
Marco Colamonici e Antonio De Bernardo hanno formalizzato al Gup di Reggio Calabria, Roberto Carrelli Palombi, nell’ambito dello stralcio di abbreviati del procedimento “Leone”, scaturito dall’omonima operazione condotta il 3 febbraio 2010, dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria con la partecipazione del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e il coordinamento della Dda reggina. Il reato contestato agli indagati è l’associazione a delinquere, finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
L’inchiesta, infatti, andò a colpire una presunta organizzazione criminale dedita al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina dall’India e dal Pakistan in Europa: tutto, come spesso accade in Calabria, con il coinvolgimento delle cosche. Oltre alle pesanti multe, i pm Colamonici e De Bernardo hanno anche invocato la condanna per tutti gli imputati, ad eccezione di Domenico Benedetto, per cui è stata chiesta l’assoluzione. Queste, nel dettaglio, le richieste dell’Ufficio di Procura: 9 anni ciascuno per Pasquale D’Ettore, Pietro Surace, Preziosa Carmela Romeo e Asif Mehmooh, 7 anni ciascuno per Giuseppe Nucera e Paolo Siclari, 6 anni ciascuno per Sebastiano Maesano e Giacomo Micheletta, per i quali è stata esclusa la contestazione associativa. Richiesta di 6 anni di reclusione anche per il veterinario Vincenzo Spizzica, che risponde anche di falso ideologico. Infine, i pm hanno richiesto la condanna di Amelia Alati (4 anni e 6 mesi di reclusione) e di Carmelo Spizzica (4 anni di reclusione).
Richieste severe, dunque, nonostante il processo si celebri con il rito abbreviato, che prevede lo sconto di un terzo della pena. Il grosso degli imputati, tra cui i presunti affiliati alle cosche, ha scelto invece di essere giudicato con il rito ordinario: sarebbero state, infatti, anche le famiglie Cordì, di Locri, e Iamonte, di Melito Porto Salvo, a gestire il traffico, che vede coinvolti anche sindacalisti e dipendenti pubblici, nonché numerosi cittadini di nazionalità indiana. I cittadini stranieri avrebbero contattato gli organizzatori, i quali, a fronte di un anticipo dell’ingente somma richiesta, avrebbero consegnato la fotocopia dei loro documenti agli imprenditori compiacenti che richiedevano, a favore degli stranieri, il nulla osta per l’avvio al lavoro presso le aziende. In realtà, però, si sarebbe trattato solo di una copertura: gli immigrati, in quelle aziende, non avrebbero mai lavorato. Secondo le indagini sarebbero stati oltre 500 gli stranieri coinvolti in tale business: per questo, dunque, acquista grande rilievo la richiesta effettuata dai pm di multare gli imputati con quindicimila euro per ogni immigrato fatto entrare irregolarmente. L’indagine e il conseguente procedimento traggono la propria origine dall’inchiesta “Ramo Spezzato”, che andò a colpire, anche con pesanti condanne, proprio la cosca Iamonte di Melito Porto Salvo: in quell’occasione, come nell’attuale procedimento, emerse la figura dell’imprenditore Saverio Foti, soggetto che ha denunciato le vessazioni che la cosca Iamonte avrebbe praticato nei suoi confronti.
Nel corso dell’udienza, i due magistrati Colamonici e De Bernardo si sono divisi equamente i compiti: il primo ha svolto un’attenta analisi dell’indagine in termini generali, il secondo si è concentrato sui soggetti originari di Melito Porto Salvo, andando infine ad effettuare le richieste. A partire dalla prossima udienza, prevista per il 27 settembre, avranno inizio le arringhe difensive nell’interesse degli imputati. Entro fine mese il Gup Carrelli Palombi dovrebbe entrare in camera di consiglio per emettere la sentenza.




