per l’inclusione sociale degli sloveni, dalla militanza nella gioventù comunista per inseguire il suo sogno di un mondo giusto, libero e solidale; un sogno che difese con la sua vita da un regime che l’avrebbe voluta fascista, sottomessa e uomo.
Sogni e scelte che le costarono prima un arresto e sei mesi di carcere poi, appena diciottenne, un altro arresto con prelievo al liceo Dante di Trieste, dove studiava con passione e profitto, e addirittura una condanna del tribunale speciale, la reclusione e l’internamento fino all’8 settembre 1943. Il suo impegno politico marcatamente comunista non si placò. Tornata a Trieste, dopo la firma dell’Armistizio, proseguì nel suo attivismo, si innamorò e si sposò con il partigiano Vojo. Ma in quell’epoca, come in altre neppure troppo lontane, i sogni hanno vita possibile solo altrove. I nazisti occuparono Trieste e Zora venne arrestata dalla Gestapo e torturata. In prigione incontrò la dirigente comunista e tenente partigiana Maria Bernetič (“Marina”), che poi sarebbe eletta senatrice del Partito Comunista Italiano. Fu deportata in Germania, dove morì nel campo berlinese di Ravensbrück.
Alla giovane e coraggiosa antifascista, di cui non sopravvivono scritti, definita dallo scrittore sloveno Boris Pahor l’Anna Frank slovena, dal 2007 è intitolata la Casa del Popolo di Servola.
Nel 2005 fu pubblicata la sua biografia, curata da Lida Turk, programmista della sede Rai slovena del Friuli Venezia Giulia scomparsa nel 2015, con i caratteri di ZttEst (Založništvo tržaškega tiska-Editoriale con sede a Trieste), e tradotta in italiano dalla stessa Lida Turk e poi completata da Mateja Grgi dopo la morte di Lida, con il contributo di Martina Kafol.
Si tratta di un romanzo biografico intitolato “Zora” la cui edizione è stata realizzata in collaborazione con l’Anpi e con la Fondazione Dorce Sardoc.
La sua storia è stata rievocata nel giorno della Liberazione su impulso dell’Unione culturale economica slovena, del comitato provinciale dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia-Anpi e dell’Associazione nazionale ex deportati politici nei campi nazisti-Aned (in collaborazione con la Ztt-Est) nella cornice della Risiera di San Sabba, il lager nazista più grande in Italia, in cui secondo calcoli approssimativi furono uccisi, nel forno crematorio e non solo, tra le tre e le cinquemila persone – triestini, friulani, istriani, sloveni e croati, militari, ebrei espressione della resistenza e antifascisti- mentre molte di più furono i i prigionieri e i ”rastrellati” transitati e smistati nei lager o al lavoro forzato.






