In un quadro generale in cui, in conseguenza della crisi del 2008, la povertà assoluta in Italia è più che raddoppiata – dai due milioni di persone registrate nel 2008 agli oltre 4 milioni censiti nel 2014 – a livello regionale, sono a rischio oltre il 30% dei cittadini calabresi, entro una forbice compresa, per il Sud, tra il 16,5% dell’Abruzzo e addirittura quasi il 42% della Sicilia.
Questo è quanto emerge dal Rapporto annuale sull’economia del mezzogiorno di Svimez, che restituisce un’analisi critica dei dati raccolti sulla materia del reddito medio regionale percepito dai cittadini.
“Oltre alla povertà assoluta, che è basata sulle spese per consumi e indica una condizione di disagio materiale già esistente, – si legge nella relazione di Svimez – si considera anche il dato del rischio di povertà, una misura basata su redditi insufficienti e che comprende persone che o sono già povere o sono a rischio di diventarlo.”
Se dunque nel Centro-Nord risulta esposto al rischio di povertà un individuo su dieci, nel Mezzogiorno il rapporto diventa uno su tre.
Inoltre nel Centro-Nord risultano esposte al rischio di povertà in misura significativa le famiglie con minori a carico, soprattutto quelle monogenitoriali, mentre nel Mezzogiorno, a queste famiglie si aggiungono anche le coppie senza figli e quelle con figli adulti, con il risultato che il rischio di povertà al Sud diventa dunque esponenziale rispetto al resto del Paese.
Questa sperequazione tra le due macroaree italiane – che caratterizza quasi tutti i settori analizzati – , è determinata in parte da tassi di occupazione sempre sotto la soglia e dall’insufficienza del numero di percettori rispetto alle persone a carico, elementi che già di per se minano la vulnerabilità delle famiglie, ma soprattutto è determinata dalle disuguaglianze di reddito, dal rapporto cioè tra il reddito medio regionale e la percentuale di reddito che gli individui percepiscono.
Nel Centro-Nord oltre il 50% delle persone guadagna dall’80 al 100% del reddito medio regionale; al Sud questo vale solo per una persona su cinque. In questa equazione la Calabria conta una forbice che va dal 33% di persone che percepiscono il 20% del reddito medio regionale ad un picco del 40% del reddito percepito dal 56,3% della popolazione.
Le analisi fornite da Svimez mostrano dunque che l’occupazione è una condizione necessaria ma non sufficiente per determinare una significativa riduzione dei rischi di povertà. Tristemente allora “non basta avere un lavoro per uscire dal rischio”.
Nella nostra regione, già così fortemente provata dalla carenza di opportunità lavorative, si aggiunge cosi al danno la beffa, quando quelle poche situazioni familiari in cui le persone in età attiva sono tutte occupate, si trovano a percepire però salari insufficienti, e pertanto esposte in ogni caso al rischio.
A considerazione di ciò, sembra che le misure a favore dell’occupazione non bastino a risolvere il problema. Sono invece necessari strumenti specifici di contrasto del rischio di povertà e di sostegno al reddito, da associare e coordinare con le politiche attive del lavoro, quali il Reddito di Cittadinanza e il Reddito di Inclusione Sociale, quest’ultimo attivo in Calabria da settembre grazie alla recente approvazione con legge regionale.
Tabella Svimez su Distribuzione dei redditi, povertà, benessere
Percentuale di individui che percepiscono al massimo il 20% del reddito medio regionale 33,1
Percentuale di individui che percepiscono al massimo il 40% del reddito medio regionale 56,3
Famiglie povere nel 2014 in % sul totale famiglie (povertà relativa) 26,9





