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Memorie – Quei cani che restarono a Ferramonti

25 Gennaio 2017
in Memorie, RUBRICHE
Tempo di lettura: 3 minuti
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Memorie – Quei cani che restarono a Ferramonti

di Anna Foti – La storia dell’Umanità è in realtà uno scrigno di storie che attengono anche a luoghi e ad altre creature, abitanti quegli stessi luoghi, che con l’uomo abbiano vissuto in stretta relazione, al punto da vedersi condizionato il destino. Tra queste creature, come la storia a lieto fine della famiglia di pastori maremmani, Lupo e Nuvola e i loro tre cuccioli, salvata da ciò che resta dell’hotel Rigopiano, i cani rappresentano il tratto di continuità privilegiato tra l’essere dotato anche di ragione e l’essere dotato solo di istinto, tra l’uomo, la natura e il suo creato. Un legame che anche la religione cattolica ha consacrato nella figura di Sant’Antonio Abate, festeggiato il 17 gennaio, data che in molte parrocchie, tra cui quella di Cannitello a Villa San Giovanni nel reggino, è dedicata proprio alla benedizione degli animali.
Si tratta di una relazione in cui spesso la capacità di essere fedeli in ogni circostanza e di restare nonostante le difficoltà non si rivela propria dell’animale pensante, dotato di ragione. Il fenomeno dell’abbandono (principale causa del randagismo) e dei maltrattamenti lo dimostra, anche se sono tante, tantissime le storie di legami forti che durano una vita in cui l’amico a quattro zampe è, come dovrebbe essere quando si decide di averne uno accanto, un membro della famiglia a tutti gli effetti.
Le vicende dei cani, animali ‘amici’ per eccellenza, dunque sono legate a doppio filo a quella degli uomini, nel bene e nel male.
La Storia è sempre piena di sfumature, altrimenti non sarebbe tale; proprio cogliendo queste sfumature, tutto appare complesso, difficilmente sintetizzabile ed invece meritevole di scoperta e continuo approfondimento. Nel campo di Ferramonti di Tarsia, nella valle del Crati in provincia di Cosenza, da dove nessun uomo venne mai deportato nei lager nazisti, dove nessun uomo venne mai giustiziato, dove non vi furono esecuzioni di esseri umani, nel 1941 furono invece abbattuti 92 cani. Questa fu l’unica morte indotta che si consumò all’interno del campo calabrese. Il fatto che riguardasse dei cani la rese una morte meno terribile o più tollerabile? Le sensibilità a riguardo sono diverse e tutte dentro la storia di un campo in cui la vita umana non fu ciecamente calpestata.

La decisione dell’abbattimento dei cani fu assunta dalla questura di Cosenza per motivi di sicurezza, sollecitata dagli uomini al comando dentro il campo non prima di avere proposto agli internati una soluzione, seppur insostenibile e, dunque, non condivisa. Questa pagina di storia scritta nel campo di internamento calabrese, sotto la direzione di Paolo Salvatore e sotto il comando del maresciallo di origini reggine, Gaetano Marrari, viene raccontata dall’internato Emilio Braun nella pubblicazione curata da Carlo Spartaco Capogreco intitolata “Ferramonti. La vita e gli uomini del più grande campo di concentramento fascista (1940/1945)”, edito da Giuntina nel 1987 con prima ristampa nel 1993. Qui Emilio Braun racconta a Spartaco Capogreco di altri ospiti, giunti anche in branco e accolti nelle camerate. Dormivano nei cortiletti, nei punti dove riuscivano a ripararsi. Erano cani mansueti fino a quando non vedevano persone in uniforme: in quel momento si agitavano e le rincorrevano minacciosamente. Si trattava di randagi ed era necessario vaccinarli per evitare le criticità igienico-sanitarie, così si era profilata l’ipotesi di un’eliminazione collettiva che avrebbe potuto essere evitata solo con l’adozione dei cani da parte di ciascuna baracca. Ma c’erano degli obblighi precisi da onorare come quelli relativi alle vaccinazioni, alle tasse e ad altre spese. Difficile che un internato, privato di ogni bene dal momento dell’arresto, potesse accollarsi questa responsabilità. Iniziò allora la corsa contro il tempo. La data dell’esecuzione si avvicinava e gli internati fecero di tutto per allontanare i cani che, nonostante fossero disorientati dai quei comportamenti, puntualmente ogni volta tornavano nei loro ripari. Non abbandonarono il campo, e le persone che dentro vivevano, andando incontro ad una morte per fucilazione che non si fece attendere. “Intanto la data stabilita per l’esecuzione si avvicinava. Il giorno prima cercammo di allontanare forzatamente i cani dal campo, ma tutto era stato inutile, all’indomani li trovammo nuovamente nelle loro cucce. Ci guardavamo atterriti e sembrava volessero chiedere i motivi del nostro rivoltamento, non avendoci essi fattoci nulla di male”, riporta così Carlo Spartaco Capogreco la testimonianza di Emilio Braun. Dopo la fucilazione di 57 cani per mano di una guardia municipale inviata dal podestà di Tarsia, sempre Emilio Braun testimonia che in un’altra lettera il podestà comunicava l’abbattimento, in data 18 dicembre 1941, di altri 35 cani. Ciò accadde a Ferramonti, il primo campo di internamento anche di ebrei ad essere liberato e l’ultimo ad essere formalmente chiuso. Un campo senza camere a gas e dove, tranne alcuni decessi per cause naturali, gli internati sopravvissero. La liberazione avvenne per mano degli inglesi nel settembre del 1943. Molti ex-internati, tuttavia, rimasero a Ferramonti fino alla chiusura ufficiale avvenuta l’11 dicembre 1945. Ma i cani di Ferramonti non c’erano già più.

 

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