Non sarebbero stati trovati sulla spiaggia di Praialonga, nel territorio di Isola Capo Rizzuto in provincia di Crotone, come riportato nei primi frettolosi momenti, ma in mare. I reperti archeologici scoperti da due turisti il quattro agosto erano stati segnalati ai carabinieri nucleo tutela patrimonio culturale di Cosenza, i quali hanno immediatamente segnalato la scoperta alla soprintendenza, che ha inviato sul posto un archeologo subacqueo per i primi rilievi.
La dottoressa Maria Grazia Aisa della soprintendenza, sentita telefonicamente, ci ha spiegato che da una prima analisi quelli che sembravano tre ritrovamenti diversi dovrebbero invece essere tre pezzi di un medesimo reperto: una bitta da ormeggio, cioè una struttura in terracotta all’interno della quale doveva essere inserito un palo di legno e che serviva per poter ormeggiare le navi.
Il manufatto piuttosto voluminoso non presenta parti in ceramica che avrebbero potuto facilitare la datazione, pertanto non è stato possibile attribuirlo ad un’epoca in particolare, anche se verosimilmente potrebbe essere di epoca magno greca. Ancora: le considerevoli dimensioni, nonché il fatto che si trova in una sorta di piccola baia con davanti una secca, rendono complicate le operazioni di recupero, il luogo non sarebbe facilmente raggiungibile da barche attrezzate per il recupero, anche se la soprintendenza avrebbe già iniziato a dialogare con l’amministrazione locale per poter effettuare una valutazione su quanto è possibile fare. Attualmente essendo il reperto già mappato si è scelto di lasciarlo sul luogo del ritrovamento, sarà eventualmente segnalato con dei cartelli appositi come è già stato per altri reperti in quell’area.
L’area in questione infatti pare fosse già stata interessata da controlli nell’ambito del progetto ‘Archeomar’ del ministero dei beni culturali. Partito nell’aprile del 2004 e conclusosi nell’ottobre del 2008, il progetto aveva la finalità, attraverso un lavoro di ricerca che comprendeva anche delle ricognizioni subacquee, di ottenere una mappatura dei beni archeologici sommersi nelle regioni Campania, Basilicata, Calabria e Puglia. I risultati di quel progetto però sembra non siano stati condivisi in maniera adeguata con le soprintendenze dei territori, attualmente infatti non è possibile affermare se questo particolare ritrovamento fosse già stato mappato durante le attività del progetto ‘Archeomar’.





