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Memorie – Sipario sulla guerra di ‘ndrangheta

5 Ottobre 2011
in Memorie
Tempo di lettura: 6 minuti
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scopellitiantoniogiudice
di Claudio Cordova – Difficile, forse impossibile, non innamorarsi del mare della Costa Viola, litorale tirrenico della provincia di Reggio Calabria. E di quel mare cristallino,

banner_redel_energiache di notte si riempie di lampare,

era profondamente innamorato il giudice Antonino Scopelliti, originario di Campo Calabro, ma da anni operante a Roma, presso la Suprema Corte di Cassazione. Tornava proprio dal mare, da quel mare, il pomeriggio del 9 agosto 1991. I sicari lo raggiungono sulla strada che collega la Costa Viola a Campo Calabro: le pallottole investono l’autovettura e colpiscono alla testa il magistrato, l’auto non si ferma, sbanda e termina la propria corsa in una scarpata.

Un “omicidio eccellente”, due estati dopo quello dell’ex presidente delle Ferrovie, Lodovico Ligato. Un omicidio che fa tanto rumore, sebbene Reggio Calabria e la sua provincia, siano, in quel periodo, abituate ai morti per le strade, essendo interessate da una sanguinosissima guerra tra cosche.

Una guerra che, dopo l’omicidio di Nino Scopelliti, si fermerà. Come per incanto.

Una pace immersa nel sangue di un alto magistrato. Sarebbe stato proprio l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti il prezzo con cui le cosche reggine si sarebbero sdebitate rispetto all’interessamento di Cosa Nostra affinché si bloccasse la mattanza per le strade di Reggio Calabria. Scopelliti, infatti, avrebbe dovuto rappresentare la pubblica accusa nel maxiprocesso (quello istruito da Giovanni Falcone) contro la Cupola di Cosa Nostra, giunto al cospetto della Suprema Corte di Cassazione e quindi a un passo dalla sentenza definitiva che avrebbe avvalorato il “teorema Buscetta”. Nino Scopelliti era in vacanza nella “sua” Campo Calabro, ma anche nella canicola d’agosto aveva con sé le carte del maxiprocesso, le studiava. La ‘ndrangheta avrebbe eseguito l’omicidio, sul proprio territorio, in segno di “ringraziamento” nei confronti della mafia siciliana, che avrebbe avuto un ruolo determinante per la stipula della pace tra gli schieramenti De Stefano-Tegano-Libri e Condello-Imerti, che a partire dal 1985 si erano dati battaglia, lasciando sull’asfalto centinaia di morti ammazzati.

E’ questa la tesi più accreditata. Una sentenza che tuttavia nessun Tribunale ha mai scritto in maniera definitiva. L’omicidio del giudice Scopelliti è, ancora oggi, senza responsabili. Gli inquirenti provarono a “vendicare” la morte del collega: fu proprio il pm Bruno Giordano, come avvenne per il delitto Ligato, a scrivere le richieste di arresto nei confronti del gotha della mafia siciliana. “Sentii il dovere morale di fare qualcosa per la mia città, per il collega, per un uomo che mi era stato amico e che assicuro che valeva la pena conoscere. Posso dire di avere la certezza morale di aver imboccato, ai tempi, la strada giusta” ha detto Giordano nell’intervista, pubblicata nella precedente puntata della rubrica “Memorie”.

Tante sono state, nel tempo, le ipotesi riguardanti i motivi che portarono all’omicidio di Scopelliti.

Alcuni dissero che i Corleonesi avevano tentato di avvicinare il magistrato, sostituto procuratore generale presso la Cassazione, affinché questi chiedesse la nullità del processo (come invocato dalle difese nei motivi d’appello), ricevendo un secco “no”. Per altri, invece, l’eliminazione di Scopelliti era utile affinché i tempi di decisione si allungassero eccessivamente e scadessero i termini di custodia cautelare: una circostanza che avrebbe riportato in libertà (e verosimilmente in latitanza) centinaia di boss e affiliati alla mafia siciliana.

In primo grado l’impianto accusatorio di Bruno Giordano e della Procura regge, con la condanna all’ergastolo di personaggi come Totò Riina, Bernardo Brusca, Pippo Calò e Pietro Aglieri. L’impianto accusatorio, però, si dissolve in appello, arrivando alla definitiva sentenza assolutoria in Cassazione. Poco o nulla, invece, si è fatto nei confronti degli esponenti della ‘ndrangheta, sebbene gli inquirenti, negli anni, abbiano potuto contare sulle dichiarazioni di alcuni collaboratori come Filippo Barreca e Giacomo Lauro: “L’imbasciata la portò Nino Mammoliti, direttamente a Pasquale Condello e gli ha detto: ‘Non si deve sparare più se prima non lo dico io’” racconterà Lauro. Barreca, invece, citerà esponenti di spicco del clan De Stefano, che avrebbero tentato di avvicinare il magistrato in vista dell’ultimo grado di giudizio.

