
di Giuseppe Bombino – Più volte, pensierosi, ci domandammo quanto potesse o dovesse esser necessario sezionare e indagare i brevi episodi e le puntuali vicende di una società, di
fronte all’opera più vasta e duratura che
la storia promette di compiere. In questa prospettiva, lo sguardo di chi indaga dovrebbe presupporre una lucida idea di partenza, un parametro iniziale a cui riferire tutta l’attività, ma anche un concetto autonomo e quasi assoluto dei tempi e delle circostanze storiche che non possono e devono ripiegarsi per disporsi sotto la lente d’ingrandimento.
Sarebbe come studiare la psicologia della folla isolando da essa il singolo: è, questo, un errore grossolano; ma ancor più grave, sarebbe, non comprendere che dilatare il punto significa ottenere una macchia, il qual fatto ci obbligherebbe, quanto meno, a valutare ogni effetto sul piano socio-economico, storico e della prospettiva.
Uscendo di metafora, e guardando a Reggio, non possiamo non pensare alle irripetibili opportunità che la storia si appresta a consegnare alla nostra città, nella prospettiva dell’Italia, del Mediterraneo e dell’Europa, in cui Reggio interpreterà, a brevissimo, il ruolo primario della metropoli, e a come, questo processo grandioso che si appella alla unitarietà di azioni e obiettivi rischi di scomporsi e decomporsi nei vortici mediatici e sensazionalistici tanto inutili quanto la grandine a primavera che annienta il lavoro, la fatica e la speranza di chi attende il raccolto.
E’ questo, allora, il momento in cui bisogna (e questa è la seconda volta che lo facciamo) gli intellettuali alla propria responsabilità rispetto al popolo, rispetto alle masse e alla città, rispetto alla storia.
Ogni intellettuale ha il dovere di difendere Reggio, di diventare strumento di progresso, convinci come siamo che la più alta rivoluzione è la rivelazione del senso e del valore collettivo della prospettiva rispetto alla più esile ed effimera forma del presente.
Non cambieranno i termini del problema quotidiano (peraltro presente in tutte le città d’Italia) ma occorre muoversi sul piano dell’intelligenza, nella trasposizione necessaria al cammino più autentico e vero della storia che ci attende.
Poiché noi stessi siamo responsabili della storia che formeremo, dovremmo comprendere che le vili azioni e l’astratta speculazione ideologica creano eredita, che, quando negativa, frena e appesantisce gli aspetti della vita di domani.
Ci si consenta che il tempo diventi più mite, che fioriscano gli alberi; gli intellettuali parlino al popolo, che è il più solenne tra i poeti.




