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Memorie – La Calabria e i suoi giorni di dolore e di terrore

31 Agosto 2016
in Memorie, RUBRICHE
Tempo di lettura: 13 minuti
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Reggio Calabria (1)

di Anna Foti – Si torna a parlare di città scomparse e di vittime della negligenza umana piuttosto che della forza implacabile della natura. Sono giorni di dolore e di paura in Centro Italia come quelli che vissero i calabresi e i messinesi nel 1783, quando la terra tremò per oltre cinquanta giorni. Cinque terremoti di forte intensità, quasi mille scosse che arrivarono anche all’undicesimo grado della scala Mercalli. Noto come il terremoto della Calabria meridionale del 1783, esso costituì la più grande catastrofe che colpì l’Italia meridionale nel XVIII secolo; durò dal 5 febbraio al 28 marzo, causando tra le 30.000 e le 50.000 vittime quasi tutte calabresi (poco più di seicento furono le vittime messinesi, contrariamente a quanto avvenne nel 1908 quando fu più alto il numero delle vittime siciliane), radendo al suolo le città di Reggio e Messina (danni furono subiti dal Duomo peloritano) e provocando anche un maremoto. Polistena, poi Messina (unico centro colpito in Sicilia) e Soriano Calabro, quindi Polia, Borgia e Girifalco: questi gli epicentri dei sismi succedutisi. Scosse potenti e ravvicinate che scardinarono il sistema idrogeologico delle regioni calabrese e siciliana, distruggendo oltre 180 centri abitati. Le scosse furono tante e ricorrenti e pertanto compromisero l’efficacia degli interventi a tutela delle popolazioni e degli edifici; furono talmente ravvicinate da provocare lo spostamento degli epicentri lungo la catena dell’Appennino Calabro, dalla regione dell’Aspromonte all’istmo di Catanzaro, causando danni ancora più amplificati da Reggio Calabria fino a Monteleone e a Maida. Secondo Giovanni Vivenzio in Calabria morirono 29.451 persone su 439.776, pari al 6,7% circa della popolazione che all’epoca risiedeva nella provincia di Calabria Ulteriore.
Palmi scomparve e fu ricostruita; Scilla, colpita da un maremoto, perse il 70% della popolazione come anche l’antica Terranova e a Polistena, su una popolazione di circa 4.600 abitanti, sopravvissero 23339 persone. Furono innumerevoli le tracce lasciate dal punto di vista geomorfologico: centinaia di “vulcanelli” di sabbia liquefatta sorsero sulle rive del fiume Mesima nel reggino il cui corso d’acqua rimase deviato, la sella di Marcellinara, nel catanzarese, si abbassò, montagne vennero giù non consentendo più la vita ad abitati come quello di Oppido Mamertina e Mileto. Le numerose frane originarono paludi – oltre cinquanta solo tra Sinopoli e Seminara – e 215 laghi si formarono in tutto il territorio colpito dal terremoto, con acqua che irrompeva dal suolo con zampilli altri fino a venti metri. Lo sconvolgimento della rete idrica fu complice della diffusione di una forte epidemia di malaria. Bagnara e Scilla furono anche oggetto di fenomeni bradisismici con ricorrenti innalzamenti e abbassamenti del livello del suolo.
L’intervento dei Borboni iniziò il 15 febbraio 1783 con la nomina il conte Francesco Pignatelli, quale Vicario generale delle Calabrie, con 100.000 ducati per le necessità immediate e “con autorità e facoltà ut alter ego sopra tutti li présidi, tribunali, baroni, corti regie e baronali e qualsísiano altri uffiziali politici di qualunque ramo qualità e carattere, come altresí sopra tutta la truppa tanto regolare quanto di milizie”. Nel maggio del 1783 fu istituita una cassa sacra a seguito dell’esproprio di beni ecclesiastici della Calabria Ulteriore. Purtroppo l’effetto non fu quello sperato: i grandi proprietari si accaparrarono le terre ecclesiastiche all’incanto. Furono i Borboni all’epoca a stendere il primo regolamento antisismico d’Europa.

