
di Giusva Branca – Reggio degli anni ottanta e novanta è una città piegata.
E’ piegata la comunità, nello spirito, nell’anima.
E’ fiaccata nei suoi gangli di legalità, travolta da una criminalità che la asfissia – ma questa non è una novità – e che, contemporaneamente, per sei lunghissimi anni rompe gli argini militari e scatena la mattanza per le vie della città.
In questo contesto, ad esempio, matura e va in scena l’esecuzione di Vico Ligato.
L’espressione del potere reggino su Roma, asceso e caduto con lo scandalo delle “lenzuola d’oro”, in breve tempo viene ammazzato con modalità non solo mafiose, ma in qualche maniera evocative di un punto esclamativo messo da chi ha deciso la sua morte.
Il viso sfigurato da una mole assurda, sproporzionata, di piombo che mette fine al percorso terreno dell’esponente DC è quello che viene consegnato alla storia.
E però, anche qui il contesto ci parla di una Reggio isolata, al suo interno ed all’esterno.
Alla evidente, palese, ricercata freddezza dei vertici nazionali della Democrazia Cristiana, rispetto all’omicidio, fa da contraltare una città che si sopisce, sgomenta, dal torpore estivo, ma, anche stavolta, in qualche modo prende le distanze. Non capisce, non comprende da tempo le dinamiche di potere che si intrecciano intorno allo Stretto. E così il giorno seguente all’omicidio, mentre i media nazionali dedicano i consueti aggettivi a descrivere la situazione della Calabria e di Reggio in particolare, allo stadio Comunale di Reggio va in scena l’esordio stagionale della Reggina in serie B, contro il Parma.
L’occasione è ghiotta, gli amaranto tornano in campo per la prima volta dopo la serie A persa ai rigori dello spareggio di Pescara, il calendario ci ha messo del suo facendo tornare, già alla prima da “ex” il tecnico degli ultimi due anni, Nevio Scala.
Insomma, lo stadio è gremito e lo speaker, poco prima del calcio d’inizio, annuncia la notizia della tragica scomparsa di Ligato.
Pochi sono gli applausi, addirittura c’è anche qualche fischio, ma prevale l’indifferenza.
Quella stessa indifferenza, dietro la quale si cela la rassegnazione, che accompagna sei lunghi anni di guerra di mafia, che accompagna oltre 600 morti.
Un senso di ineluttabilità quasi “alvariana” nel suo concepirsi e svilupparsi, giorno dopo giorno.
Un “piegati giunco che passa la piena” che, però, non va inteso come fiducia in un futuro migliore, ma esattamente al contrario.
***
A Reggio, più che altrove, l’estate fa fatica ad andar via.
Fa fatica non solo sul piano strettamente atmosferico, ma anche su quello mentale.
Per i Reggini lo spartiacque obbligato, necessario, ineludibile tra estate, dove tutto è immobile, ogni cosa è ferma e la ribalta è esclusivamente della canicola e dell’afa, e periodo successivo è costituito dalle feste settembrine, in onore della Madonna della Consolazione.
Solo dopo, a metà settembre, la città si scuote dal torpore.
E’ l’estate del 1989, la fine di agosto, l’ultimo week-end, per l’esattezza, quello che comincia sabato 26 e termina domenica 27.
L’aria è ancora calda, le sere sono tiepide ed il mare rimanda al mittente tutte le luci che vi si specchiano, creando uno scenario quasi irreale.
A Bocale, frazione marina all’estrema periferia sud di Reggio, ad un passo dall’aeroporto dello Stretto, quella sera, quella notte sono un incanto.
Tutto è calmo, tranquillo, sembra lo spot di un incontro di pace, serenità tra l’uomo e la natura.
A Bocale risiede per il periodo estivo, in una delle villette a schiera che affacciano direttamente sullo specchio d’acqua che si guarda stranito tra Reggio e Messina, Lodovico Ligato, per tutti Vico.
E’ un ex giornalista, ma, soprattutto, è l’unico uomo politico della città di Reggio che nel dopoguerra sia riuscito a conquistarsi uno spazio di rilievo.
E’ un antico DC, ed a questa caratteristica è informato ogni suo atteggiamento della vita di tutti i giorni. E’ un uomo che sa vivere, che conosce l’arte della politica e del compromesso, ma anche dell’arroganza e della voce grossa quando necessario.
