
ha formulato per i due principali imputati del procedimento “Ramo spezzato”, che si celebra al cospetto della Corte d’Appello di Reggio Calabria, presieduta da Lilia Gaeta. Nino Iamonte, infatti, in primo grado aveva rimediato sedici anni di reclusione, mentre Carmelo Iamonte se l’era cavata con dieci anni di galera. Il rappresentante dell’accusa ha richiesto una maggiorazione di pena, rispetto alla determina di primo grado, anche nei confronti di Sergio Borruto (quindici anni a fronte dei dodici e sei mesi) e Domenico Tomasello (otto anni a fronte dei sei rimediati in primo grado).
Il processo nasce da un’operazione della Squadra Mobile di Reggio Calabria, che, oltre all’attività investigativa, si avvalse della collaborazione dell’imprenditore Saverio Foti, commerciante che sarebbe stato taglieggiato dal clan Iamonte, famiglia di Melito Porto Salvo al centro dell’inchiesta curata, in primo grado, dal pubblico ministero Antonio De Bernardo.
Oltre alle quattro maggiorazioni di pena, al termine del proprio intervento, il sostituto pg Fimiani ha richiesto che la Corte d’Appello confermi la sentenza di primo grado, emessa dal Tribunale Penale di Reggio Calabria (Vincenzo Pedone presidente, Maria Ferraro e Alessandra Vicedomini giudici) che aveva condannato a nove anni di reclusione il medico Franco Cassano, a sei anni di reclusione ciascuno Agata Gurnale, Giuseppe Sergi, Pietro Benedetto e Angela Maria Ginesio, a cinque anni di reclusione Pietro Rodà, a quattro anni e sei mesi Filippo Antonio Mafrici, a quattro anni Giuseppe Scieuzo e a tre anni e sei mesi Vincenzo Cosmano.
La cosca Iamonte, una famiglia di macellai entrata, negli anni, nel gotha della ‘ndrangheta, grazie al traffico di stupefacenti e, secondo alcune testimonianze mai riscontrate, anche di rifiuti tossici e radioattivi. Oltre ai reati di associazione mafiosa ed estorsione, infatti, ad alcuni imputati viene contestata la commercializzazione di carni nocive. L’inchiesta mise in luce le attività estorsive messe in atto dalla cosca, che avrebbe costretto piccoli proprietari terrieri ed esercenti commerciali a cedere le loro attività dopo danneggiamenti ai loro danni. Nel procedimento l’accusa ha provato a far entrare dei documenti, soprattutto con riferimento alla figura di Carmelo Iamonte, contenuti nell’indagine “Crimine”. Un tentativo senza successo, dato che la Corte accolse le opposizioni delle difese. E nel corso delle prossime udienze toccherà proprio agli avvocati difensori (tra gli altri Maurizio Punturieri e Umberto Abate) tentare di smontare un impianto accusatorio che in primo grado aveva retto in pieno con tredici condanne e solo quattro assoluzioni.