Scosse telluriche sconvolsero la Calabria anche nel 1905 e nel 1907. Ci offrono una testimonianza le pubblicazioni di Città del Sole edizioni “Donne e memoria” *** e “Le Terre infrante. Calabria e Messina 1907, 1908, 1909” di Jean Carrère, giornalista nato in Francia ma morto a Roma, nell’Italia di cui scrisse e dove tornò più volte per raccontarla fino a scegliere di stabilirvisi. L’8 settembre 1905 fu colpita la Calabria tirrenica centrale con un sisma tra i 6,2 e i 7,9 gradi di intensità della scala Richter (XI Mercalli) con epicentro non determinato,da alcuni studi posto nel golfo di Sant’Eufemia o presso Vibo Valentia. Le vittime furono 557. Il 23 ottobre 1907 colpita la Calabria meridionale con un sisma di potenza pari a 5,9 gradi della scala Richter (VIII-IX Mercalli) con epicentro a Canolo, in provincia di Reggio Calabria. Le vittime furono 167.
Ma l’inferno che inghiottì lo Stretto tra Reggio e Messina si abbatté nel 1908.
Ancora rimbomba l’eco della sciagura naturale più grave della storia italiana ed europea per numero di vittime, il cui dato è ancora oggi sospeso tra le 90 mila e le 120 mila, nota come il terremoto di Messina, in cui le perdite furono certamente più numerose ma non anche più drammatiche di quelle che vi furono a Reggio. Con ogni probabilità il sisma che tornò a colpire la Calabria e la Sicilia all’alba del 28 dicembre 1908 fu la catastrofe naturale italiana più grave dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. che, narrata da Plinio, distrusse Pompei, Ercolano e Stabia.
Trentasette lunghissimi secondi stravolsero la vita delle comunità calabrese e siciliana dello Stretto. Pochi attimi per distruggere il litorale calabro e quello siciliano. Migliaia di morti e di case distrutte. Un sisma violento, causa di un disastroso maremoto. Sono le 5:21 ed è l’alba di un inferno per l’area dello Stretto. Diciottomila morti solo a Reggio Calabria, 12 mila nel resto della provincia. 26 mila case devastate. 80 mila circa le vittime nel messinese dove le scosse hanno distrutto il 90% degli edifici.
Nel reggino la terra tremò da Palmi a Melito Porto Salvo ed il mare investì la costa da Punta Pezzo a Capo D’Armi, violentemente colpito anche l’entroterra. Un terremoto di 7,2 gradi della scala Richter ed 11° della scala Mercalli, epicentro in pieno Stretto.
“Un attimo della potenza degli elementi ha flagellato due nobilissime province – nobilissime e care – abbattendo molti secoli di opere e di civiltà. Non è soltanto una sventura della gente italiana; è una sventura della umanità, sicché il grido pietoso scoppiava al di qua e al di là delle Alpi e dei mari, fondendo e confondendo, in una gara di sacrificio e di fratellanza, ogni persona, ogni classe, ogni nazionalità. È la pietà dei vivi che tenta la rivincita dell’umanità sulle violenze della terra”.
Recitava così la relazione del Senato del Regno, l’Italia era ancora una monarchia guidata da re Vittorio Emanuele III di Savoia.
I primi soccorsi furono stranieri con l’arrivo della navi inglesi e russe. In particolare il primo ad arrivare fu l’incrociatore russo Aurora, punta di diamante della marina russa e nave simbolo di San Pietroburgo. Costruito a fine Ottocento, varato nel Novecento ed entrato in servizio tre anni dopo, lo storico torpediniere russo, il cui nome fu dato dalla fregata Aurora coinvolta nella Guerra in Crimea, segnò cento anni di storia russa; tra gli episodi più significativi la guerra russo-giapponese di inizio Novecento, le operazioni militari nel Mar Baltico durante la Prima Guerra Mondiale, l’assedio di Leningrado, ma anche decenni di storia, fino al 1950, di solidarietà verso luoghi italiani colpiti da tragedie e calamità e tra queste anche lo Stretto tra Reggio Calabria e Messina nel 1908. Nel 2012 l’incrociatore, senza più equipaggio e dopo gli scandali e le incursioni di vandali ed oligarchi, è stato dismesso. In memoria di questo intervento in soccorso alle popolazioni reggina e siciliana, è stato collocato un monumento presso la villa comunale Umberto I di Reggio Calabria.