La sua ascesa vertiginosa ha da poco toccato l’apice con la presidenza delle Ferrovie dello Stato, prima di venire travolto dallo scandalo delle “lenzuola d’oro”, che lo ha da poco portato alle dimissioni, ma per il quale non avrà il tempo di difendersi.
Non avrà il tempo perché quella splendida serata di Bocale sarà l’ultima della sua vita.
E’ notte inoltrata, ormai, quando Vico Ligato accompagna fin sul cancello della villetta gli ultimi ospiti di una serata appena terminata.
Un saluto, qualche sorriso, un arrivederci alla prossima occasione, le sagome degli amici che si allontanano con la propria automobile e Ligato fa per tornare sui propri passi e rientrare in casa.
Dal buio – dalla parte monte la casa è assai vicina alla massicciata ferroviaria – sbucano almeno due killers che lo bombardano a colpi di pistola Glock.
E’ una vera e propria tempesta di fuoco; sul corpo di Ligato verranno riscontrati ventisei fori d’entrata, dei quali ben sette alla testa.
Reggio, come d’improvviso, si scuote dal torpore. La notizia rimbalza su tutti i media nazionali e squarcia la quiete della domenica mattina successiva.
Delitto di Stato, delitto politico, delitto di ‘ndrangheta?
La comprensione di quanto accaduto non è facile, per nulla.
Ligato, dopo lo scandalo delle “lenzuola d’oro”è, al tempo stesso, un uomo “bruciato” per la politica nazionale ed una mina vagante, visto che poco tempo prima l’ex parlamentare aveva chiaramente lasciato intendere che, con riferimento, alla vicenda giudiziaria – in qualche modo una sorta di “mani pulite” ante litteram – non avrebbe certo accettato passivamente il ruolo di agnello sacrificale. Avrebbe parlato ed anche tanto.
Fatto è che l’omicidio di uno degli esponenti di punta della DC italiana viene accolto in maniera gelida dai vertici del partito. Forlani tace, Andreotti tace, Gava tace, De Mita tace. Solo Oscar Luigi Scalfaro, futuro Capo dello Stato non ci sta e tuona: “Ligato è nostro. Non è pensabile che noi ne prendiamo le distanze, sia che le ombre che si sono addensate sulla sua persona si diradino sia che le nubi si concentrino, tirando fuori responsabilità e nefandezze”.
La sua, però, resta una voce urlante nel deserto ed i riflettori sull’omicidio Ligato.
si spengono in fretta.
Si spengono almeno finchè non spuntano all’orizzonte del panorama investigativo reggini i primi collaboratori di giustizia (all’epoca più volgarmente definiti “pentiti”).
Un clamoroso errore giudiziario – poi rimediato – porta in carcere quattro presunti mandanti super-eccelenti: si tratta di altrettanti esponenti politici locali, alcuni della medesima area politica di Ligato, un paio anche ex parlamentari: Battaglia, Nicolò, Quattrone e Palamara restano in carcere con il bollo di un accusa infamante per cinque mesi, prima che la Giustizia italiana decidesse che a carico loro non sussistono nemmeno gli indizi necessari per giungere ad un processo.
Tutti a casa e tante scuse.
Grazie ai collaboratori di giustizia si arriva, successivamente, alla condanna di esecutori materiali e mandanti di primo livello, tutti pienamente organici alle cosche in guerra in quegli anni a Reggio.
La causale, per così come ricostruita in atti, va ricercata nell’intenzione di Ligato di aprire una nuova fase della propria carriera politica tornando ad incidere fortemente sulle dinamiche reggine, relativamente alle quali scelte importanti e portatrici di tanti soldi sono alle viste.
La pena massima, quella all’ergastolo, arriva per Pasquale Condello, latitante, leader di uno dei due clan in lotta, per Paolo Serraino, della famiglia dei “re dell’Aspromonte” , per Diego Rosmini, capo di una delle più numerose cosche della città. Accusati e condannati come killer Giuseppe Lombardo e il latitante Natale Rosmini. La tesi che Ligato sia stato ucciso dalla ‘ ndrangheta , sostenuta dall’accusa, è stata ac
cettata dalla corte in questi termini. Nessun delitto di Stato, quindi.
