Si è svolta senza particolari problemi la processione rituale della Madonna della Consolazione, la patrona della città chiamata virtualmente a “collaudare” insieme alla folla di fedeli il restiling di tutto il centro da piazza Duomo a piazza Italia con una virata sul cantiere aperto di piazza Garibaldi passando per il Corso lastricato di pietre antiche e polemiche nuove. Le ansie e i timori dei giorni passati sull’apertura di piazza Duomo, sul giudizio estetico dello Stradone e sull’opportunità di provare percorsi alternativi hanno lasciato il posto per tre ore all’emozione della festa collettiva, dell’esserci in mezzo alla folla che accomuna nobili e onorati come direbbe il professore Franco Arillotta che di queste storie e delle sue traversie cittadine bene se ne intende. La processione di oggi è stato un condensato di vita cittadina con i richiami severi dell’arcivescovo a maggiore responsabilità e partecipazione civile insieme a un nuovo severo monito contro i mali della città riconosciuti nella ndrangheta, nella corruzione della pubblica amministrazione e nella mancanza di rispetto verso gli esseri umani con particolare riferimento alle donne, vittime in quanto tali di un gretto potere maschile che si alimenta di soprusi personali e meschinità sociali.
La Madonna è passata discreta in mezzo alle contraddizioni di una città, capace di farsi in quattro con i suoi volontari chiamati a gestire emergenze collaterali in forma pressoché gratuita, dagli sbarchi al porto, ai trasferimenti provvisori dei migranti ospiti, già provvisori, della palestra allo stadio dove si disputerà domani la partita della Reggina contro il Catania. Una provvisorietà al quadrato che viene ricordata dall’arcivescovo che sollecita, a volte implora, le istituzioni a impegnarsi per garantire a schiere di giovani, anch’essi provvisori in servizio permanente effettivo, una vita più dignitosa dal punto di vista lavorativo. L’arcivescovo Morosini cammina con il passo pesante di chi porta dentro le angosce e le confidenze di tanti figli in cerca di una Madre che a sua volta si faccia mediatrice, avvocata appunto, con il Figlio celeste. Tutti in processione e tutti sulla croce perché questa è la verità più profonda della fede cristiana. Non ci sono magie risolutrici ma misteri salvifici che passano dalla condivisione. E accanto alla spiritualità c’era la presenza delle istituzioni con il sindaco col fazzoletto amaranto al collo accanto al presidente della ormai ex provincia. La processione della Sacra Effige ha catalizzato come ogni anno i pensieri e le ansie delle più diverse generazioni: dalla scuola che inizia domani al lavoro che non c’è. Dai problemi di salute all’ansia per l’abitazione. Tantissime le persone assiepate lungo il percorso partecipi di un momento identitario che piaccia o meno segna la fisionomia dei reggini, sacra e profana al tempo stesso, col fumo di incenso frammisto a quello dolciastro dei dolciumi e acre delle “caddare” e gli smartphone al posto dei candeloni con la stagnola. La processione con queste peculiarità incede lentamente e raggiunge piazza Italia e poi si procede intorno ai palazzi del potere. Di fronte alla Prefettura i portatori fanno vibrare la Vara. Fanno, come dicono loro “ballare il Quadro”. Non è una mancanza di rispetto, anzi tutt’altro. E’ una confidenza che sanno di potersi prendere con la loro Protettrice cui sono legati da un legame tutto particolare ed esclusivo che li mette al riparo dei rimproveri vibranti di don Giovanni Licastro, il sacerdote con il megafono che batte il tempo delle soste e delle ripartenze. Il percorso continua, rientra sullo “stradone” e punta verso piazza Garibaldi dove gli organizzatori e la protezione civile hanno il loro bel daffare per consentire il ritorno indietro del corteo che praticamente deve avvitarsi su se stesso con una curva a 180 gradi difficile da descrivere. E anche qui la manovra riesce e fra gli applausi e le lacrime il Quadro riprende la strada di casa verso il Duomo illuminato a festa che rifulge di bianco nell’oscurità della notte reggina.