Dopo le navi straniere fu la volta dei soccorsi italiani a seguito della riunione urgente del Consiglio dei Ministri guidato da Giovanni Giolitti. Poi ancora i baraccamenti in cui migliaia di sfollati camminarono sulle macerie per intravedere un futuro. Autorevoli tracce vi sono delle ore convulse che seguirono, le azioni concitate in mezzo alle macerie, il dramma intriso di speranza della ricostruzione. La documentazione originale tratta dal fondo prefettizio – la proclamazione dello stato di Assedio, i progetti di restauro e piantine della città, la creazione di ospedali e censimento degli edifici da riedificare, le assegnazioni e le revoche delle baracche, l’erogazione di sussidi, la richiesta di soccorsi e le comunicazioni dei vari comuni della provincia al prefetto – è oggi custodita presso l’Archivio di Stato di Reggio Calabria.
Con il primo regolamento antisismico d’Europa adottato dai Borboni all’indomani del sisma del 1783, non è azzardato affermare che la storia della legislazione antisismica in Italia iniziò in questo Sud assaltato e martoriato, già prima dell’Unità d’Italia.
Il terremoto del 1908, per la sua portata distruttiva assoluta, indusse lo Stato ad assumere un impegno tradottosi nel Regio Decreto emanato il 18 aprile 1909 n.193 che sanciva l’obbligo, in un centinaio di comuni tra Sicilia e Calabria, di rispettare determinate norme tecniche per le nuove costruzioni e la riparazione di quelle danneggiate. Si leggeva già allora di limitazioni di altezza e del divieto di costruzione su terreni paludosi, franosi, molto acclivi; si disponeva che le nuove edificazioni seguissero precise prescrizioni (muratura animata, muratura squadrata e listata, telai, l’utilizzo di cordoli, sbalzi, strutture non spingenti). Quello fu il primo atto di una legislazione postunitaria scandita dal successivo D.L. 1526 del 1916, relativo alla quantificazione delle forze sismiche e alla loro distribuzione lungo l’altezza dell’edificio, dal Regio Decreto n. 431 del 1927, con il quale veniva differenziata la pericolosità sismica attraverso due categorie sismiche, dal Regio Decreto n. 640 del 1935 contenente specifiche direttive tecniche e l’obbligo per i Comuni di approntare propri regolamenti edilizi. Nel 1962 la legge 1684, parzialmente ancora in vigore, dispose che le norme sismiche fossero applicate ai Comuni ‘soggetti ad intensi movimenti sismici’ e non più solo a quelli colpiti dal terremoto, mentre nel 1974, la legge n. 64 affidò ad appositi Decreti ministeriali il compito di disciplinare la sicurezza nei diversi settori delle costruzioni. Seguirono negli anni norme tecniche relative ad edifici, ponti, dighe e alle indagini sui terreni di fondazione, con un sistema di controlli e di repressione rigoroso che negli apparse attutito con la possibilità, introdotta dalla Legge 741/81, di snellire le procedure di controllo attraverso metodi a campione. Con la stessa legge fu disposto un aggiornamento delle zone dichiarate sismiche. Tale classificazione sismica del territorio italiano doveva procedere sulla base di comprovate motivazioni tecnico scientifiche disciplinate nei “decreti del Ministro per i Lavori Pubblici emanati di concerto con il Ministro per l’Interno, sentiti il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici e le Regioni interessate”.
Alla fine degli anni Settanta fu istituita la commissione per la Riclassificazione Sismica presso il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici che sancì dei criteri generali, validi per tutto il territorio nazionale, in base ai quali redigere gli elenchi di classificazione. Il percorso della legislazione antisismica post-unitaria arrivò ad un traguardo con il decreto del ministero dei Lavori Pubblici del 14 luglio del 1984, ultimo di una serie emanati a partire dal 1979. Quei criteri di classificazione sismica sono ancora oggi in vigore.
Molti scienziati e letterati osservarono, studiarono e scrissero di questa Calabria tormentata. Tra le testimonianze più significative quelle del geologo francese Déodat de Dolomieu, che su Polistena scrisse: “Avevo veduto Reggio, Nicotera, Tropea… ma quando di sopra un’eminenza vidi Polistena, quando contemplai i mucchi di pietra che non han più alcuna forma, né possono dare un’idea di ciò che era il luogo… provai un sentimento di terrore, di pietà, di ribrezzo, e per alcuni momenti le mie facoltà restarono sospese… “.
