
di Sandro Maria Velardi – Quando si sorteggiavano i componenti delle squadre per giocare a pallone in strada, immancabilmente ero sempre l’ultimo ad essere scelto, o meglio, subìto dal
capitano perdente, in qualità di portiere. Così decisi che lo sport, come mezzo di socializzazione, non faceva per me.
Correva l’anno 1974, eravamo 34 tutti nella 3 E, tutti belli ed eleganti tranne me (per citare Antonello Venditti). Frequentavo il quinto anno del Classico Campanella ed ero davvero nella sezione E. Quell’estate furono varati i c.d. Decreti Delegati della Scuola che prevedevano, tra l’altro, il diritto di assemblea degli studenti nonché una rappresentanza elettiva degli stessi (con un peso decisionale prossimo allo zero) nei consigli di classe e di istituto delle scuole superiori. Sembrò a me ed ad altri 17enni dell’epoca la vittoria del “quarto stato”. Ci vedevamo come nel dipinto di Volpeda procedere con gli stendardi della rivoluzione fatta per noi dal Movimento Studentesco di Mario Capanna, gli spermatozoi posticipati di un ’68 arrivato tardivamente, ma arrivato, anche in Calabria-Saudita. Cosicché in una delle torride fine estati reggine anziché farci i bagni “ammmare” al Lido comunale (unico lido reggino del resto) preferimmo, alcuni compagni di classe della 2 E (inizianda 3 E) di farci i bagni di sudore ad un Convegno di studi, organizzato dal PSI di Francesco De Martino al Palazzo della Sanità. Da lì passammo alle riunioni in casa dell’uno o dell’altro e arrivammo al ciclostile a manovella con le matrici nere che si bucavano con i tasti della macchina per scrivere meccanica della Camera del Lavoro di Via S. Lucia al Parco 6. Il substrato ideologico (anche se noi non sapevamo nemmeno chiamarlo così) era la voglia di essere cittadini, di contare, di partecipare alle decisioni che ci passavano sempre sulla testa. Quando cominciò l’anno scolastico e distribuimmo i nostri primi volantini (ciclostilati in proprio in Via S. Lucia al Parco, 6) che ci venivano sempre richiesti in tre copie da quella che allora si chiamava “Squadra Politica” della P.S. (oggi DIGOS della Questura), fummo visibili e quindi venimmo avvicinati da quelli che erano gli organismi ideologici fagocitanti i ragazzi della mia età. Le organizzazioni giovanili dei partiti politici, sia di destra (Fronte della Gioventù – promanazione dell’ MSI), che di sinistra FGCI (non la sigla calcistica ma federazione giovanile comunista) appendice del PCI.
In quell’epoca i partiti politici “pescavano” con forza dagli ambienti giovanili, soprattutto quelli studenteschi. Alla fine degli anni ’70, nella Reggio Calabria reduce dalle rovine sociologiche della “Rivolta dei Boia chi molla”, ma anche nel Paese in generale, si doveva essere rossi oppure neri.
Non c’erano vie di mezzo; o, almeno, non erano percentualmente rilevanti. I “cani sciolti”, poi, infastidivano tutti, erano sempre e comunque destabilizzanti.
In quegli anni reggeva le sorti della FGCI ovvero l’Organo giovanile del PCI di Reggio Calabria, il mitico (oggi On.le) Marco Minniti. Qui, sentimentalmente, scivolo nel ricordo giovanile. Marco, che non era un fesso neanche allora, pensò di fare contattare i “cani sciolti” della 3 E del Classico da una procace compagna della Fgci. Ebbene, lo confesso, il buon Marco non mi affascinava neanche quando avevo 17 anni. Più che la sua seducente intellettualità poté smuovere la mia giovanile sensibilità politica-ormonale l’anonima, ma assolutamente procace, compagna inviataci dal saggio Minniti.
Ecco quindi gli inizi della mia partecipazione alla politica militante.
Nonostante la mia motivazione di partenza sia stata quasi squisitamente ferormonale, mi feci pian piano coinvolgere da quella che si chiamava ideologia. Non ho mai amato le Chiese, le verità rivelate, neanche da ragazzo: però sentivo (e sento) di non avere la capacità di restare indifferente alle battaglie sociali, a provare ad essere doverosamente e geneticamente impegnato e impregnato dall’esigenza di vivere in un etica sociale e personale. Questa dimensione mi appartiene e permea anche la mia anima attuale.
Accanto a ciò nel mio DNA albergava (e alberga) un’anarchia di fondo che mi portava (e mi porta) a mantenere un atteggiamento di non allineamento al bigottismo sia politico che religioso. Questa tara intellettuale mi conduceva, ad esempio, a vestire con l’Eskimo, i jeans da mercatino, e poi andare a passeggiare vicino al Teatro Comunale. In quel tempo i territori cittadini erano marcati, anche, dalle “divise”. Sotto i portici del Cilea stazionavano i Fasci vestiti con i Loden e i Ray-Ban a specchio. Colui che si avventurava vestito da “Rosso” rischiava una bella spolverata e anche peggio.
Per essere equanime, il giorno dopo me ne andavo al Bar Bolignano (non esiste più, era di fronte al Duomo), covo dell’intellighenzia rossa, bardato con la giacca di velluto blu e il papillon. Qui rischiavo solo meno pericolosi lazzi e frizzi e l’epiteto di “borghese”. Per la verità mi veniva un po’ da ridere a questo stato di borghese che mi veniva attribuito; in realtà io ero il figlio di uno statale monoreddito, mentre la maggior parte dei “compagni extraparlamentari” indossavano Jeans firmati, suonavano i “canti di lotta” con la chitarra equivalente a tre stipendi di mio padre e si riunivano per elucubrare le strategie di lotta nelle villette al mare di papà …!
Però devo dire che ho avuto tanta fortuna. La prima è di essere sopravvissuto, senza danni fisici, a un periodo in cui ci furono anche dei compagni accoltellati (ricordo fra tutti Nico D’Ascola e Ciccio Lia rifugiatisi, inseguiti e feriti all’interno dell’allora sede di Architettura, oggi sede della “mia” Procura Generale). Ancora ho avuto la fortuna di non essere mai stato vittima dei picchiatori fascisti. Il mio amico e compagno Peppe Smorto (oggi stimato direttore di Repubblica.it), militante del “Manifesto” e del collettivo del liceo classico (dove vinse le elezioni per i decreti delegati, il più votato di tutti), forse per le dimensioni della sua testa (che conteneva e contiene un gran cervello) un po’ sproporzionata attirava – come una calamita – le sprangate e le pietre fasciste. Più volte ho partecipato a squadre di “soccorso rosso” per aiutare Peppe oppure Mimmo Restifo (figlio dell’indimenticato e indimenticabile professore di greco del Campanella, Carmelo).
(1 – continua)