Per decidere l’esecuzione del giudice Scopelliti si sarebbero scomodati personaggi di livello criminale immenso. Totò Riina, che peraltro in Calabria era già stato, ad Africo, ospite del “Tiradritto” Giuseppe Morabito, avrebbe raggiunto in motoscafo il boss Pasquale Condello per affrontare l’argomento dell’eliminazione del giudice Scopelliti. Circa due anni fa, peraltro, la Procura di Reggio Calabria avrebbe anche interrogato, probabilmente in merito ad altri fatti, un uomo, Gaspare Spatuzza, pentito siciliano, che forse avrebbe qualcosa da dire anche sul presunto accordo tra mafie che soggiace all’omicidio Scopelliti. Nulla si sa, però, sul contenuto di tale interrogatorio e se oggetto della conversazione siano state anche alcune dinamiche riguardanti il delitto.

Rimasti impuniti i presunti mandanti, sono invisibili, come ectoplasmi, gli esecutori materiali. Un omicidio così eclatante, di una persona così in vista, non poteva essere deciso senza l’accordo degli esponenti principali della ‘ndrangheta reggina. Tanto le schiere dei Condello, quanto quelle dei De Stefano, anche in virtù della nuova pace, dovevano essere informate del progetto. E non sarebbe nemmeno da escludere che su quella moto che seguiva l’auto di Scopelliti, vi fossero due killer scelti da entrambi gli schieramenti: uno in rappresentanza dei condelliani, l’altro inviato dai destefaniani. Sicuramente personaggi spietati, di comprovata e certa fiducia e di rara abilità e precisione. I “migliori”.

Un primo, vero, atto di pace tra i cartelli che fino al giorno prima si erano rincorsi, individuati e trucidati, per le strade cittadine, in una vera e propria guerra, combattuta con pistole, fucili di precisione, autobombe e bazooka.

Un omicidio di livello altissimo, di cui solo poche persone avrebbero dovuto sapere. E non è un caso che anche i nuovi collaboratori di giustizia, Roberto Moio e Nino Lo Giudice soprattutto, non sappiano assolutamente nulla circa gli esecutori materiali. Livelli superiori anche a quelli di killer e boss di alto livello come Paolo Iannò, un tempo braccio destro di Pasquale Condello, anch’egli oggi collaboratore di giustizia, anch’egli all’oscuro di tutto. Di recente un altro pentito, Consolato Villani, cugino di Nino Lo Giudice, ha fatto un passaggio, abbastanza banale a dire il vero, circa l’uccisione di Scopelliti: “In relazione all’omicidio del giudice Scopelliti, Nino Lo Giudice mi disse che era stato un favore a Salvatore Riina, il quale era venuto a Reggio con Nitto Santapaola per contribuire alla pace del 1991”. Niente di più rispetto a quanto già detto e ripetuto in varie sedi (senza che mai arrivasse una verità giudiziaria a ratificare tali affermazioni) e nessun riferimento alle identità dei registi calabresi del delitto.

Sapeva (e sa) solo chi è direttamente responsabile del fatto: i mandanti, tutti da individuare, probabilmente, nei capi più carismatici della ‘ndrangheta cittadina, e i due esecutori, i migliori killer a disposizione degli schieramenti. Forse per questo la Procura di Reggio Calabria, retta da Giuseppe Pignatone, non ha deciso di accogliere l’appello, continuo e costante, di riaprire le indagini, che Rosanna Scopelliti, figlia del giudice, lancia, di anno in anno, nel corso della manifestazione “Legalitalia”, organizzata dal movimento “Ammazzateci tutti”. Rosanna Scopelliti, bambina ai tempi del delitto, oggi donna, non è mai stata contattata ufficialmente, né convocata dagli inquirenti, ma, d’altro canto, mai avrebbe chiesto un colloquio con i magistrati.

Un caso difficile da affrontare. Un caso decisivo, però. Perché da quell’omicidio, da quella pace, potrebbero dipendere i pilastri su cui si fondano importanti inchieste, come quella “Meta”, curata dal pm Giuseppe Lombardo, e forse anche quella “Crimine”, per la cui requisitoria sono impegnati almeno cinque magistrati. E se quell’ipotesi, quella del patto tra mafia siciliana e ‘ndrangheta, può ancora avere una valenza e un senso, la Dda di Reggio Calabria non ha ancora sentito quel “dovere morale” di cui parla Bruno Giordano nei confronti del collega Scopelliti.

Sulla bara, sul cadavere di Nino Scopelliti è stata edificata una nuova Reggio Calabria, in cui si spara molto meno, ma in cui ogni attività è sotto il controllo delle cosche. Riaprire il caso, indagare, forse è ben più di un “dovere morale”, soprattutto se i responsabili del delitto, gli esecutori materiali, dovessero essere ancora vivi e in libertà. Da quell’omicidio passa la storia recente di Reggio Calabria e della sua provincia. L’omicidio del giudice Scopelliti rappresenta, di fatto, uno spartiacque fondamentale nella storia della società reggina, della ‘ndrangheta, diventata, negli anni, una delle più potenti e ricche organizzazioni criminali del mondo. Da quell’omicidio passano le nuove dinamiche criminali che hanno portato Reggio a vivere sotto la cappa della pax mafiosa.

Quello che verrà dopo l’omicidio del giudice Scopelliti non sarà più storia. Ma cronaca.

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