Non solo il geologo francese Déodat de Dolomieu raccontò la Calabria devstata da questo sisma ma anche l’inglese Norman Douglas e il francese Alexandre Dumas Padre. “La piccola città di Cinque Frondi, chiamata così per le cinque torri che si elevavano al di fuori delle sue mura, fu completamente distrutta: chiese, case, piazze, strade, uomini, animali… tutto perso, tutto scomparso, immediatamente sommerso sotto molti piedi di terra (…)” (Alexandre Dumas padre, “Impressioni di viaggio”, 1835)
Inoltre pare che il grande scrittore e drammaturgo tedesco, Johann Wolfgang Goethe, nel suo Viaggio in Italia, Italienische Reise, ne abbia scritto, riferendo delle rovine di una città distrutta. Lo studioso Domenico Rotundo, altresì, evidenzia in un suo articolo (http://www.tropeamagazine.it/antoniojerocades/domenicorotundo/index.html), come Goethe si sia legato al destino tragico di questa terra proprio nel momento in cui essa fu devastata da questo sisma. Evento catastrofico che il genio tedesco avrebbe in qualche modo previsto nel momento in cui accadeva. Lo testimonia l’amico e segretario Eckermann che nei suoi <> riferisce:<>. Ciò accadde nel febbraio del 1783.
Due celebri incisioni su rame dell’artista e incisore tedesco, Georg Balthasar Probst (1732-1801), discendente di una famiglia di stampatori, attivo anche come editore ad Augusta, il più importante centro dell’editoria europea nei secoli XVII e XVIII, descrivono questa devastazione attraverso due vedute prospettiche. Si tratta de “La vue de Regio ville de la Calabre” (vedi foto) e de “La Ville d’Oppido”,entrambe tratte dall’opera Collection des Prospects, pubblicata ad Augsburg e destinate a essere viste per mezzo dello zogroscopio, strumento ottico munito di una lente d’ingrandimento e di uno specchio riflettente posto a 45°. Per questo l’immagine risultava posizionata capovolta alla base.
Le città perdute per la prima donna italiana fondatrice e direttrice di un giornale (Il Mattino) Matilde Serao*, luogo sacro per il poeta emiliano Giovanni Pascoli**, le città distrutte per il giornalista e scrittore Edoardo Scarfoglio, fondatore del Corriere di Roma e de Il Mattino. Così furono descritte Reggio Calabria e Messina dopo il funesto sisma del 1908.
Il Corriere della Sera, il giorno 30 dicembre, titolò: “ORA DI STRAZIO E DI MORTE. Due città d’Italia distrutte. I nostri fratelli uccisi a decine di migliaia a Reggio e Messina”. A Napoli, il Giorno di Matilde Serao, che già aveva riservato parole poetiche alla Calabria conosciuta attraverso la Ferdinandea nelle Serre Calabresi, dove fu ospite nel 1886, titolò: «Lo spaventoso terremoto in Calabria e tutta la Sicilia” mentre Il Mattino di Edoardo Scarfoglio titolava: «La catastrofe di Messina: la città distrutta, migliaia di vittime”.
Tante le testimonianze apparse su giornali e pubblicazioni su entrambe le rive dello Stretto, anche postume.
“Ricordi d’un dissepolto. La tragedia famigliare di un poeta nel terremoto di Reggio e Messina” (Rubbettino 2008) è il racconto struggente del poeta sidernese Michele Calàuti (1861-1935), curato nella sua pubblicazione postuma da Enzo Romeo, arricchito dai contributi di Benedetto Croce, Antonio Fogazzaro, Grazia Deledda, Giulio Salvadori, Bonaventura Zumbini e altri esponenti della cultura italiana del primo Novecento. All’età di 47 anni, dopo quell’alba funesta, il poeta sopravvisse alla madre e a tre figli. Ripresa in mano la penna scrisse, qualche mese dopo la tragedia e dopo anni di silenzio, un breve e straziante resoconto della propria tragedia familiare, con il titolo Lacrymae ovvero Ricordi d’un dissepolto. Giunto, all’epoca della stesura, tra le mani dei maggiori uomini di cultura dell’epoca, il racconto ispirò in tutti una parola, un pensiero, una poesia, una dedica. «Chi sa fare qualche cosa del suo dolore, quello solo merita di esser consolato», scrisse al Calàuti Matilde Serao. Tale pubblicazione, unitamente a “Le baracche” di Fortunato Seminara, ha ispirato il lungometraggio del regista Laszlo Barbo, intitolato “Quel che resta”, uscito nel 2012.