Ligato, persa l’importante carica alle FS per l’inchiesta sulle lenzuola d’ oro, avrebbe tentato di riprendere con pienezza l’antico ruolo ricoperto in città. Da qui la crisi degli equilibri politico-mafiosi. Ligato, sempre secondo la Corte, sarebbe stato vicino alla famiglia dei destefaniani, in lotta contro l’altra famiglia degli imertiani. E sarebbero stati emissari di questa famiglia ad uccidere Ligato, nella sua abitazione al mare.
Ma il “buco nero” del secondo livello, quello politico, permane, eccome se rimane, al pari di qualcosa, mai del tutto indagata, relativa a vicende di carattere nazionale o – addirittura – extranazionale.
E proprio questa cornice “ristretta” entro la quale collocare a tutti i costi l’omicidio Ligato suscita l’intervento in Commissione Antimafia del senatore Galasso che, nella seduta n° 68 del 12 ottobre 1992 (presidente Violante) sottolinea: “Non a caso quando abbiamo predisposto la relazione sulla
Sicilia o sui rapporti tra mafia e politica siamo partiti da un dato, da un fatto sconvolgente:
l’assassinio di Salvo Lima; mi sarei aspettato che per la Calabria fossimo partiti dall’omicidio di Ligato. Questa sfasatura è grave – lo ripeto – perché esprime una sottovalutazione del fenomeno a livello complessivo, non solo in Calabria.
In secondo luogo, vi è una concezione del potere mafioso che ancora una volta indugia sull’autonomia, per così dire, del potere criminale, delle cosche, le quali avrebbero
penetrato, determinando intrecci e ramificazioni, il mondo politico, il mondo affaristico, il mondo
imprenditoriale. No, cari colleghi, noi sappiamo che in Calabria particolarmente vi è un’identificazione di soggetti. La vicenda che riguarda, ad esempio, il mandato di cattura emesso dal GIP di Reggio Calabria per i famosi 130 o 131 (di cui il centotrentunesimo è Licio Gelli) descrive uno spaccato nel quale i soggetti che si fregiano di una tessera, che agiscono come dirigenti politici, che si muovono durante la campagna elettorale sono i capimafia, i quali, a loro volta,
fanno e trattano affari leciti ed illeciti. Qui davvero vi è il rischio che indirizziamo l’analisi che ci
accingiamo a compiere sul fenomeno mafioso ancora una volta verso la mafia come una sorta di organizzazione criminale feroce, temibilissima, potente, che mette a
rischio apparati dello Stato. No, non possiamo fare questo salto all’indietro nell’analisi, non ce lo
possiamo permettere, particolarmente per la Calabria, ove l’unicità di questo sistema di potere, lavischiosità, la compattezza, il carattere oppressivo sono evidenti, nel senso che si colgono recandosi in Calabria, girando per la regione, parlando con la gente.”
Sembrano parole pronunciate ieri, eppure sono passati 20 anni, ma la parte più incisiva ed anch’essa attualissima – Galasso la riserva per la magistratura calabrese: “per noi che abbiamo il compito di individuare le disfunzioni ed i rimedi non è possibile non esprimere un giudizio articolato, dando a ciascuno il suo nome, il suo cognome e la sua responsabilità, come facciamo con i mafiosi. E’ nostro compito, non possiamo arrestarci di fronte al fatto che quella è la magistratura: sappiamo bene che in Calabria la magistratura non è un tutt’uno e dobbiamo
distinguere perché, altrimenti, non si capisce più nulla, altrimenti va tutto bene e va tutto male
contemporaneamente. Vi sono corti d’appello e corti d’appello, procure e procure, tribunali e tribunali. Dobbiamo fare ciò che sto dicendo tanto più in quanto il nostro è un giudizio politico, come tale non sostitutivo rispetto all’attività giudiziaria, con la premessa – che potremmo anche
evitare di fare, ma che forse non risulta inutile ribadire – che non ci compete sostituirci ai giudici,
mentre la valutazione politica vivaddio è libera, altrimenti cosa ci stiamo a fare?”.
Millenovecentonovantadue, venti anni fa.