Gaetano Salvemini, docente all’Università di Messina, sopravvisse alla moglie, ai 5 figli e alla sorella, affidando la sua testimonianza alle colonne dell’Avanti: «Ero in letto allorquando senti che tutto barcollava intorno a me e un rumore di sinistro che giungeva dal di fuori. In camicia, come ero, balzai dal letto e con uno slancio fui alla finestra per vedere cosa accadeva: Feci appena in tempo a spalancarla che la casa precipitò come un vortice, si inabissò, e tutto disparve in un nebbione denso, traversata come da rumori di valanga e da urla di gente che precipitando moriva».
Riccardo Vadalà, direttore dell’epoca della Gazzetta di Messina ebbe a scrivere: «Nelle acque del porto galleggiava di tutto: cadaveri, carretti, mobili, carcasse d’animali, travi, botti, bastimenti affondati… tale era l’intensità della scossa e la violenza con cui le pareti venivano smosse e il sottosuolo si agitava, che non solo le pareti si piegavano come fogli di carta, ma io stesso, che quel mattino mi trovavo in redazione, mi senti sbalzare due o tre volte all’altezza di un metro dal pavimento. Uscito da sotto le macerie, tenendomi lungo il muro tentai di camminare per le strade. Il rumore delle case crollanti mi assordava… non vi era che un lungo, lugubre, immenso strillo da tutti i punti della città: Aiuto, Aiuto! ».
Il dolore fu condiviso dai maggiori intellettuali del Novecento da Gabriele D’Annunzio ad Alexandrine Emile Zola, da Antonio Fogazzaro allo stesso Luigi Capuana, al premio Nobel per la Letteratura Grazia Deledda (che pure, con Matilde Serao ed Edoardo Scarfoglio, aveva risposto all’appello di solidarietà lanciato da Gabriella Spalletti Rasponi***, presidente del Consiglio Nazionale delle Donne Italiane, all’indomani del terremoto che aveva scosso la Calabria già nel settembre 1905), da Guglielmo Marconi a Hermann Hesse e Claude Debussy. Ciò fu scoperto per caso, quasi un secolo dopo dal ricercatore siciliano, Gianpiero Chirico mentre si occupava dello scrittore Luigi Capuana.
Tra i manoscritti dello scrittore e giornalista catanese, presso la Harvard University di Boston, dal passato è emerso un prezioso ed inedito diario di 199 testi originali tra pensieri, spartiti musicali, poesie dedicati alla immane tragedia che colpì Reggio e Messina 105 anni fa, segnando ferite ad oggi invisibili in apparenza, che si allontanano nel tempo mentre le parole di questi grandi presidiano la memoria delle tante vite spezzate in un’Italia che allora, come spesso accade nel dolore e nella tragedia, si fece una. Con i caratteri della casa editrice Gbm e con il titolo “Il condiviso dolore. Messaggi degli intellettuali del Novecento per il terremoto di Messina del 1908″, nel 2006 Gianpiero Chirico ne selezione e ne pubblica 62, restituendo così al mondo questa toccante pagina di solidarietà ed condivisione attorno ad una tragedia di enorme portata.
Anche la penna delicata di Grazia Deledda si soffermò su «una donna superstite, una bellissima donna estratta dalle macerie dopo alcuni giorno d’agonia», mentre la moglie di Emile Zola, Alexandrine, inviò una pagina della “Bestia Umana” in cui si narra di «un fuoco sanguinante, popolato confusamente da masse opache, le macchine ed i vagoni solitari, i tronconi dei treni dormienti sui binari morti».
Dunque non solo intellettuali in Italia ma anche oltre le Alpi. Lo scrittore e giornalista francese Jean Carrère, da corrispondente firmò molti articoli sul giornale Le Temps, concorrente de Le Figaro, poi pubblicati nella raccolta edita nel 2008 da Città del sole edizioni con il titolo “Terre Infrante. Calabria e Messina 1907 1908 1909”.
Sempre dalla Francia «Il pensiero che in questo momento non troveremmo altro che orrore e morte, ci causa un profondo dolore», fu dello scrittore Pierre Loti a cui rispose lo scrittore e poeta veneto Antonio Fogazzaro: «O viva fiera è la Terra, che trasal e rugge all’ Uomo, come leone mal domo, a chi, frustando lo atterra?». Lo stesso scrittore e giornalista catanese Luigi Capuana descrisse l’amara consolazione dei catanesi: «Videro Catania rimasta miracolosamente in piedi e quasi non prestavano fede ai loro occhi (…) Ci par di sognare, e intanto abbiamo paura di destarci. è orribile!». Ed ancora da Catania il poeta Mario Rapisardi: «Negli altrui danni il proprio danno oblia. Muoion le forme! L’ ideal non muore».
*Matilde Serao, da Il Giorno, edizione del 31 dicembre 1908
«Ti rivedo, come in un lontano sogno pieno di rimpianto, pieno di rammarico, cara città di Reggio, cara città della Fata Morgana, tutta circondata dal verde lucido dei tuoi aranceti, tutta profumata dall’inebriante odore delle tue zagare. Reggio impregnata di sole biondo, Reggio impregnata di’azzurro nell’aria, nel mare, Reggio onore della Calabria azzurra, Reggio decana della grande marina cantata da tutti i poeti dell’antichità (…) Ah, che io chiudo gli occhi stanchi e smarriti, li chiudo un istante e ti rivedo, innanzi alla mia fantasia Messina, Messina bella, tutta bianca sulle rive del tuo mare, tutta bianca come una città d’Oriente innanzi alle linee ineffabili della sua marina, io ti rivedo Messina Bella, perla preziosissima di Sicilia, nobile Messina, gentile Messina, amata dal navigante, dal commerciante, dal poeta e dal principe, perché eri ospitale, perché eri bella, perché eri linda e lieta, perché tutto in te era grazia e incantesimo, perla di Sicilia, schiacciata e bruciata!»
**Giovanni Pascoli, da “Pensieri e discorsi”, 1914
«Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni. Ululano ancora le Nereidi obliate in questo mare, e in questo cielo spesso ondeggiano pensili le città morte. Questo è un luogo sacro, dove le onde greche vengono a cercare le latine; e qui si fondono formando nella serenità del mattino un immenso bagno di purissimi metalli scintillanti nel liquefarsi, e qui si adagiano rendendo, tra i vapori della sera, imagine di grandi porpore cangianti di tutte le sfumature delle conchiglie. È un luogo sacro questo. Tra Scilla e Messina, in fondo al mare, sotto il cobalto azzurrissimo, sotto i metalli scintillanti dell’aurora, sotto le porpore iridescenti dell’occaso, è appiattata, dicono, la morte; non quella, per dir così, che coglie dalle piante umane ora il fiore ora il frutto, lasciando i rami liberi di fiorire ancora e di fruttare; ma quella che secca le piante stesse; non quella che pota, ma quella che sradica; non quella che lascia dietro sè lacrime, ma quella cui segue l’oblio. Tale potenza nascosta donde s’irradia la rovina e lo stritolio, ha annullato qui tanta storia, tanta bellezza, tanta grandezza. Ma ne è rimasta come l’orma nel cielo, come l’eco nel mare. Qui dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia».
*** L’appello assunse le vesti di un giornale speciale denominato ‘Per la Calabria’. Un momento di ricostruzione della memoria corale come quell’appello di solidarietà universale la cui genesi, in quel gennaio del 1906, fu marcatamente femminile. Esso è stato ricordato in occasione dei 100 dalla sua pubblicazione con una ristampa curata da Città del Sole edizioni, proprio nel 2006, intitolata ‘Le donne e la memoria. Un contributo unico di solidarietà femminile’, realizzata con il sostegno dell’Ufficio della Consigliera di Parità della Provincia di Reggio Calabria retto da Daniela De Blasio. Il ritrovamento presso la Biblioteca comunale di Reggio Calabria, ad opera della professoressa Gaetanina Sicari Ruffo, di questa edizione straordinaria, è ancora da considerarsi come il manifesto del movimento femminile di inizio secolo che aveva già centrato la necessità, ancora oggi tale, di riconoscere alle donne capacità anche imprenditoriali.

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